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mercoledì 11 dicembre 2019

Gli affreschi del Pordenone attraverso le "foto - sfera"

di Claudio Gallini


Nella primavera del 2018, tra il 4 marzo e il 10 giugno per la precisione, su iniziativa della Banca di Piacenza, la popolazione ha potuto ammirare, attraverso un percorso in quota, davvero da vicino gli affreschi della cupola maggiore della basilica cittadina di Santa Maria di Campagna.

Una preziosa possibilità che ha permesso di rimanere per qualche minuto negli stessi luoghi dove ha lavorato l'artista friulano Giovanni Antonio de' Sacchis detto "Il Pordenone"; una preziosa opportunità per recepire meglio il messaggio che egli ha voluto trasmettere con i sui dipinti.

Passo dopo passo, gradino dopo gradino, si sale in cima alla cupola da dove è possibile altresì avere una vista molto particolare e unica sulla città, a trecentosessanta gradi.

Un punto privilegiato di osservazione, unico sinora e limitato soltanto a chi è addetto alla manutenzione della chiesa o agli studenti d'arte e artisti che hanno voluto capire da vicino i giochi di prospettiva usati dal Pordenone; questo camminamento in circolo attorno la cupola è infatti detto, "degli artisti".

Attraverso qualche foto sfera di seguito proposta, si potrà avere la possibilità di trovarsi proprio lassù e ammirare virtualmente una parte delle opere dell'artista friulano.

Segnaliamo inoltre l'apertura straordinaria della salita in data 31 dicembre 2019; trovate tutte le informazioni sul sito: https://www.salitaalpordenone.it/

Sullo stesso sito potrete inoltre reperire numerosissime nozioni storiche inerenti all'evento.






Cupola Maggiore di Santa Maria di Campagna (Daniele - Abacuc - Profeti)


martedì 31 luglio 2018

Personalità piacentine... don Luigi Bearesi

Personalità piacentine... don Luigi Bearesi
di Claudio Gallini


Il prossimo due agosto si celebrerà l’anniversario della scomparsa del compianto don Luigi Bearesi

Quattordici anni fa si spegneva, presso la Casa del Clero di Piacenza, il sacerdote poeta e ricercatore della nostra città nato a Polignano di San Pietro in Cerro il 9 settembre 1931.


giovedì 14 dicembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad… sagàtt, sagattä, sagattameint


di Claudio Gallini





In questo appuntamento ormai fisso di Ripensando Piacenza, il blog dell’omonima pagina Facebook raggiungibile da qui, dedicato al dialetto piacentino, trattiamo di un’altra parola entrata pienamente come dialettismo nel parlar comune dei piacentini.



Siete mai stati accusati di “sagattare”? Oppure di aver procurato del “sagattamento”?



Cerchiamo di comprendere meglio con il supporto del prezioso “Vocabolario Piacentino – Italiano” di mons. Tammi, edito dalla Banca di Piacenza nel 1998.

giovedì 27 luglio 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... panaròn

a cura di
Claudio Gallini



Oggi la nostra rubrica dedicata al dialetto piacentino tratta del termine panaròn e del relativo dialettismo locale "panarone", diffusissimo nelle parlate piacentine ed in alcune zone limitrofe, come affronteremo in quest'analisi.

Per chi non lo sapesse il cosiddetto panaròn è nient'altro che uno scarafaggio, una blatta, quell'insetto dal corpo color brunastro, che spesso e volentieri infesta le nostre case.


Un esemplare di panaròn, lo scarafaggio.
(Fonte immagine: http://www.teknoitaliaservice.it)

Facciamo un esempio pratico con questo termine applicato al dialetto piacentino:

Spatassä di panaròn, "Schiacciare degli scarafaggi".

oppure in italiano, utilizzando il dialettismo:

Avevo la casa piena di "panaroni" ed ho risolto il problema con una disinfestazione!


Secondo mons. Tammi, autore del Vocabolario piacentino - italiano edito dalla Banca di Piacenza, il lemma deriverebbe da pan con suffisso -aròn, "-arrone" con valore accrescitivo e spregiativo, tipico del basso meridione italiano; un suffisso che nel nostro dialetto è spesso utilizzato. 

Scopriamo, a titolo di curiosità, com'è chiamato questo insetto nei dintorni di Piacenza, soprattutto al di fuori dalla nostra provincia.

Nel milanese è chiamato sia panaròn, sia panaròt; a Genova è: bagùn; a Cremona è: panaròt;  a Parma è: scarafàzz. 


In conclusione vogliamo segnalare che in senso scherzoso possono esser chiamati panaròn, a Piacenza, anche i sacerdoti per il colore nero delle loro vesti talari; tuttavia con tono invece spregiativo si può usare questo termine quando si vuole paragonare l'insetto ad un individuo.





Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.

venerdì 9 giugno 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... cunfanòn

A cura di 
Claudio Gallini


Il ritornello di una canzone piacentina, molto conosciuta, recita così:

La g'ha scussalein russ
cmè i cunfanòn di prä,
la camiṡötta biànca
cla sa tütta 'd bugä;
du bèi ucciòn celèst
ch'i fan innamurä.
L'è la po bèlla fiòla
ca végna in sal marcä!

L'avete riconosciuta vero? 

Si tratta di "Scussalein russ". 

E' una delle più belle canzoni cantate con il nostro dialetto, grazie alla musica del maestro Pierino Testori, con il testo di Egidio Carella.

A dirla tutta il testo del maestro Carella nacque come una poesia e quel grembiule indossato dalla graziosa ragazza descritta nel poema è di color rosso, un rosso così vivo che ricorda i cunfanòn, ovvero i papaveri che d'estate crescono spontanei nei prati cittadini e di campagna.


In talune zone del piacentino è denominato altresì gunfanòn, quindi a ricordarci meglio l'origine del termine. 

Infatti l'assonanza con "gonfalone", "confalone", non è a caso come ci riporta mons. Guido Tammi nella sua preziosa opera, il Vocabolario piacentino - italiano edito dalla Banca di Piacenza; difatti il colore di questo fiore sarebbe il rosso fiamma utilizzato spesso nei vessilli.


Uno scatto da primo premio eseguito dal fotografo Massimo Mazzoni
con un bel papavero cresciuto nei pressi del Pubblico Passeggio a Piacenza

In alta val Nure, a titolo di curiosità, la radice del lemma rimane la stessa ma, attraverso un suono piuttosto nasale, diviene, cõnfanòn

Curiosando ai confini del "piacentino" possiamo citare brevemente il papavero genovese: papàvo, quello milanese: pupulàna, nell'estremo alessandrino orientale invece è: fantinéta, e nel cremonese risulterebbe: campanìn.

Terminiamo questo appuntamento dedicato al dialetto, con l'invito ad ascoltare la bellissima canzone Scussalein russ che vi rallegrerà sicuramente. 








Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.


venerdì 12 maggio 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... scurnüssla

A cura di
Claudio Gallini



Un'antica filastrocca piacentina recita così:

Scurnüssla vé dal bàss, c'at darò pan e grass, c'at darò la ricuttèina, par la sìra e la mattèina.

che tradotta sarebbe:

"Lucciola scendi in basso, ti darò pane e lardo, ti darò la ricottina per la sera e la mattina".

In questa puntata tratteremo per l'appunto di lucciole, quei piccoli insetti che nel buio delle notti d'estate volteggiano, soprattutto vicino ai prati, con la caratteristica lucina che splende con moto alternativo.

In foto un esemplare di lucciola
(fonte immagine: www.lastampa.it)
La lucciola a Piacenza è chiamata appunto, scurnüssla.

Nel Vocabolario piacentino - italiano edito dalla Banca di Piacenza, mons. Tammi ci spiega molto chiaramente l'etimologia di questo lemma dialettale che deriverebbe dal latino culilùcida, ossia, "sedere lucente".

E' un termine dialettale molto originale e caratteristico della nostra città e di alcune zone limitrofe, come confermato dalla consultazione di alcuni atlanti linguistici.

Difatti intervistando un parmigiano, la chiamerà: lùzza, un cremonese: lüzentèn, a Milano: zirö, a Genova addirittura: ciabéla.

Il Vocabolario Piacentino - Italiano edito dalla Banca di Piacenza, ci riporta anche la variante: lüzarein. 

In alta val Nure è denominata, a titolo di curiosità, invece: lümèn, ma anche cõnchèn nella forma più arcaica.



Un simpatico disegno che illustra una "scurnüssla".
(fonte immagine: http://www.logomore.net).


Nel piacentino antico il Foresti ci conferma la voce: scôrnuzla, praticamente identica a quella odierna.
(NB: quella "ô" va letta come l'ou francese come four, forno).

Chiudo il mio brevissimo intervento con una piccola raccomandazione, invitando tutti voi a non prendere mai lucciole per lanterne… 






Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.

martedì 2 maggio 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... ragò, regò, ragù

A cura di
Claudio Gallini

Noi piacentini siamo unici anche per alcune espressioni idiomatiche che ci identificano in maniera molto decisa. Quando ascoltiamo frasi del tipo: Cùst l’è un bell ragò, oppure Am so truvä in meṡ d’un ragò, vado dritto al senso di questo breve articolo.

La voce dialettale ragò indica difatti la confusione che puoi trovare in Piazza de’ Cavalli la sera dei “venerdì piacentini” o le mattine dei mercoledì e sabato intorno ai banchi del mercato cittadino ma altresì è un pasticcio, una situazione difficile da risolvere, un ragò insomma!

L’origine di questo lemma è ben spiegata nel vocabolario di mons. Tammi, edito dalla Banca di Piacenza, che per questa rubrica sarà un vero punto di riferimento. 


Il “ragò” deriverebbe dal francese “ragout” che a sua volta è generato dalla fusione del verbo ragouter e dal sostantivo gout ossia, “risvegliare il gusto”; chiaramente “ragò” richiama il pantagruelico “ragù” che oltre ad essere davvero gustoso è proprio una, passatemi il termine, confusione di carni e verdure, come il senso figurato che assume in particolar modo nel nostro vernacolo.

Il “ragò” è talmente parte di noi piacentini che viene utilizzato per esprimere in italiano corrente le situazioni prima descritte, come per le frasi, ad esempio, “Mio figlio ha combinato un bel ragò!”, oppure, “Ho un gran ragò in testa...”, e così via.

Il Foresti, altro vocabolario che sfoglieremo soprattutto per confrontare l’evoluzione dei termini dialettali piacentini, nel 1836 riportava già questa voce, alla quale l’autore dà questa definizione: “Cibreo e anche ragù. Voce dell’uso. Intingolo, manicaretto noto.”

A titolo di curiosità anche Francesco Cherubini, autore del famoso “Vocabolario milanese - italiano” fornisce la stessa definizione per ragò e aggiunge però questo esempio “Ragò de robba frùsta”.

Il Tammi inoltre contempla la variante: regò

E’ da riferire infine il vezzeggiativo raguttèin che non sminuisce in questo caso il buon ragù preparato dalla nonna, ma anzi lo elogia come nella frase, Ho mangiä un raguttèin tant bòn... am végna fàm ragàss!



(Fonte immagine: http://www.giallozafferano.it)












Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.