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giovedì 31 agosto 2017

Giorgio Armani e Piacenza

Giorgio Armani e Piacenza

di Claudio Gallini


In rete, specialmente sui social, si leggono ogni tanto dei commenti di utenti locali, anche del nostro gruppo Facebook “Ripensando Piacenza”, che lamentano il mancato attaccamento alle proprie origini dell’imperatore della moda Giorgio Armani; sembra difatti, secondo alcuni, che egli non ricordi mai ai media le sue origini piacentine, e altri insinuino che si dichiari alla stampa addirittura nato a Milano.


Fonte Immagine: www.biografiaonline.it

A controprova di tutto ciò ho invece recentemente letto un articolo sul giornale spagnolo “El Paìs” dove il “nostro” Giorgio dichiara chiaramente le sue origini piacentine.

Il pezzo, a firma di Lucas Arraut, risale allo scorso 31 maggio 2017 e riporta un’intervista fatta ad Armani a proposito dell’inaugurazione della sua sontuosa casa di Milano, nei pressi del quartiere Brera, in un palazzo del XVII secolo.

L’intero articolo è quasi interamente incentrato su questa lussuosa dimora posta su tre piani più un terrazzo, eccetera ed eccetera, e il giornalista coglie nel suo scritto ogni singolo particolare anche d’arredamento di questa impareggiabile dimora.

Ad un certo punto Armani, descrivendo un angolo della casa riporta così, tradotto dallo spagnolo:

"C’è un grande quadro che viene da un vecchio cinema a Piacenza, la città dove sono nato e cresciuto. I Buddha di bronzo provengono dalla Thailandia e tutti gli altri pezzi rivelano sentori dell'Estremo Oriente […]. Sono testimonianze di amicizia e rispetto reciproco che ho raccolto nel corso degli anni".

Immagine tratta da: https://elpais.com




Quindi si vuole spezzare una lancia a favore del "bianco - rosso" Giorgio Armani e ringraziarlo per ricordare sempre la sua città natale e far conoscere così in tutto il mondo la stupenda Piacenza che come direbbe un mio grande amico: "La nostra città è paragonabile a una bella signora ma vestita male"… non potremmo chiedere un aiutino a Giorgio?

giovedì 22 giugno 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... madgòn

a cura di 
Claudio Gallini


Alla fine del sec. XIX fu emessa una legge (la n. 5849 del 22 dicembre 1888) in cui si obbligava a possedere una laurea nel caso si volesse esercitare la figura di medico, ostetrica, veterinario, dentista e così via.

In questo modo si volevano escludere dall'esercizio della professione medica tutte quelle figure che fino a prima avevano lavorato liberamente come: “mediconi”, “levatrici” e cose simili.

Un medicastro d'altri tempi...
(Fonte immagine: https://it.pinterest.com/) 

I racconti dei miei nonni, e dei miei genitori, non sono però così lontani nel tempo da quando la parola madgòn ogni tanto veniva pronunciata anche a casa mia.

Nonostante lo Stato avesse richiamato sindaci e prefetti, in concomitanza della promulgazione della legge prima citata, a controllare e denunciare ogni tipo di attività illecita, il “medicone” riscuoteva, soprattutto nei centri più rurali e poveri, più fiducia rispetto ad un dottore di tutto rispetto. 


Nel disegno vediamo una "levatrice" del passato all'opera durante un parto in casa.
(Fonte immagine: http://www.ecodibiella.it) 

Solo con l’avvento del “Medico condotto” si è probabilmente iniziato a veder pian piano sfumare queste figure; la “levatrice non laureata" ha invece resistito sino all'ultimo parto avvenuto in casa. 

Il medicone curava spesso con impiastri, decotti e cose simili ma quando egli si affidava invece a pratiche che stavano al confine tra la magia e la religione, dimostrava davvero il suo essere poco professionale. 

A Piacenza i medicastri erano chiamati, come ci suggerisce mons. Tammi, i duttùr dal bòn marcä, ovvero i dottori a buon mercato, ma a dirla tutta non valevano proprio niente. 

I creduloni, quelli che alle medicine preferivano la “stregoneria”, rispondevano di contro: 

Al val po al pel d’un madgòn che deṡ gran dutturon, ossia “vale di più il pelo di un medicone che non dieci gran dottoroni”. 

Concludiamo con la semplice analisi etimologica che ci arriva come accrescitivo di medico che a sua volta deriva dal latino “medicus”.

Voi avete mai conosciuto un madgòn?







Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.

venerdì 26 maggio 2017

C'era una volta a Piacenza... Un elefante in mostra a Piacenza

a cura di
Claudio Gallini





In un post pubblicato tempo fa sul gruppo Facebook di Ripensando Piacenza, un'amica ci chiedeva  se in epoca moderna fosse transitato a Piacenza un elefante, perché letto in un libro in suo possesso; ho immediatamente aperto il cassetto dei ricordi in merito ad un racconto che lessi nelle prime pagine dell’ultimo volume delle “Memorie Storiche della città di Piacenza”, compilato da Cristoforo Poggiali.



Stemma del comune di Gossolengo (fonte: Wikipedia)


Riportiamo di seguito quanto scritto dall’annalista piacentino:

"Toccò nel gennaio corrente (1655 Nda) ai nostri concittadini il piacere nelle italiane contrade assai raro di veder, contemplare coi propri loro occhi un elefante, che fu condotto in Piacenza da certi todeschi, i quali, mediante una discreta mancia, lo mostravan al popolo sotto alle Volte delle piazza, là dove facevasi il Corpo di Guardia delli Soldati".

poi aggiunse:

"Assai caro nondimeno tal piacere costò a certo giovane, il quale, avendo mostrato per burla di dare un pomo al detto animale e poi avendoglielo negato, fu ragione, che esso animale sdegnatosi, con il naso, a tromba lo gettò in aria, e caduto per terra lo calpestò con i piedi, in maniera che non si poté aiutare per la qual cascata il giovane morì; fu sepolto in Sant'Ilario".

e concluse:

"Ed ecco una nuova conferma dell’antico proverbio, che insegna, essere un’imprudenza somma, e una cosa di pericol sempre piena l’addomesticarsi e trescare con chi ha forze maggiori di noi".

Quella dei pachiderma che passano a Piacenza dev'essere davvero un’abitudine poiché secondo una leggenda molto antica, Annibale, che sappiamo essere transitato giusto per una battaglia dalle nostri parti dotato di questi grossi animali, lasciò in cura alle genti di Gossolengo un elefante sfregiato durante gli scontri sul Trebbia. 



Ancora oggi, per tale ragione, lo stemma del comune di Gossolengo raffigura proprio un elefante, in memoria di questo leggendario racconto.

Fonte Immagine: https://www.eurogiochisrl.it
Un simpatico utente del gruppo Facebook ha addirittura proposto di posizionarne uno gonfiabile nel bel mezzo di Piazza Cavalli, cosa ne pensate?









Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.










giovedì 20 aprile 2017

C'era una volta a Piacenza... Piacenza crocevia da oltre due millenni

a cura di
Claudio Gallini


In virtù delle polemiche scaturite sui media locali, ma ancor prima sulla nostra pagina Facebook "Ripensando Piacenza", in merito all’esclusione della nostra città dai festeggiamenti dei 2200 anni di vita della via Emilia che collega Rimini a Piacenza, abbiamo pensato di raccogliere qualche informazione storica, molto chiara e sintetica, che possa far luce sulla spinosa diatriba viaria, perlomeno da questo punto di vista.

Dal sito www.2200anniemilia.it, creato ad hoc per l’evento, che lega assieme in questo contesto soltanto le città di Parma, Reggio Emilia e Modena, leggiamo:
“Tre città nel cuore della regione riflettono sulla loro storia più antica quando attorno alla Via Aemilia si radicò una cultura in grado di superare differenze etniche e campanilismi”.
la didascalia prosegue poi in questo modo:
“Modena e Parma, colonie fondate nel 183 a.C. e Reggio Emilia, istituita come forum negli stessi anni, condividono il fondatore Marco Emilio Lepido, il console a cui si deve la costruzione della Via Aemilia, destinata a diventare l’elemento unificante della regione che tuttora ne conserva il nome”. 
Per la redazione di questo articolo ci affideremo, oltre agli annalisti locali, anche agli scritti del geografo greco Strabone sfogliandone naturalmente i testi volgarizzati; ci riferiamo al trattato geografico più ampio dell'antichità, utile in questo caso per lo studio del mondo romano.

A quell’epoca, nel III sec. a.C., la conquista della Pianura Padana era un ghiotto obiettivo dell’Impero Romano sia in termini di crescita territoriale, sia in visione di un’espansione economica e militare.

Nel 220 a.C. per mano di Gaio Flaminio Nepote iniziò così la costruzione di una strada che collegava Roma al nord Italia; in un solo anno terminò infatti la cosiddetta via Flaminia che dalla capitale giungeva sino a Rimini.

Estratto del “Descriptio Totius Italiae, Qua Situs, Origines, Imperia Civitatum” del sec. XVI di Leandro Alberti.
Egli fa riferimento a Strabone ed in questo passo si scrive che Emilio Lepido condusse la via Emilia da Piacenza a Rimini per congiungerla con la Flaminia condotta da Roma a Rimini.

La stessa cosa fece poco più tardi, nel 189 a.C., Marco Emilio Lepido che, come ci racconta Cristoforo Poggiali, dopo aver vinto le popolazioni liguri, impiegò le stesse per la costruzione di una nuova strada “ampissima e comodissima” battezzata con il suo nome, via Emilia; una strada che non nacque però “ex novo”, ma ricalcò antichi cammini utilizzati dalla popolazioni etrusche e greche. 

Un asse viario, lungo 177 miglia romane (circa 300 chilometri) che da Piacenza arrivava al mar Adriatico e poi a Roma.

E’ sufficiente comunque ritornare a leggere Strabone per averne conferma:
“M. Emilio Lepido condusse la via da Piacenza ad Arimine (Rimini Nda) per congiungerla con la Flaminia condotta da Roma da G. Flaminio ad Arimine, la qual fu poi rassettata da Augusto”.

La porzione di Tavola Peutingeriana o Tabula Peutingeriana che ritroviamo nell'immagine (Fonte: Wikipedia) è una copia del XII-XIII secolo di un'antica carta romana che mostra le vie militari dell'Impero romano.
In questa porzione si scorge Piacenza (Placentia) con la via Emilia sino a Bologna (Bononia) e oltre.

Il Poggiali nel primo tomo delle Memorie storiche di Piacenza pubblicate nel 1757, rincalza nuovamente Strabone con queste parole:
“Siamo debitori di questa notizia a Strabone, [...] osservo l’Itininerario di S. Antonino e la Tavola Peutingeriana descriverci chiaramente la via Emilia secondo la mente di Strabone; cioè da Rimini, dove incominciava e si univa alla via Flaminia, venendo a Bologna, e a Piacenza e di qui ripiegandosi a Milano, Brescia, Verona fino ad Aquileia”.
e continua:
“Di questa via Emilia quella parte, che si stende da Piacenza, o piuttosto dalla Trebbia fino ai confini del Bolognese, ne’ secoli di mezzo fu chiamata anche via Claudia, come ricavasi da Strumenti e Scritture autentiche di que’ tempi”.
Anche lo scrittore bolognese Leandro Alberti in “Descrittione di tutta Italia”, volume edito duecento anni prima della preziosa pubblicazione del Poggiali riporta esattamente:
“[...] Ritornando al ponte del Reno che congiunge insieme la via Emilia (com’è detto) la qual via Emilia cominciava da Rimini e trascorrea a Piacenza [...]”.

La costruzione di una strada romana (Fonte immagine: www.capitolivm.it)
In questa bella immagine è rappresentato il metodo adottato dai romani per la costruzione di strade.
Si noti tra le didascalie una curiosità legata al nostro dialetto.
Con il termine "rudus" i romani indicavano proprio il pietrame di scarto, i rottami.

L’intera zona compresa fra il Po e le montagne fu da quel momento arrangiato in funzione della via Emilia che fungeva da spartiacque tra gli Appennini e la Pianura Padana.

Come abbiamo letto, Augusto la lastricò restaurandola e definendone il capolinea non a Piacenza ma ad una decina di chilometri dal centro, nei pressi del Trebbia come confermato dai ceppi militari augustei.

Piacenza è da secoli crocevia di tante vie di comunicazione, molto importanti non solo per l’aspetto commerciale, ma anche per quello militare e religioso.

Dalla nostra città partivano, già in antico, i collegamenti con città importanti quali Milano, Genova, Tortona e Pavia per citarne solo alcune; osservando le più antiche mappe di Piacenza, o ancora meglio nei nomi di alcune vie odierne, possiamo tracciarne ancora oggi facilmente la rotta.








Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.