Dando seguito all'articolo apparso sul nostro blog il 22 febbraio scorso in merito al progetto di fine Ottocento di una ferrovia che da Genova potesse arrivare a Piacenza attraverso la valle del Trebbia (clicca qui), il sottoscritto ha pensato di riportare una lunga poesia dialettale pubblicata nel 1873 e dedicata proprio a questo grandioso progetto.
Contenitore di tutte le eccellenze di cui il Territorio piacentino dispone. Senza alcuna presunzione, vorrebbe creare dibattiti ed idee utili per dare uno slancio culturale ad una città ed una provincia con grandi potenzialità, solo minimamente sfruttate. questo blog non ha alcuna tendenza politica.
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mercoledì 25 marzo 2020
mercoledì 13 marzo 2019
A tòc e bucòn parlùm ad... ciribìgula!
di Claudio Gallini
Un termine dialettale di origine quasi certamente onomatopeica, in uso ai piacentini soprattutto nei mesi più caldi, è senz'altro la ciribìgula; lemma utilizzato a Piacenza, anche in italiano sotto forma di dialettismo, per indicare niente meno che la fastidiosissima zanzara.
martedì 31 luglio 2018
Personalità piacentine... don Luigi Bearesi
Personalità piacentine... don Luigi Bearesi
di Claudio Gallini
Il prossimo due agosto si celebrerà l’anniversario della scomparsa del compianto don Luigi Bearesi.
Quattordici anni fa si spegneva, presso la Casa del Clero di Piacenza, il sacerdote poeta e ricercatore della nostra città nato a Polignano di San Pietro in Cerro il 9 settembre 1931.
Quattordici anni fa si spegneva, presso la Casa del Clero di Piacenza, il sacerdote poeta e ricercatore della nostra città nato a Polignano di San Pietro in Cerro il 9 settembre 1931.
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giovedì 21 settembre 2017
A tòc e bucòn parlùm ad… plattòn e scupplòn
A tòc e bucòn parlùm ad… plattòn e scupplòn
di Claudio Gallini
di Claudio Gallini
In questo nuovo appuntamento della nostra rubrica dedicata al dialetto piacentino, vorremmo trattare di scappellotti e scapaccioni, che il dizionario della lingua italiana Garzanti, edizione 2006, definisce in questo modo:
“colpo dato a mano aperta dietro il capo, soprattutto per punire i bambini (e talora con intenzione scherzosa)”.
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| (fonte immagine: https://godete.files.wordpress.com) |
Quest’azione nel dialetto piacentino assume davvero diverse sfumature e cercheremo di raccogliere quelle più soventemente utilizzate.
Iniziamo con plattòn e con il relativo dialettismo locale “plattone”, il più nostrano di tutti i termini per indicare il classico schiaffo, magari preso da papà per una marachella o dalla fidanzata per ragioni che non andremo ad approfondire.
Vediamo un chiaro esempio:
Ciappä dü bèi plattòn dal papä, ossia, prendere due bei scapaccioni da papà.
Il lemma plattòn ha generato poi il suo abbreviativo pattòn, con identico significato, plattäda ossia una serie di sberle, ed il verbo plattä che potremmo tradurre in una sorta di cacofonia con, “scapaccionare”.
Un’altra espressione molto usata in tal senso è quella di quest’esempio:
Ciappä un bèl scupazzòn, cioè, ricevere un bel scapaccione.
La parola scupazzòn ha poi originato: scupazzäda ossia una serie scapaccioni e scupàzza che è sinonimo di scupazzòn.
Un altro modo a Piacenza per dare uno scappellotto a mano aperta è la classica, manatä una percossa già insita nel termine… una “manata”.
La carrellata degli schiaffi prosegue con: cuppòn, scòpla, scuccìn, scupplòt, scupplòn, scüffiòt, marlein e chi più ne ha più ne metta.
Voi ne conoscete altri di modi per indicare uno scapaccione?

Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.

Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.
giovedì 27 luglio 2017
A tòc e bucòn parlùm ad... panaròn
a cura di
Claudio Gallini
Oggi la nostra rubrica dedicata al dialetto piacentino tratta del termine panaròn e del relativo dialettismo locale "panarone", diffusissimo nelle parlate piacentine ed in alcune zone limitrofe, come affronteremo in quest'analisi.
Per chi non lo sapesse il cosiddetto panaròn è nient'altro che uno scarafaggio, una blatta, quell'insetto dal corpo color brunastro, che spesso e volentieri infesta le nostre case.
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| Un esemplare di panaròn, lo scarafaggio. (Fonte immagine: http://www.teknoitaliaservice.it) |
Facciamo un esempio pratico con questo termine applicato al dialetto piacentino:
Spatassä di panaròn, "Schiacciare degli scarafaggi".
oppure in italiano, utilizzando il dialettismo:
Avevo la casa piena di "panaroni" ed ho risolto il problema con una disinfestazione!
oppure in italiano, utilizzando il dialettismo:
Avevo la casa piena di "panaroni" ed ho risolto il problema con una disinfestazione!
Secondo mons. Tammi, autore del Vocabolario piacentino - italiano edito dalla Banca di Piacenza, il lemma deriverebbe da pan con suffisso -aròn, "-arrone" con valore accrescitivo e spregiativo, tipico del basso meridione italiano; un suffisso che nel nostro dialetto è spesso utilizzato.
Scopriamo, a titolo di curiosità, com'è chiamato questo insetto nei dintorni di Piacenza, soprattutto al di fuori dalla nostra provincia.
Nel milanese è chiamato sia panaròn, sia panaròt; a Genova è: bagùn; a Cremona è: panaròt; a Parma è: scarafàzz.
In conclusione vogliamo segnalare che in senso scherzoso possono esser chiamati panaròn, a Piacenza, anche i sacerdoti per il colore nero delle loro vesti talari; tuttavia con tono invece spregiativo si può usare questo termine quando si vuole paragonare l'insetto ad un individuo.
giovedì 22 giugno 2017
A tòc e bucòn parlùm ad... madgòn
a cura di
Claudio Gallini
Alla fine del sec. XIX fu emessa una legge (la n. 5849 del 22 dicembre 1888) in cui si obbligava a possedere una laurea nel caso si volesse esercitare la figura di medico, ostetrica, veterinario, dentista e così via.
In questo modo si volevano escludere dall'esercizio della professione medica tutte quelle figure che fino a prima avevano lavorato liberamente come: “mediconi”, “levatrici” e cose simili.
Un medicastro d'altri tempi...
(Fonte immagine: https://it.pinterest.com/)
I racconti dei miei nonni, e dei miei genitori, non sono però così lontani nel tempo da quando la parola madgòn ogni tanto veniva pronunciata anche a casa mia.
Nonostante lo Stato avesse richiamato sindaci e prefetti, in concomitanza della promulgazione della legge prima citata, a controllare e denunciare ogni tipo di attività illecita, il “medicone” riscuoteva, soprattutto nei centri più rurali e poveri, più fiducia rispetto ad un dottore di tutto rispetto.
Nel disegno vediamo una "levatrice" del passato all'opera durante un parto in casa.
(Fonte immagine: http://www.ecodibiella.it)
Solo con l’avvento del “Medico condotto” si è probabilmente iniziato a veder pian piano sfumare queste figure; la “levatrice non laureata" ha invece resistito sino all'ultimo parto avvenuto in casa.
Il medicone curava spesso con impiastri, decotti e cose simili ma quando egli si affidava invece a pratiche che stavano al confine tra la magia e la religione, dimostrava davvero il suo essere poco professionale.
A Piacenza i medicastri erano chiamati, come ci suggerisce mons. Tammi, i duttùr dal bòn marcä, ovvero i dottori a buon mercato, ma a dirla tutta non valevano proprio niente.
I creduloni, quelli che alle medicine preferivano la “stregoneria”, rispondevano di contro:
Al val po al pel d’un madgòn che deṡ gran dutturon, ossia “vale di più il pelo di un medicone che non dieci gran dottoroni”.
Concludiamo con la semplice analisi etimologica che ci arriva come accrescitivo di medico che a sua volta deriva dal latino “medicus”.
Voi avete mai conosciuto un madgòn?
Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.
lunedì 22 luglio 2013
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