copia-incolla_281119

Visualizzazione post con etichetta piacentini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta piacentini. Mostra tutti i post

martedì 8 maggio 2012

Calle del Placentines - la via dei piacentini a Siviglia

Ringrazio gli amici Davide Galli e Yuri Cavalli; aiuti fondamentali per la stesura di quest'articolo per me ricco di nozioni assolutamente inedite e interessantissime, su un'importante fase storica vissuta dai nostri concittadini fra il 1200 e il 1500.

Siviglia, l'importante città spagnola dell'Andalusia è considerata il centro artistico, culturale e finanziario della parte meridionale della penisola iberica.
La città, conobbe nel 1400 il periodo di massimo splendore ospitando addirittura la Casa de la Moneda (zecca) e, non c'è da meravigliarsi, se molti di coloro che hanno contribuito a questa crescita culturale avevano cognomi italiani. Infatti, la "colonia" italiana era composta principalmente da mercanti genovesi, fiorentini, veneziani, senesi e piacentini. Questo, spiega il perchè il centro sivigliano è ricco di toponimi legati a queste città italiane come: Calle de Génova, Calle de Florentín,  Calle de Lombardes, Calle de Placentines, ecc.
Calle de Placentines, deve il suo nome all'insediamento a siviglia di una colonia di cittadini provenienti dalla città di piacenza (piacentini) ed è la prosecuzione di Calle dl Francos verso la Plaza del Pan.
I commercianti piacentini, ebbero a disposizione fino al 1479 una loggia, anno in cui fu venduta a Siviglia e distrutta per far spazio a una piazza e a delle nuove botteghe commerciali.

"La fortuna di Piacenza è strettamente legata ai suoi rapporti con Genova,particolarmente dal XII secolo, quando la città iniziò ad aprirsi uno sbocco verso il Mare Ligure acquisendo territori nella Pianura Padana. Da quel momento il numero dei mercanti piacentini e milanesi crebbe nella Repubblica marinara, dove si affermarono come prestatori di denaro. Piacenza, situata lungo la Via Francigena e scalo importante sul corso del Po, sfruttò a suo vantaggio il declino di Pavia, divenendo fra il Duecento
ed il Trecento uno snodo fondamentale dell’area padana ed un centro all’avanguardia nella realizzazione di prodotti tessili di alta qualità e pregio. In questo periodo i piacentini, seguendo le rotte dei genovesi, ampliarono il loro raggio d’azione prima ai porti mediterranei e poi a quelli portoghesi e spagnoli, tra cui Siviglia. Da qui ottennero un ruolo importante nell’economia andalusa per i capitali di cui potevano disporre.25 La loro precoce presenza in città come comunità economicamente rilevante ed identificabile è testimoniata dal fatto che nella strada che chiudeva la cattedrale, adiacente alla Plaza de Santa María, esisteva una loggia di proprietà dei commercianti provenienti da Piacenza e da Milano; questa strada alla fi ne del Trecento prese ufficialmente la denominazione di Calle de Placentines
"

Fonte: ANNALISA D’ASCENZO - Siviglia e gli italiani tra Medioevo ed Età moderna

formella che ricorda la presenza piacentina nella città di Siviglia

domenica 4 gennaio 2009

la crescita di Piacenza

Piacenza, come del resto la maggioranza delle città italiane, negli ultimi quindici anni ha conosciuto attraverso l'immigrazione, profondi cambiamenti sociali e culturali che ne hanno trasformato notevolmente l'aspetto e le tradizioni di alcune aree cittadine, specialmente del centro storico.
E' proprio l'immigrazione il fattore principale che, dopo un ventennio (1981-2001) di inarrestabile decremento demografico di oltre 15.000 unità, che ci ha permesso di tornare da oltre un anno sopra le 100.000 persone abitanti in città, incrementando in un solo anno di quasi 1.500 nuovi cittadini.
Evito di imbattermi in discorsi in discorsi prettamente sociologici, anche perchè non ho le nozioni adeguate che mi consentano di argomentare una questione così delicata. Certamente la questione dovrebbe far comunque riflettere. Il 14% dei residenti a Piacenza è di origine straniera e, mentre la popolazione autoctona è sempre più anziana, quella forestiera invece, è in media molto più giovane ed avvezza a procreare di quanto non lo siano i piacentini in particolari e gli italiani in generale. Ammetto, inutile essere ipocriti, che baratterei quel 14% con altri italiani. Forse per una mia chiusura mentale che sicuramente mi fa difetto (ma in certi casi la convivenza è davvero dura) mentre, se invece volessi essere puramente nostalgico, mi manca l'atmosfera cittadina che si respirava quando ero un bambino e che ora in certe zone è completamente scomparsa.
Il mio resta un discorso che lascia il tempo che trova, la realtà è questa e va accettata come tale. La società è cambiata, se in meglio o in peggio non sta a me giudicare, ma razionalmente l'unica soluzione percorribile è davvero un integrazione che sia il più completa possibile.


Piacenza agli inizi del 900

domenica 18 novembre 2007

La Coppa - Specialità piacentina, ma per quanto?

Piacenza, non tutti lo sanno, è l'unica provincia in Europa a vantare tre D.O.P. (Coppa, salame e pancetta piacentina) eppure, spesso i nostri prodotti non vengono sufficientemente pubblicizzati ed esportati e, come al solito, mi tocca fare il duro raffronto con i cuginetti snob, ma sicuramente più furbi ed audaci di Parma.
Entrambe le province vantano prodotti agroalimentari di elevato prestigio, ma i Parmensi, sia per lungimiranza, sia per una buona dose di furbizia, hanno sempre avuto il grande merito di valorizzare al massimo le loro eccellenze, creando di Parma un vero e proprio marchio riconosciuto ovunque.
Chi non conosce: Parmalat, Parmacotto, Parmigiano Reggiano, la Violetta di Parma o l'acqua di Parma? Diciamolo pure, han creato attorno al nome della loro città una fama che la rende la capitale della gastronomia italiana. Su questo nulla da ridire, hanno saputo fare un'operazione di marketing maestosa creando attorno alla realtà un movimento economico impressionante. Quello che non sopporto, è la loro tendenza di volersi appropriare delle NOSTRE eccellenze, ma mi fa ancora più irritare il fatto che noi puntualmente glielo permettiamo. E' notizia di oggi 18/11/07 che la Provincia parmense ha fatto richiesta del marchio DOP per la loro??? Coppa, richiesta che probabilmente verrà concessa. Se così fosse, sarebbe un ulteriore impoverimento per la nostra realtà agroalimentare a favore della loro, e come al solito noi piacentini finiamo per essere "cornuti e mazziati".

notizia tratta da: http://www.polisquotidiano.it

La Provincia di Piacenza ha criticato la richiesta di Parma di dotare di marchio dop un nuovo insaccato, la coppa di Parma, quando già esiste un’analoga Coppa piacentina già con marchio riconosciuto. Sul dop alla Coppa di Parma l’orientamento del ministero alle politiche agricole è favorevole. “Non lo trovo corretto – afferma Mario Spezia, vicepresidente della Provincia di Piacenza e assessore all’Agricoltura – e al di fuori delle norme vigenti. Sarebbe uguale il comportamento del Ministero se da Piacenza partisse una richiesta per avere riconosciuto il culatello di Piacenza? Non credo”.

Non dimentichiamoci, che da noi si producono vini DOC, il grana, ma soprattutto anche salumi di cui Parma si fregia del DOP come il culatello (come del resto evidenziava Spezia). Perchè allora invece di minacciare non iniziamo a muoverci come loro, richiedendo davvero il DOP per il nostro culatello e valorizzando in maniera più consistente i nostri prodotti?

sabato 3 novembre 2007

Palazzi di Piacenza - Cortili & Giardini

Sfrutto questo bellissimo video trovato su youtube. Il filmato è opera di "Piasintei", a cui faccio i miei sinceri complimenti per la bellezza e l'interesse del suo operato.
All'interno di questa clip possiamo ammirare alcuni dei cortili e dei giardini più prestigiosi della città.

martedì 23 ottobre 2007

Il deserto di Piacenza




Il titolo del post è provocatorio, l'ignobile e frettoloso fotomontaggio lo è ancora di più, ma purtroppo, la provocazione rappresenta una situazione non troppo lontana dalla triste realtà.
Ogni anno il centro perde dei "pezzi", negozi storici che chiudono, locali pubblici quali: bar, pub etc, sono sempre più rari ed, a differenza di qualsiasi altra città, quello che dovrebbe essere il "cuore pulsante" della vita cittadina dopo le 19.30 si trasforma in un vero e proprio dormitorio. Non si pretende di vivere le notti milanesi o La Rambla di Barcellona, ma nemmeno l'atmosfera deprimente che troppo spesso si respira girando di sera nelle vie principali del centro. Se Cremona, Parma o qualsiasi altra città, hanno un centro animato e vivace, perchè, da noi queste condizioni sembrano chimere irraggiungibili? Tempo fa, appena chiudeva i battenti un locale c'era subito qualche banca pronta ad insediarvi l'ennesima filiale, mentre ora, gli istituti di credito devono battere l'ardua concorrenza di papabili gestori di Kebab o di call-center. Come sottolineato più volte, non mi interessa farne un discorso politico, ma per varie motivazioni, Piacenza sta morendo e mi piacerebbe sapere se vi è l'intenzione da parte del comune di provare a rianimarla, non solo con eventi estemporanei ma con un agevolazioni alle attività commerciali atte a rendere il centro più vivace e di conseguenza più bello ed appetibile per i possibili turisti ed ovviamente per tutti i cittadini. Ricordo che negli ultimi anni sono tantissimi i locali, i ristoranti i cinema che hanno cessato l'attività e ben raramente questi, sono stati sostituiti con attività similari. Mi piacerebbe "sentire" il vostro parere su come si potrebbe uscire da questa situazione di stallo e dare una maggiore linfa vitale al nostro bellissimo centro.

venerdì 24 agosto 2007

PALAZZO COSTA

Palazzo Costa è uno dei palazzi più importanti e scenografici di Piacenza, edificato nel settecento per opera della famiglia Costa, importanti mercanti di origine genovese.
Il filmato postato qui sotto è del noto videomaker Roberto Dassoni.

Ulteriori notizie ed immagini su questo bellissimo palazzo, le potete trovare sul sito http://www.spaziocosta.it lo spazio polivalente di arte e design che ha la propria sede proprio nelle sale della prestigiosa dimora.

martedì 7 agosto 2007

P.L.A.C. - la congiura di Piacenza

P.L.A.C. è l'acronimo di: Pallavicino, Landi, Anguissola e Confalonieri, le quattro famiglie nobili che, spinte da Ferdinando Gonzaga, misero in atto l'omicidio contro Pierluigi Farnese, duca di Parma & Piacenza. Uomo odiato dalla nobiltà piacentina e dalla sua popolazione, famoso per la sua spietatezza e crudeltà.
L'omicidio fu effettuato nella cittadella farnesiana, morì sotto le pugnalate del conte Anguissola e poi mostrato alla folla e gettato nel fossato della rocca.

Qui sotto, alcuni cenni di vita di Pierluigi Farnese, tratti da: http://it.wikipedia.org

Pier Luigi Farneseritratto da Tiziano (Museo Capodimonte - Napoli).

Pier Luigi Farnese
ritratto da Tiziano
(Museo Capodimonte - Napoli).

Pier Luigi Farnese (Roma, 19 novembre 1503 - Piacenza, 10 settembre 1547) fu il primo duca di Castro e il primo duca di Parma e Piacenza.

Pier Luigi jr. (per distinguerlo dal nonno Pier Luigi sr.), nacque dal cardinale Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III e, probabilmente, da Silvia Ruffini, gentildonna romana che avrebbe dato al futuro papa altri tre figli: Costanza, Paolo e Ranuccio. Questa sua origine non legittima lo tormentò per tutta la vita, e contribuì, in modo forse determinante, alla formazione del suo carattere. Per indicarlo, i nobili piacentini lo chiamavano con disprezzo "il bastardo del papa".

La carriera militare di Pier Luigi fu molto varia; sarà coinvolto su più fronti e al soldo di più padroni; a volte combatterà contro gli stessi familiari e addirittura contro il papa, abbandonando la tradizionale posizione guelfa dei Farnese. Non fu un semplice soldato o mercenario, fu lo stereotipo del guerriero: selvaggio, primordiale, amorale. Non gli mancarono coraggio e ardimento: fu forte, audace e risoluto, addirittura eroico, ma a tal punto efferato da ripugnare i suoi stessi committenti.

L'elezione di Paolo III

Improvvisamente una notizia a lungo attesa e forse ormai inaspettata, scosse Pier Luigi dal torpore in cui era ricaduto: nell’ottobre 1534 il padre, cardinale Alessandro Farnese, ascese al soglio di Pietro con il nome di Paolo III. Nella rocca di Valentano si organizzarono grandi festeggiamenti, dopodiché Pier Luigi, abbandonati i piaceri della vita familiare e le battute di caccia partì per Roma. Il primo atto del nuovo pontefice fu la creazione del nipote quattordicenne Alessandro, primogenito del figlio diletto, e del nipote, figlio di Costanza, Guidascanio Sforza, cardinali.

In politica estera il nuovo papa osservava la regola dell’equidistanza tra Francia ed impero. Tuttavia Carlo V lasciò intravedere al pontefice che avrebbe dato volentieri a Pier Luigi la città di Novara. Paolo III, invece, accettò per il figlio una pensione annua a condizione che non divenisse di pubblico dominio e, per il nipote Alessandro, il ricco arcivescovato di Monreale in Sicilia.

Il Ducato di Parma e Piacenza

L'ambizioso Pier Luigi, ambiva a qualcosa di più grande e di più autonomo rispetto alla Chiesa. Nella sua mente c’erano il ducato di Milano, la città di Siena o Piacenza.

Il papa, dopo il rifiuto di Carlo V di infeudare Pier Luigi con Milano, decise di investire il figlio e la sua discendenza del ducato di Parma e Piacenza, togliendo ad Ottavio Camerino e a Pier Luigi Nepi. La proposta di investitura fu fatta nel concistoro del 12 agosto 1545 e la votazione avvenne in quello del 17 agosto, non senza contrasti. Però, dopo che il camerlengo, Guidascanio Sforza, dimostrò che Parma e Piacenza rendevano 7.500 ducati l’anno, mentre Camerino rendeva 10.000 ducati e che in 10 anni il ducato di cui si parlava era costato alla Camera Apostolica la bellezza di 200.000 ducati, la votazione risultò favorevole alla decisione di Paolo III, che obbligò Pier Luigi a pagare un censo annuale di 9.000 ducati alla Camera Apostolica ed a cedere il ducato di Castro ad Ottavio, facendogli in questo modo riconoscere di essere un vassallo della Chiesa.

La dipendenza feudale del ducato di Parma e Piacenza dalla Santa Sede avrebbe costituito per più secoli (e ancora al congresso di Vienna) un motivo di rivendicazione da parte della Curia Romana, e di dispute tra quest'ultima e (passata poi Parma ai Borboni) gli stati borbonici: l'episodio più acuto di tale scontro fu probabilmente quello che avvenne, nel Settecento, con papa Clemente XIII.

Il duca prese possesso dei suoi stati il 23 settembre del 1545 e, non mostrando alcuna riconoscenza verso il papa, considerando il merito della formazione del ducato tutto suo, cercò di trasformare il vassallaggio in favore dell’imperatore, ma lo stesso Carlo V rifiutò.

I primi provvedimenti a cui mise mano furono: l’apertura di numerose scuole in cui si insegnavano la medicina, il diritto e la letteratura latina e greca; la costruzione di nuove vie di comunicazione per favorire il commercio; la riforma del sistema amministrativo prendendo spunto dal modello milanese; la riforma del sistema giudiziario in forma più garantista: i giudici dovevano motivare gli arresti.
Diede forte slancio all’agricoltura abolendo la tassa sul bestiame, riparando strade rurali, ricostruendo o restaurando ponti e migliorando il regime delle acque. Per l’industria ed il commercio migliorò le comunicazioni tra le varie regioni del ducato e sviluppò il servizio postale.

Per riassestare il bilancio assoggettò tutti gli abitanti al pagamento delle tasse e soppresse le esenzioni ingiustificate. Per poter raggiungere tale scopo ordinò ai preti di censire tutti i parrocchiani dai 10 ai 70 anni d’età; da ogni parrocchia furono eletti tre rappresentanti, uno ricco, uno di modesta fortuna ed uno povero; costoro avrebbero dovuto censire i beni mobili, immobili ed il bestiame di ogni parrocchiano. Con tale metodo il duca venne a conoscenza delle ricchezze di ogni abitante e fu in grado di ripartire equamente le cariche pubbliche e le tasse.

Per garantire la sicurezza dello stato, Pier Luigi creò delle legioni composte da cinque compagnie di 200 fanti ciascuna ed una guardia personale. Non tralasciando il suo pallino che era la costruzione di una fortezza a Piacenza. Del disegno dell’opera fu incaricato Domenico Giannelli. Il piano fu sottoposto alla revisione del San Gallo e di Michelangelo, che lo approvarono con poche modifiche l’11 novembre 1545. La nuova fortezza doveva essere un baluardo contro gli spagnoli ed un ammonimento contro coloro che criticavano la sua politica di riforme.

Pier Luigi sapeva bene che i nobili lo odiavano e che la borghesia ed il popolo non lo avevano molto in simpatia, così, per avere un controllo più saldo della situazione, decise che chiunque avesse una rendita superiore a 200 scudi avrebbe dovuto risiedere in città, pena la perdita dei beni.

Tutte queste precauzioni non erano inutili perché Carlo V, che nel frattempo era diventato ostile al papa, non aveva gradito la cessione del ducato a Pier Luigi. A causa di questa rottura, inoltre, erano ricominciate a formarsi le fazioni guelfa con il papa, la Francia, Venezia, Parma e Ferrara e quella ghibellina con l’imperatore, la Spagna, Genova, i Medici e i Gonzaga.

La congiura di Piacenza e la tragica morte

Fu proprio Ferdinando Gonzaga, conosciuto in Italia come Don Ferrante, governatore di Milano, che, avendo appreso che l’imperatore voleva appropriarsi del ducato di Parma e Piacenza alla morte del papa, decise di colpire i Farnese verso cui covava un odio mortale.

Gonzaga iniziò a far spiare Pier Luigi ed a mandare rapporti continui a Madrid ed a Carlo V. Pier Luigi, da parte sua, consapevole che alla morte del padre la bufera si sarebbe abbattuta su di lui, non rimase con le mani in mano; il 4 giugno 1547 fece sposare la figlia Vittoria con il duca di Urbino, Guidobaldo II della Rovere; alla fine dello stesso mese stipulò il contratto di fidanzamento tra il figlio Orazio e la figlia del re di Francia, Enrico II, Diana; e continuò alacremente i lavori di fortificazione del suo ducato.

Carlo V, preoccupato per il procedere dei lavori a Parma, si convinse a lasciare mano libera a Don Ferrante per organizzare una congiura contro il duca.

Già il marchese Pallavicini di Cortemaggiore, fuoriuscito a Crema, aveva offerto il suo braccio e quello dei suoi amici al Gonzaga, ma questi rifiutò perché costui era sotto la stretta sorveglianza delle spie dei Farnese. Preferì invece affidarsi al suo lontano parente Luigi Gonzaga, signore di Castiglione, e al di lui cognato conte Giovanni Anguissola, che si impegnò a trovare altri congiurati tra la nobiltà parmense. L’Anguissola riuscì a convincere il conte Agostino Landi, il marchese Giovan Luigi Confalonieri e i marchesi Girolamo e Alessandro Pallavicini.

"Nel fatal giorno 10 settembre 1547, trovandosi Pierluigi nella vecchia cittadella di Piacenza, furono presi i posti, trattenute le poche guardie tedesche, ed alcune uccise dai congiurati. Il conte Anguissola entrò risoluto nella stanza ov'era il duca, a cui tante pugnalate si calarono sinché diè segno di vita. Aperta la finestra che più riguarda verso la piazza egli, l'Anguissola, ed il Landi mostrarono il cadavere al popolo gridando libertà e Impero, e quindi lo piombarono giù nella fossa. Questa tragedia compiuta, furono introdotti in città i soldati imperiali che stavano in aspetto nelle vicinanze, e il giorno di poi D. Ferrante Gonzaga venne a prenderne possesso per Cesare" (dal Vocabolario topografico dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, di Lorenzo Molossi, Parma, dalla tipografia ducale, 1832-34, pag. 317-8).

Dopo la morte del figlio, il papa riunì il concistoro ed accusò Don Ferrante della sua morte, ridicolizzando le motivazioni che adduceva per l’occupazione di Piacenza, dopodiché dichiarò espressamente che Ottavio sarebbe stato il nuovo duca ed il nuovo Gonfaloniere della Chiesa.

Di lui è stato detto, come di Caravaggio, "morì male così come era vissuto".

Il suo corpo fu ricomposto e sepolto a Piacenza, prima in una chiesa, poi in un'altra; in seguito la salma fu fatta traslare a Parma dalla moglie Gerolama Orsini e infine fu trasferita nella tomba di famiglia sull'isola Bisentina, dove dopo la morte lo raggiunsero anche la moglie e il figlio cardinale Ranuccio.

Pier Luigi Farnese ebbe dalla moglie Gerolama Orsini quattro figli: Ottavio, che gli succederà a capo del ducato, Alessandro, che fu vescovo di Parma e cardinale, Ranuccio, lui pure cardinale, e arcivescovo di Napoli, e Vittoria, che andò sposa a Guidobaldo II, duca d'Urbino. Ebbe poi anche un figlio naturale, Orazio che sposò Diana d'Angoulême, figlia naturale del re di Francia Enrico II.

venerdì 3 agosto 2007

L'Angil dal Dom

Prendendo spunto da un bellissimo video scovato su youtube, dedico questo post ad uno dei simboli di Piacenza: L'Angil dal dom, che da seicento anni svetta sulla guglia del campanile della cattedrale, come una sorta di angelo custode per tutti i piacentini.
Posto una bellissima poesia Valente Faustini, dedicata appunto all'Angil dal dom:

LÔNTAN DA CÁ

Angil dal Dom, o nos bell'Angil dór
c'at sè i nostar sôspir quand sôm partì
e che magon! quand s' eram in vapôr
e in dla nebbia a t'hôm vist a scomparì:

Angil bon, tegna a meint 'l nos dôlôr!
tegnl'a a meint, Angil d'or, ... e qust völ di'...
aslârga i' âl bell grand e con pö amôr
lamó in sla nossa cá in dôv sôm nassí;

e quand s'agh leva 'l füm d'al nos camein,
cme un sospir c'vö andâ a 'l ciel pö drit c'as pössa...
digh a la mamma ca la peinsa bein,

digh c'an pinsôm che da tornâ a cá nossa,
sôtt a il to âl, con i' atar Piaseintein,
e stäg chiet, cme i sinein sôtt a la ciossa.


Qui sotto, il video che riprende il momento in cui l'Angelo viene smontato dal campanile per esser sottoposto ai restauri

sabato 28 luglio 2007

Parole sante!

Mi limito a riportare pari pari, un articolo tratto da www.liberta.it
Il Sig. Marco Civardi ha espresso praticamente il mio pensiero. Piacenza Ha le potenzialità per organizzare eventi culturali di alto livello, per creare un movimento turistico che sia degno di definirsi tale. Per raggiungere questi risultati ci vuole però un connubio di energie fra tutte le parti, ma da noi, queste collaborazioni per il bene comune sembrano essere vere e proprie chimere.

Qui la lettera tratta da "Libertà"
di MARCO CIVARDI*
Si sono perse le Tracce e le Tendenze, se ne sono andati i suoni beat e le Carovane hanno fatto armi e bagagli; anni a contare gli extracomunitari irregolari che entrano in città e gli eventi culturali che la lasciano. Benedetta maledetta Piacenza, al centro di tutto e così lontana da tutto, stretta tra Milano e Parma, incapace di trovare una sua vocazione, un suo appeal.
Mi spiace tremendamente dirlo, anzi ribadirlo, ma è proprio così. Gente operosa i piacentini, ospitali al limite del rimetterci, a volte troppo umili. E forse per questa eccessiva umiltà relegati ai margini della festa.
Gli Enti locali non fungono da sprone, i privati non sono incentivati ad investire. Ma del basso profilo ci siamo stancati tutti! Perché Mantova deve essere la capitale della cultura? Perchè Parma quella dell'opera lirica? Perché Milano - che già aveva tutto o quasi - dall'anno prossimo avrà anche l'Heineken Jamming Festival, diventando così la capitale della musica? Tutto ruota intorno a noi, ma non ci tocca mai...
Perché invece noi abbiamo perso eventi, personaggi, artisti, intellettuali? Perché non si è in grado o non si vuole fare di Carovane, una volta depurata da quella fastidiosa ideologia che la rendeva vernissage dell'intellettualismo comunista, un meeting di culture, pensieri, tradizioni? Perché invece di meramente criticare le opere che ornano (non oso dire abbelliscono) le rotonde e di prometterne la demolizione, non si trova il posto adatto dove esporle, dove poterle contemplare e apprezzare, dove conoscere quei giovani artisti e architetti piacentini che le hanno progettate e che non meritano un simile trattamento?
Perché non si può lavorare insieme, pubblico e privato, sul Daturi Festival (speriamo che gli organizzatori tengano duro!) per farlo diventare un nostro Heineken Festival? Perché lo stesso Heineken Festival di Milano non può costituire un indotto per la nostra città? Sono 100-150 mila giovani che per quattro giorni invaderanno la metropoli milanese che si sta attrezzando con ostelli, alberghi e campeggi: perchè non possiamo avviare una collaborazione con Milano e farci delegare alcune funzioni e servizi?
Oggi il Comune di Piacenza ha un Assessore al marketing territoriale. Mi pare persona attiva e volenterosa, a giudicare dai primi passi. Il mio appello è perché non si faccia imbrigliare nella pesante burocrazia comunale o nei pesi e contrappesi dell'equilibrio politico. Piacenza ha voglia di crescere, e a tutte le potenzialità per farlo anche da un punto di vista culturale, artistico e turistico: teniamo i piedi per terra, ma per arrivare in alto ogni tanto bisogna anche sognare: e poi è così bello farlo...
*Alleanza Nazionale