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sabato 21 marzo 2020

Le lapidi dei Chiostri di Sant'Antonino e del Duomo

a cura di Claudio Gallini






A pochi piacentini, probabilmente anche a quelli che abitano e frequentano il centro storico, è nota una piccola strada che da piazza Sant'Antonino giunge in via San Vincenzo, si tratta di "chiasso Sant'Antonino", come ci indica lo stradario internet di Google Maps.

Dal vocabolario Treccani apprendiamo che con "chiasso", s'intende proprio una strada stretta, una viuzza, seppur la toponomastica ufficiale del Comune di Piacenza identifica questo vicolo con "Chiostri Sant'Antonino".

Con quest'ultima denominazione ritroviamo questa stradina negli annali più illustri che tramandano gli avvenimenti più importanti della nostra città.

Questo luogo protegge, però con poca chiarezza, alcuni fatti che rimangono tratteggiati su un paio di epigrafi che si possono trovare camminando proprio qui e anche nella via dei Chiostri del Duomo.

Il centro storico di Piacenza spesso stupisce con questi angoli di città che, durante una qualsiasi passeggiata, proiettano il visitatore in un borgo dal sapore più antico dove le alte mura rossastre, i mattoni fissati con della calcina centenaria, i vecchi portoni e l'ombra di un pergolato, gli nascondono la modernità che sta appena al di fuori da questo microcosmo.

Uno scorcio sul caratteristico vicolo piacentino denominato: "Chiasso Sant'Antonino" o "Chiostri Sant'Antonino" che collega l'omonima piazza con la via San Vincenzo. (Foto di Claudio Gallini).

giovedì 30 novembre 2017

Le copertine di Pietro Perfetti nelle "Memorie Storiche della città di Piacenza" di Cristoforo Poggiali

di Claudio Gallini

Attraverso i frontespizi dei dodici volumi delle "Memorie storiche della città di Piacenza", compilati dallo storico ed erudito piacentino Cristoforo Poggiali (1721 - 1811), possiamo tuffarci nella Piacenza del Settecento, grazie a questi capolavori eseguiti da Pietro Perfetti (1725 - 1770), incisore a quel tempo e oggi sconosciuto ai più se non per aver intitolato una via del moderno quartiere Besurica.

mercoledì 14 giugno 2017

C'era una volta a Piacenza... siccità e alluvioni nella storia di Piacenza

a cura di
Claudio Gallini





Le cronache sul clima degli ultimi decenni sembrano essere sempre più nefaste; i giornali trattano con molta frequenza di alluvioni, siccità, ondate di calore, eventi estremi in genere.



Alluvione dell'ottobre 1907 a Piacenza.
Questa è strada S. Agnese (via A. Genocchi).
A sinistra, l'oratorio di S. Agnese, protettrice dei barcaioli, demolito nei primi mesi del 1919.
Foto di Giulio Milani - Immagine inserita su gentile concessione di Giovanna Cremona.



Notizie ahimè all'ordine del giorno e che ci riguardano molto da vicino. 



Il ricordo dell’alluvione che colpì Piacenza e molte zone della provincia nell'autunno del 2015 è ancora vivo.



Abbiamo inoltre la sensazione che questi eventi si stiano intensificando con prospettive di danni economici, sistemi produttivi messi al tappeto e purtroppo anche feriti per non dire peggio.

Alluvione a Roncarolo di Mortizza nel 1926, si mettono in salvo gli animali
(foto inserita su gentile concessione di Giovanni Corgnati).


Ma nel passato le questioni climatiche erano tutte rose e fiori?



Siamo andati a sfogliare alcuni volumi delle cronache passate, scritti da autori di tutto rispetto quali: P. M. Campi, U. Locati e C. Poggiali.


Guardate cosa abbiamo trovato senza troppe pretese di approfondimento.

Il Campi, nella sua opera “Dell'historia ecclesiastica di Piacenza”, scrisse che nel 1371 Piacenza fu colpita da una tremenda siccità e arsura perché da tanti mesi non era piovuto.

il canonico scrisse poi che per tale ragione il vescovo Cocconato ordinò una processione nel mese di agosto e fu aperta la tomba di S. Antonino nel chiostro di S. Maria in Cortina e riportò esattamente:

“la Divina bontà fece scendere per tutto il piacentino abbondevole pioggia, che oltre ad umettare i secchi campi, ristorò gli afflitti corpi humani”.
Piena del Po, anno 1907, in foto via Mazzini
(Foto di Giulio Milani)

Anche Umberto Locati, nella sua “Cronica dell'origine di Piacenza“ riporta di una grande siccità che colpì il nostro territorio nel 1562:
“Nell’anno 1562 fu tanta la siccità sul Piacentino, che dal Febraio infino all’Ottobre, et quindi infino alla fine dell’anno mai venne pioggia dal cielo. Per la qual cosa la maggior parte de pozzi et delle fonti rimasero secche et prive del loro solito humore”.
e proseguì:
“Ma peggio fu, che quella siccità si trasse dietro una grandissima carestia di fromento et d’ogni sorte di legumi in tanto, che il fromento, sotto la verga andò ad uno scudo lo staio”.
Il racconto del Locati prosegue indicando tutte le precauzioni prese dal Duca di Piacenza per evitare carestie ma soprattutto rincari, visto che i cereali non sarebbero bastati per sei mesi; dal Piemonte attraverso il Po arrivarono dei sacchi di frumento, segale, legumi in aiuto alla nostra popolazione.

L’anno successivo, il 1563, fu invece abbondante e ricco d’ogni cosa, “da pomi et noci inflori” come ci riferisce sempre il Locati.

Un’ immagine della piena del 13 novembre 1951 quando il livello del fiume raggiunse i 10,25 m lambendo le arcate del ponte ferroviario.
(Fonte immagine: http://blog.libero.it/occhiobello/9476557)

Il Poggiali, in merito al febbraio del 1663, scriveva così:
“[...] che per la gran neve caduta in questo tempo, li sortumi erano tanto bassi, che seccarono in Piacenza la maggior parte dei pozzi, e il Po venne tanto magro, che fu guazzato con cavalli, cosa per ricordo d’uomini non più udita”.
Per l'anno 1683 riportava queste righe:
“Fu talmente asciutto l’inverno di quest’anno e parte della Primavera eziando, che del Febbraio e Marzo vedevasi la polvere per le strade così copiosa ed arida, come nel Luglio, e nell’agosto. Non s’ebbero piogge, non nevi, non nebbie di sorta veruna, ma durò sempre eguale un ostinato sereno bellissimo, dal Novembre dell’Anno scorso (1682 Nda), fino al fine Aprile di questo, in che si ottenne la tanto sospirata, e necessaria pioggia, per intercessione di Nostra Signora del Popolo”.
Nel novembre del 1705 Piacenza fu colpita da una straordinaria inondazione del Po che provocò seri danni alla nostra città; così scriveva Cristoforo Poggiali:
“Addì 3 Novembre 1705 seguì una grandissima, ed affatto straordinaria inondazione del Po, con danno immenso del nostro Stato, e rovina intera di molte famiglie, le quali avevano i loro poderi vicino a quel Fiume”.
e proseguì:
“Arrivarono le acque fino a Fombio e dalla banda di qua, entrate nella stessa Città, allagarono tutta la Contrada, chiamata Strada Nuova, fin’oltre Chiesa di S. Maria di Borghetto. Molte furono le case diroccate dall’impeto della corrente, molte le bestie, ed anche persone annegate, e moltissimi i poderi coperti di sabbia, e renduti infruttiferi per più Anni”.
Piacenza cinquecentesca.
(fonte immagine: https://www.portaleabruzzo.com)


L’anno 1707 è ricordato negli annali come un altro anno di siccità e inondazioni come leggiamo sempre dalla mano del Poggiali:

“[...] e ciò atteso la penuria di grani, e de’ foraggi, che si prova nel corrente Anno, per la siccità della scorsa Estate, e le straordinarie inondazioni ultimamente accadute”:

Allo stesso modo scriveva nelle cronache di dieci anni dopo:

“Una sì ostinata ed esiziale siccità provossi nel Piacentino parte del Verno, e quasi tutta la Primavera, e l’Estate dell’Anno 1718, ch’io non saprei dire, se nelle Storie nostre memoria trovisi d’altra maggiore”

Il Poggiali nacque tre anni dopo e presumibilmente queste notizie gli giunsero direttamente dai suoi congiunti, e proseguì:

“Difatti non leggo, che in altra congiuntura giammai, come in questa, tante, e sì devote Processioni, preghiere solenni, limosine generali [...] Solamente trovo notato che, essendo venuto nel giorno 12 di Luglio un gagliardo temporale con acqua, che durò circa un’ora, e mezzo, ristorò alquanto la campagna sitibonda (che ha bisogno di sete Nda), ed arsa da più di sei mesi”.

Un’ora e mezza d’acqua non erano sufficienti e per il bisogno urgentissimo di pioggia, si scrisse che due giorni dopo fu portata in processione per la città la statua di san Nicola di Bari; il Poggiali aggiunse che vi fu una grande partecipazione di cittadini, tutti in “abito di penitenza” e torce accese in mano.



A questo punto mi pongo la domanda: 



Sta davvero cambiando il clima o sta cambiando il modo di informare le persone sul clima stesso? 



Voi cosa ne pensate ?




Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.




venerdì 26 maggio 2017

C'era una volta a Piacenza... Un elefante in mostra a Piacenza

a cura di
Claudio Gallini





In un post pubblicato tempo fa sul gruppo Facebook di Ripensando Piacenza, un'amica ci chiedeva  se in epoca moderna fosse transitato a Piacenza un elefante, perché letto in un libro in suo possesso; ho immediatamente aperto il cassetto dei ricordi in merito ad un racconto che lessi nelle prime pagine dell’ultimo volume delle “Memorie Storiche della città di Piacenza”, compilato da Cristoforo Poggiali.



Stemma del comune di Gossolengo (fonte: Wikipedia)


Riportiamo di seguito quanto scritto dall’annalista piacentino:

"Toccò nel gennaio corrente (1655 Nda) ai nostri concittadini il piacere nelle italiane contrade assai raro di veder, contemplare coi propri loro occhi un elefante, che fu condotto in Piacenza da certi todeschi, i quali, mediante una discreta mancia, lo mostravan al popolo sotto alle Volte delle piazza, là dove facevasi il Corpo di Guardia delli Soldati".

poi aggiunse:

"Assai caro nondimeno tal piacere costò a certo giovane, il quale, avendo mostrato per burla di dare un pomo al detto animale e poi avendoglielo negato, fu ragione, che esso animale sdegnatosi, con il naso, a tromba lo gettò in aria, e caduto per terra lo calpestò con i piedi, in maniera che non si poté aiutare per la qual cascata il giovane morì; fu sepolto in Sant'Ilario".

e concluse:

"Ed ecco una nuova conferma dell’antico proverbio, che insegna, essere un’imprudenza somma, e una cosa di pericol sempre piena l’addomesticarsi e trescare con chi ha forze maggiori di noi".

Quella dei pachiderma che passano a Piacenza dev'essere davvero un’abitudine poiché secondo una leggenda molto antica, Annibale, che sappiamo essere transitato giusto per una battaglia dalle nostri parti dotato di questi grossi animali, lasciò in cura alle genti di Gossolengo un elefante sfregiato durante gli scontri sul Trebbia. 



Ancora oggi, per tale ragione, lo stemma del comune di Gossolengo raffigura proprio un elefante, in memoria di questo leggendario racconto.

Fonte Immagine: https://www.eurogiochisrl.it
Un simpatico utente del gruppo Facebook ha addirittura proposto di posizionarne uno gonfiabile nel bel mezzo di Piazza Cavalli, cosa ne pensate?









Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.










giovedì 20 aprile 2017

C'era una volta a Piacenza... Piacenza crocevia da oltre due millenni

a cura di
Claudio Gallini


In virtù delle polemiche scaturite sui media locali, ma ancor prima sulla nostra pagina Facebook "Ripensando Piacenza", in merito all’esclusione della nostra città dai festeggiamenti dei 2200 anni di vita della via Emilia che collega Rimini a Piacenza, abbiamo pensato di raccogliere qualche informazione storica, molto chiara e sintetica, che possa far luce sulla spinosa diatriba viaria, perlomeno da questo punto di vista.

Dal sito www.2200anniemilia.it, creato ad hoc per l’evento, che lega assieme in questo contesto soltanto le città di Parma, Reggio Emilia e Modena, leggiamo:
“Tre città nel cuore della regione riflettono sulla loro storia più antica quando attorno alla Via Aemilia si radicò una cultura in grado di superare differenze etniche e campanilismi”.
la didascalia prosegue poi in questo modo:
“Modena e Parma, colonie fondate nel 183 a.C. e Reggio Emilia, istituita come forum negli stessi anni, condividono il fondatore Marco Emilio Lepido, il console a cui si deve la costruzione della Via Aemilia, destinata a diventare l’elemento unificante della regione che tuttora ne conserva il nome”. 
Per la redazione di questo articolo ci affideremo, oltre agli annalisti locali, anche agli scritti del geografo greco Strabone sfogliandone naturalmente i testi volgarizzati; ci riferiamo al trattato geografico più ampio dell'antichità, utile in questo caso per lo studio del mondo romano.

A quell’epoca, nel III sec. a.C., la conquista della Pianura Padana era un ghiotto obiettivo dell’Impero Romano sia in termini di crescita territoriale, sia in visione di un’espansione economica e militare.

Nel 220 a.C. per mano di Gaio Flaminio Nepote iniziò così la costruzione di una strada che collegava Roma al nord Italia; in un solo anno terminò infatti la cosiddetta via Flaminia che dalla capitale giungeva sino a Rimini.

Estratto del “Descriptio Totius Italiae, Qua Situs, Origines, Imperia Civitatum” del sec. XVI di Leandro Alberti.
Egli fa riferimento a Strabone ed in questo passo si scrive che Emilio Lepido condusse la via Emilia da Piacenza a Rimini per congiungerla con la Flaminia condotta da Roma a Rimini.

La stessa cosa fece poco più tardi, nel 189 a.C., Marco Emilio Lepido che, come ci racconta Cristoforo Poggiali, dopo aver vinto le popolazioni liguri, impiegò le stesse per la costruzione di una nuova strada “ampissima e comodissima” battezzata con il suo nome, via Emilia; una strada che non nacque però “ex novo”, ma ricalcò antichi cammini utilizzati dalla popolazioni etrusche e greche. 

Un asse viario, lungo 177 miglia romane (circa 300 chilometri) che da Piacenza arrivava al mar Adriatico e poi a Roma.

E’ sufficiente comunque ritornare a leggere Strabone per averne conferma:
“M. Emilio Lepido condusse la via da Piacenza ad Arimine (Rimini Nda) per congiungerla con la Flaminia condotta da Roma da G. Flaminio ad Arimine, la qual fu poi rassettata da Augusto”.

La porzione di Tavola Peutingeriana o Tabula Peutingeriana che ritroviamo nell'immagine (Fonte: Wikipedia) è una copia del XII-XIII secolo di un'antica carta romana che mostra le vie militari dell'Impero romano.
In questa porzione si scorge Piacenza (Placentia) con la via Emilia sino a Bologna (Bononia) e oltre.

Il Poggiali nel primo tomo delle Memorie storiche di Piacenza pubblicate nel 1757, rincalza nuovamente Strabone con queste parole:
“Siamo debitori di questa notizia a Strabone, [...] osservo l’Itininerario di S. Antonino e la Tavola Peutingeriana descriverci chiaramente la via Emilia secondo la mente di Strabone; cioè da Rimini, dove incominciava e si univa alla via Flaminia, venendo a Bologna, e a Piacenza e di qui ripiegandosi a Milano, Brescia, Verona fino ad Aquileia”.
e continua:
“Di questa via Emilia quella parte, che si stende da Piacenza, o piuttosto dalla Trebbia fino ai confini del Bolognese, ne’ secoli di mezzo fu chiamata anche via Claudia, come ricavasi da Strumenti e Scritture autentiche di que’ tempi”.
Anche lo scrittore bolognese Leandro Alberti in “Descrittione di tutta Italia”, volume edito duecento anni prima della preziosa pubblicazione del Poggiali riporta esattamente:
“[...] Ritornando al ponte del Reno che congiunge insieme la via Emilia (com’è detto) la qual via Emilia cominciava da Rimini e trascorrea a Piacenza [...]”.

La costruzione di una strada romana (Fonte immagine: www.capitolivm.it)
In questa bella immagine è rappresentato il metodo adottato dai romani per la costruzione di strade.
Si noti tra le didascalie una curiosità legata al nostro dialetto.
Con il termine "rudus" i romani indicavano proprio il pietrame di scarto, i rottami.

L’intera zona compresa fra il Po e le montagne fu da quel momento arrangiato in funzione della via Emilia che fungeva da spartiacque tra gli Appennini e la Pianura Padana.

Come abbiamo letto, Augusto la lastricò restaurandola e definendone il capolinea non a Piacenza ma ad una decina di chilometri dal centro, nei pressi del Trebbia come confermato dai ceppi militari augustei.

Piacenza è da secoli crocevia di tante vie di comunicazione, molto importanti non solo per l’aspetto commerciale, ma anche per quello militare e religioso.

Dalla nostra città partivano, già in antico, i collegamenti con città importanti quali Milano, Genova, Tortona e Pavia per citarne solo alcune; osservando le più antiche mappe di Piacenza, o ancora meglio nei nomi di alcune vie odierne, possiamo tracciarne ancora oggi facilmente la rotta.








Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.













venerdì 14 aprile 2017

Curiosità storiche sul "Guercino da Cento" a Piacenza

a cura di 
Claudio Gallini




Dal 4 marzo al 4 giugno 2017 Piacenza è finalmente al centro dell’attenzione nazionale grazie ad uno straordinario evento che permetterà di ammirare da vicino gli affreschi del pittore centese Gian Francesco Barbieri, detto Il Guercino, presso la cupola del Duomo cittadino, oltre alla mostra dal titolo “tra sacro e profano” allestita a Palazzo Farnese e a lui dedicata.

Il Guercino è stato uno degli artisti del Seicento italiano più amati a livello internazionale e l’opportunità di ammirare le sue opere in questa modalità è davvero unica ed emozionante.

Trovate su questo sito difatti tutte le informazioni:



In questo articolo non vorremo quindi trattare in particolare di questo evento, già si è fatto tanto e tanto si farà.


Lo scopo di questo pezzo sarà invece quello di conoscere l’artista originario di Cento (MO), attraverso gli storici e autori piacentini, e non , del passato.

Saranno qui riportati i testi così come scritti dagli stessi autori; alcuni volumi risalgono addirittura al sec. XVIII pertanto per una maggiore comprensione dei contenuti, saranno indicate alcune note tra parentesi.
Iniziamo con un autore originario proprio di Cento (MO), Gaetano Atti, che così sul finire dell’Ottocento scriveva in merito al suo concittadino:

“Nel luglio del 1626 avvenuta la morte subitanea (improvvisa) in Piacenza del preclaro (nobile) Pierfrancesco Mazzucchelli Milanese soprannominato Morazzone, che aveva lasciato imperfetto il lavoro a lui confidato della Cupola di quella Chiesa Cattedrale (il Duomo di Piacenza) con averci fatto due sole figure, ne fu accollato il carico al nostro Barbieri da quel Vescovo Monsignor Giovanni Linati nobile parmigiano, e canonici perché compisse egli l’incorniciato ornamento. Dal luglio pertanto del 1626 fino al dicembre egli dimorò in Piacenza e tale intendimento, e intermesso (sospeso) il lavoro soltanto le Feste della Natività del Signore, nel seguente 1627 diede fine al gravissimo affresco, che rapisce, ed incanta anche tuttora chi a contemplarlo in quelle sacre soglie si reca”.
Nell’interessantissima guida dedicata alla nostra città portata a stampa nel 1842 dalla Tipografia Tagliaferri, che aveva sede in Piazza de’ Cavalli, viene data qualche informazione in più su quanto già indicato da Gaetano Atti:

“Ora ad osservare la gran cupola la quale è di disegno posteriore a quello del tempio ed innalzata forse quando fu fatto il campanile. Tutta l’opera nel dipingerla era stata allogata (ordinata) al cav. Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone [...] ma dipinti due degli otto scompartimenti del catino [...] non poté far più, essendo morto [...] in età di 55 anni”.
Il racconto prosegue con una curiosità legata all’artista centese:
“[...] per loro (i profeti dipinti negli spicchi della cupola) è l’essere così vicini agli altri sei profeti fatti dal suo successore, cioè da quel mago della pittura, che qui pose il meglio che mai facesse. Il quel fu Gian Francesco Barbieri da Cento, per strabismo all’occhio destro, detto il Guercino”.


(Porzione della cupola del Duomo di Piacenza affrescata dal Guercino. Fonte immagine: www.clponline.it)

Dallo stesso tomo leggiamo anche la spesa sostenuta per l’opera in cattedrale:


“La spesa di tutte le opere descritte fu sostenuta per circa un terzo dal vescovo Linati e pei due altri terzi dal Capitolo. Al Morazzone toccarono fr. 1757,53; al Guercino, oltre gli alloggi ed altri comodi, fr. 12777,50”.

Il Poggiali nell’undicesimo delle famose “Memorie storiche della città di Piacenza” pubblicato nel 1763, riferisce anch’egli su quanto percepito dal Guercino per quell’opera; in tal occasione lo scrisse naturalmente nella moneta a suoi tempi in uso:

“Fu nel novembre di quest’anno, che l’egregio pittore bolognese Gian Francesco Barbieri, detto comunemente il Guercino da Cento, diede compimento all’imortali fatiche sue circa la Cupola della Chiesa nostra cattedrale, dipinta, e di stucchi dorati ornata a spese del Capitolo della medesima, e del fu Monsignor Giovanni Linati, il quale con una limosina di oltre quindicimila lire di quei tempo, aveva contribuito assaissimo all’impresa. [...] Dugentosessantuno Ducatoni, otto lire, un soldo e sei denari ebbe in sua parte il Morazzoni; e Ducatoni millenovecento, oltre l’abitazion gratis, ed altri comodi, si diedero al Guercino”.

In conclusione il Poggiali tenne a specificare che:

“Il quale (il Guercino) pose mano all’opera nel maggio dell’anno 1626, e al terminò, come dissi, nel corrente Novembre con gloria grandissima, e pari soddisfazione del prefato (suddetto) Capitolo, e di tutta la nostra città. Non soffre il mio istituto, che io mi fermi a descrivere, ed encomiar esse pitture”.

Nella foto potete ammirare un antico manoscritto che espone il compenso al Guercino per l'opera compiuta nella nostra cattedrale (Foto di Claudio Gallini)


Così il conte Carlo Garasi scriveva del Guercino nel libretto chiamato “Le pubbliche pitture di Piacenza” del 1780, in merito agli splendidi affreschi della cupola del duomo:

“Nel 1626 lì 12 maggio sottentrò (sopraggiunse) al lavoro il Celebre Guercino da Cento e lo finì nel 1627. Fu il Guercino scolaro di Benedetto Gennari. Egli ebbe (così di lui scrive Zanotti) un fare tratto da alcune tavole di Lodovico Caracci, ma con un certo suo modo tutto particolare. Si invaghì principalmente d’una maniera forte, e robusta, e superò ogn’altro Maestro nella fierezza delle tinte sull’orma di Caravaggio, unendo però in questa maggior grazia, e correzione. Morì d’anni 76 nel 1666”.

Lo stesso autore, nel descrivere le pitture presenti a quel tempo nella bellissima S. Sisto, fa riferimento ad un quadro di S. Francesco riportante la firma del Guercino, così come in S. Maria di Campagna accenna a:

“Sopra l’arco della cappella di S. Pasquale il Tobia, che abbrucia il fegato del pesce, e l’Arcangelo Raffaele, che lega l’immondo spirito, è di Daniele Crespi Milanese, nacque a Reggio e fu scolaro del Guercino”. 


(Vista interna d'insieme della cupola affrescata dal Guercino nel Duomo di Piacenza. Fonte immagine:www.panorama.it)


Così anche per un altro dipinto posto sopra l’altare di S. Pietro d’Alcantara, la Giacobedda, madre di Mosè e d’Aronne eseguito da Antonio Triva da Reggio, anch’esso scolaro di Gian Francesco Barbieri, (Descrizione dei monumenti e delle pitture di Piacenza corredata di notizie istoriche, Parma, 1828).

Scriveva in onore del Guercino il “nostro” politico e letterato Luciano Scarabelli con queste righe:

“Il Guercino […] con quel suo fare robusto e fiero nelle tinte, grande e vario nelle composizioni, e nello stesso tempo aggraziato e corretto mescolando il correggesco al carracesco eclissò il Morazzone dipingendo gli altri sei scompartimenti del catino, le sibille sotto il catino, i quattro spartiti dell’annunzio ai pastori, della loro visita, della circoncisione di Gesù del ritorno dall’Egitto, e quel fregio stupendo a due soli colori detto perciò a chiaro scuro (maniera nella quale il Barbieri è originale mirabile) che con puttini a color naturale gira all’intorno”.

E aggiunse:

“Disse il Lanzi di queste opere sembrare che il Guercino dipingesse a prova con Pordenone, e che in finezza di stile lo superasse essendo questo il suo capolavoro. Ma i lavori di Linicio sono a questi anteriori”.

Dalla biografia di Barbieri, compilata da Jacopo Alessandro Calvi nel 1842 leggiamo invece queste interessanti curiosità:

“[…] Si vide accolto in Piacenza con somma distinzione e cortesia; cominciò la bell’opera standoci occupato dal mese di luglio (1626) sino al dicembre di quest’anno, indi l’interruppe per portarsi a Cento alle feste di Natale, e nel seguente 1627 la diede totalmente compita”.

E proseguì:

“E’ il catino di questa cupola diviso da costole […] in otto parti uguali, cosa certamente incomoda ad un pittore, che si vede in tal guisa legate le mani, né può sfogarsi con invenzioni ricche, e peregrine, scorrendo come per un cielo aperto in balia del proprio genio: convenne dunque entro ognuna di queste parti, o siano spazi colorire un Profeta”.

In una piccola nota il Calvi scrisse ancora in merito agli affreschi della cupola del Duomo:

“Questi affreschi sono ancora il più incantevole ornamento della Cattedrale di Piacenza”.

Infine vogliamo riportare le parole dell’avv. Antonio Domenico Rossi, uno storico piacentino d’adozione e un po’ ignorato (ce ne occupammo nel blog in questo articolo, ), nel suo prezioso volume Ristretto di Storia Patria ad Uso De' Piacentini del 1832:

“Noi non istaremo ad encomiare le pitture del Guercino, perché il sol mirarle ne fa conoscere il pregio; non lasceremo però di dar giusta lode all’illustrissimo e reverendissimo Capitolo, che così bene le ha sapute conservare, per cui meritossi che il celebre Lord Egerton, di passaggio per questa nostra città, dopo averle vedute, volesse aspettare che i Canonici uscissero dal coro, onde, insieme radunati complimentarli per tale lodevolissima conservazione”.

Riteniamo che il “Lord Egerton” cui fece riferimento l’avv. Rossi sia Francis Leveson - Gower, I conte di Ellesmere (1º gennaio 1800 – 18 febbraio 1857), politico e viaggiatore inglese probabilmente di passaggio a Piacenza nel suo peregrinare.

In conclusione di questo breve articolo, vogliamo sperare di aver dato qualche informazione aggiuntiva a chi già conosceva la figura di Giovanni Francesco Barbieri (detto Il Guercino) e contestualmente abbia stuzzicato la curiosità a chi non ha tuttora visitato questa mostra ottimamente organizzata dalle istituzioni locali.












Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.






mercoledì 24 novembre 2010

Piacenza nel caos nel XV secolo - 1ª parte

Un ringraziamento all'amico Claudio Gallini, pubblico con piacere la prima parte di una sua ricerca storica sulla situazione, talvolta di disagio, che si "respirava" nella Piacenza del XV° secolo.
Ovviamente, la speranza, conciliando gli impegni lavorativi dell'autore, è di pubblicare il resto del lavoro che, personalmente, trovo interessantissimo!
Massimo Mazzoni

La storia della nostra città nei primi anni del XV secolo è stata, per certi versi, trascurata e poco rivalutata ai giorni nostri. In questo aggrovigliato periodo storico, possiamo fare il punto della situazione grazie soprattutto alle cronache raccontate da eruditi storici locali del tempo passato quali Cristoforo Poggiali e Vincenzo Boselli che, con grande - ed a volte maniacale - accuratezza, hanno fissato momenti molto importanti e decisivi della nostra città. E’ da subito doveroso precisare che, tra quattro e cinquecento, l’Emilia non appare come la conosciamo oggi ma risulta frazionata in “Romagna”, con Bologna e Ferrara, ed una Lombardia che comprendeva: Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena. Lo storico Giorgio Chittolini, in “Particolarismo signorile e feudale in Emilia fra Quattrocento e Cinquecento”, definisce infatti Piacenza come una città Lombarda, ma «di qua dal Po»”. Quest’analisi, seppur superficiale in questa sede, vuole prendere in considerazione una più complessa fase di passaggio che fa approdare Piacenza agli Sforza passando però attraverso altre dominazioni minori che spesso e volentieri non vengono ricordate, ma che hanno arrecato deterioramento e malcontento all’interno della nostra città.
Per i motivi geografici di cui si è fatto cenno precedentemente, citando Chittolini, Piacenza fu sottoposta, a volte irrimediabilmente, a scontri ed attriti che coinvolgevano le grandi potenze quali: il Ducato di Milano, lo Stato Pontificio, Venezia e Firenze. Queste potenze, comprese altre Europee impegnate nelle guerre d’Italia, usavano Piacenza come avamposto perché situata in una zona altamente strategica così da raggiungere in breve tempo molte destinazioni.
Questi comportamenti, queste brevi e disinteressate dominazioni, causarono a più riprese, una lenta capitolazione della città. La sopracitata situazione riguardava principalmente la città intesa come centro urbano racchiuso entro le mura e la crisi riguardava diversi ambiti: dal sanitario al politico e sociale, oltre al grave aspetto economico ed urbanistico.
Lo storico Vincenzo Boselli, racconta ad esempio che nel 1400 Piacenza appariva provata dalle continue lotte tra guelfi e ghibellini ma anche e soprattutto da importanti incursioni francesi che avvennero nel periodo Visconteo.
La morte di Gian Galeazzo Visconti, avvenuta il 3 Settembre 1402, spalancò le porte ad una fase storica molto complessa per il Ducato di Milano (che comprendeva anche Piacenza) causando un decennio di ingovernabilità: momento favorevole per l’ascesa di numerosi condottieri.
Per circa quattordici anni Piacenza fu terribilmente scossa da continue invasioni capeggiate da avventurieri quali: Facino (Bonifacio) Cane, Ottobono Terzi, Cabrino Fondulo, Giovanni Vignati, Castellino Beccaria, Pandolfo Malatesta oltre al piacentino Filippo Arcelli ed agli stessi Visconti.
Otto dominazioni in quattordici anni causarono una profonda crisi, uno scompenso urbano, sociale ed economico; Inoltre l’esplosione di una micidiale peste portò Piacenza al collasso totale, senza dimenticare anche le avverse condizioni climatiche che dalla siccità del 1401, passarono alle terribili inondazioni del 1402, con, tra l’altro, terremoti e tremende carestie.
Il centro urbano versava in una mesta desolazione, diroccato ed abbandonato: I cittadini scappavano dalla città per rifugiarsi sulle montagne, protetti da feudatari locali, le fortificazioni erano semidistrutte, così come le attività artigianali e commerciali che risultavano ferme. Erano cessate anche le attività religiose perché i monasteri e le chiese, baluardi della civiltà, furono razziati barbaramente. Lo stesso degrado venne riportato anche negli annali del “Ripalta” che descrive Piacenza, attorno al 1417, come una città abitata da solo 3 persone: uno nei pressi di Santa Brigida, un altro a S. Francesco e l’ultimo a S. Giovanni in Canale. Lo scrittore, esagerando probabilmente, descrive inoltre la piazza comunale di quegli anni coperta da una fitta vegetazione, tanto da sembrare un luogo adatto a lupi e fiere piuttosto che a uomini.

Una grande svolta, la caduta degli Arcelli ad opera del Carmagnola, riportò Piacenza nelle mani dei Visconti. Il giovanissimo Filippo Maria Visconti ricondusse, in un certo senso, la tranquillità generale a Piacenza dove già nel 1419 ripresero a funzionare le istituzioni urbane.
Il Visconti, ordinò la riparazione delle mura, e delle porte, stabilendo che entro due mesi i cittadini dovevano rientrare a Piacenza pena il sequestro di tutti i loro beni.
La confisca dei beni, a beneficio dei poveri, era prevista anche per gli ecclesiastici se non fossero rientrati in città ad esercitare le loro funzioni; Il Visconti concesse inoltre l’esenzione per dieci anni da ogni tipo di tassa, per chi fosse venuto ad abitare a Piacenza. Egli ordinò inoltre che fossero restituiti i castelli e tutti i beni immobili a coloro che ne furono stati derubati ingiustamente da qualche “occupatore”.
Il primo proposito ducale, sulla quale era incentrata la politica Viscontea di quegli anni, era il ripristino della pace e della tranquillità, da come si può rilevare da un’ordinanza di allora, riportata da Vincenzo Boselli nelle sue cronache locali.
Gli anni di dominazione Viscontea, guidati da Filippo Maria, crebbero nella ricostruzione del Ducato con diverse vicende caratterizzate dal dinamismo dei rapporti tra il Duca, i signori del contado e tra le diverse elites urbane, avvenimenti qui non presi in esame. L’ulteriore processo di sfaldamento dello Stato, avvenuto dopo la morte di Filippo Maria Visconti, portò nuovamente il caos in tutti i territori appartenenti al Ducato e così anche a Piacenza.

Fine 1ª parte

testo di: Claudio Gallini