Due dialettismi piacentini molto comuni, derivati dal nostro bellissimo vernacolo, sono i verbi e sinonimi “spargnaccare” e “spatacciare” ossia schiacciare, maciullare o addirittura “affrittellare” come indicò Lorenzo Foresti nel suo prezioso Vocabolario Piacentino – Italiano edito, in terza edizione, nel 1883.
Contenitore di tutte le eccellenze di cui il Territorio piacentino dispone. Senza alcuna presunzione, vorrebbe creare dibattiti ed idee utili per dare uno slancio culturale ad una città ed una provincia con grandi potenzialità, solo minimamente sfruttate. questo blog non ha alcuna tendenza politica.
copia-incolla_281119
!->
Visualizzazione post con etichetta Lorenzo Foresti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lorenzo Foresti. Mostra tutti i post
giovedì 15 marzo 2018
giovedì 28 dicembre 2017
A tòc e bucòn parlùm d'anvëin
a cura di
Claudio Gallini
Agnellotti, agnolotti, anolini, cappelletti… per noi piacentini sono semplicemente anvëin! Guai a chiamarli diversamente, guai!
Claudio Gallini
Agnellotti, agnolotti, anolini, cappelletti… per noi piacentini sono semplicemente anvëin! Guai a chiamarli diversamente, guai!
Anche l’autore de, “Il dialetto piacentino”, Leopoldo Cerri nel 1910 tenne a precisare che i primi citati, agnellotti e agnolotti, non sono di origine piacentina ma nemmeno gli anvëin che a suo pensiero sarebbero stati portati nel piacentino nei primordi del sec. XIX in concomitanza dell’invasione francese.
Il Cerri, a differenza di mons. Guido Tammi che non azzarda alcuna analisi etimologica, sostiene che la pasta ripiena più famosa a Piacenza derivi da en-vin poiché già allora era usanza annegare gli anvëin in una fondina ricolma di vino.
E’ bene precisare che gli anvëin piacentini si differenziano da altri prodotti simili dal ripieno che deve essere rigorosamente di stracotto e cotti nel cosiddetto “brodo di terza” ovverosia preparato con la carne di gallina, vitello e manzo.
giovedì 2 novembre 2017
A tòc e bucòn parlùm ad... gadàn
di Claudio Gallini
Meschino, misero, taccagno, bruco, tritone, sciatto, sciamannato, sette definizioni poco allegre che Lorenzo Foresti nel 1836 dava per l’epiteto che ancora sovente è pronunciato dai piacentini D.O.C., gadàn.
La definizione del Foresti aggiunge addirittura dei sinonimi dialettali quali sbindaòn e tartlòn e per quest’ultimo aggiunge la spiegazione di “gretto”.
giovedì 12 ottobre 2017
A tòc e bucòn parlùm ad... panä, panäda e panadélla
A tòc e bucòn parlùm ad... panä, panäda e panadélla
di Claudio Gallini
Oggi la nostra rubrica dedicata al dialetto piacentino, vuole riscoprire, attraverso le parole panä, panäda e panadélla un piatto tipico della tradizione gastronomica emiliana, chiamato generalmente, in italiano, “panata”; si tratta di una ricetta molto povera, un tempo molto diffusa anche a Piacenza, soprattutto dal mondo rurale e meno abbiente.
Si tratta di un piatto di recupero del pane raffermo e sfogliando le ricette sapientemente catalogate dalla compianta Carmen Artocchini riusciamo a scoprire le versioni piacentine.
Etichette:
Carmen Artocchini,
claudio gallini,
dialetto piacentino,
Guido Tammi,
Lorenzo Foresti,
panà,
panàda,
panadélla,
panata,
Piacenza,
ricette piacentine
venerdì 12 maggio 2017
A tòc e bucòn parlùm ad... scurnüssla
A cura di
Claudio Gallini
Un'antica filastrocca piacentina recita così:
Scurnüssla vé dal bàss, c'at darò pan e grass, c'at darò la ricuttèina, par la sìra e la mattèina.
che tradotta sarebbe:
"Lucciola scendi in basso, ti darò pane e lardo, ti darò la ricottina per la sera e la mattina".
In questa puntata tratteremo per l'appunto di lucciole, quei piccoli insetti che nel buio delle notti d'estate volteggiano, soprattutto vicino ai prati, con la caratteristica lucina che splende con moto alternativo.
![]() |
| In foto un esemplare di lucciola (fonte immagine: www.lastampa.it) |
La lucciola a Piacenza è chiamata appunto, scurnüssla.
Nel Vocabolario piacentino - italiano edito dalla Banca di Piacenza, mons. Tammi ci spiega molto chiaramente l'etimologia di questo lemma dialettale che deriverebbe dal latino culilùcida, ossia, "sedere lucente".
E' un termine dialettale molto originale e caratteristico della nostra città e di alcune zone limitrofe, come confermato dalla consultazione di alcuni atlanti linguistici.
Difatti intervistando un parmigiano, la chiamerà: lùzza, un cremonese: lüzentèn, a Milano: lüzirö, a Genova addirittura: ciabéla.
Il Vocabolario Piacentino - Italiano edito dalla Banca di Piacenza, ci riporta anche la variante: lüzarein.
In alta val Nure è denominata, a titolo di curiosità, invece: lümèn, ma anche cõnchèn nella forma più arcaica.
Nel piacentino antico il Foresti ci conferma la voce: scôrnuzla, praticamente identica a quella odierna.
(NB: quella "ô" va letta come l'ou francese come four, forno).
Chiudo il mio brevissimo intervento con una piccola raccomandazione, invitando tutti voi a non prendere mai lucciole per lanterne…

Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.

Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.
martedì 2 maggio 2017
A tòc e bucòn parlùm ad... ragò, regò, ragù
A cura di
Claudio Gallini
Noi piacentini siamo unici anche per alcune espressioni idiomatiche che ci identificano in maniera molto decisa. Quando ascoltiamo frasi del tipo: Cùst l’è un bell ragò, oppure Am so truvä in meṡ d’un ragò, vado dritto al senso di questo breve articolo.
Claudio Gallini
Noi piacentini siamo unici anche per alcune espressioni idiomatiche che ci identificano in maniera molto decisa. Quando ascoltiamo frasi del tipo: Cùst l’è un bell ragò, oppure Am so truvä in meṡ d’un ragò, vado dritto al senso di questo breve articolo.
La voce dialettale ragò indica difatti la confusione che puoi trovare in Piazza de’ Cavalli la sera dei “venerdì piacentini” o le mattine dei mercoledì e sabato intorno ai banchi del mercato cittadino ma altresì è un pasticcio, una situazione difficile da risolvere, un ragò insomma!
L’origine di questo lemma è ben spiegata nel vocabolario di mons. Tammi, edito dalla Banca di Piacenza, che per questa rubrica sarà un vero punto di riferimento.
Il “ragò” deriverebbe dal francese “ragout” che a sua volta è generato dalla fusione del verbo ragouter e dal sostantivo gout ossia, “risvegliare il gusto”; chiaramente “ragò” richiama il pantagruelico “ragù” che oltre ad essere davvero gustoso è proprio una, passatemi il termine, confusione di carni e verdure, come il senso figurato che assume in particolar modo nel nostro vernacolo.
Il “ragò” è talmente parte di noi piacentini che viene utilizzato per esprimere in italiano corrente le situazioni prima descritte, come per le frasi, ad esempio, “Mio figlio ha combinato un bel ragò!”, oppure, “Ho un gran ragò in testa...”, e così via.
Il Foresti, altro vocabolario che sfoglieremo soprattutto per confrontare l’evoluzione dei termini dialettali piacentini, nel 1836 riportava già questa voce, alla quale l’autore dà questa definizione: “Cibreo e anche ragù. Voce dell’uso. Intingolo, manicaretto noto.”
A titolo di curiosità anche Francesco Cherubini, autore del famoso “Vocabolario milanese - italiano” fornisce la stessa definizione per ragò e aggiunge però questo esempio “Ragò de robba frùsta”.
Il Tammi inoltre contempla la variante: regò
E’ da riferire infine il vezzeggiativo raguttèin che non sminuisce in questo caso il buon ragù preparato dalla nonna, ma anzi lo elogia come nella frase, Ho mangiä un raguttèin tant bòn... am végna fàm ragàss!
Etichette:
Banca di Piacenza,
claudio gallini,
Dialetto,
dialetto piacentino,
Guido Tammi,
Lorenzo Foresti,
Piacenza,
ragò,
ragù,
Vocabolario piacentino italiano
giovedì 6 aprile 2017
A tòc e bucòn parlùm ad... raṡdùra (razdùra)
A cura di
Claudio Gallini
Una parola dialettale pronunciata dai piacentini forse più un tempo rispetto ad oggi è raṡdùra e raṡdùr, che potremmo rispettivamente identificare con la massaia e il capo famiglia.
Claudio Gallini
Una parola dialettale pronunciata dai piacentini forse più un tempo rispetto ad oggi è raṡdùra e raṡdùr, che potremmo rispettivamente identificare con la massaia e il capo famiglia.
Un tempo la raṡdùra era inquadrata come la donna di casa (la suocera o la mamma) alla quale bisognava portare un doveroso rispetto, le nuore probabilmente anche un giustificato timore, e ad ella bisognava sottostare e obbedire.
Lo scrivente, che ha radici dell’alta val Nure, può aggiungere altresì che la raṡdùra di montagna chiamata più comunemente mamà, nunéna o nòna, impartiva anche precisi ordini quali la cura della stalla col relativo bestiame, la manutenzione del pollaio, il lavoro nei campi, e altri lavori spesso umilianti.
Tutte le donne di casa erano quindi dipendenti dalla raṡdùra che dal marito aveva sovente la procura dell’amministrazione delle entrate e delle uscite familiari; quando una nuora doveva acquistare anche un grembiule nuovo era costretta a chiederle il denaro ma poche volte la domanda veniva accettata.
La versione maschile raṡdùr è invece orientata al marito della massaia ovvero il capo famiglia, il Signore che governava l’azienda agricola che in campagna potremmo identificare col mezzadro, responsabile del buon andamento della famiglia; quando veniva a mancare il marito, la moglie amministrava a trecentosessanta gradi l’intera famiglia.
In tutta l’Emilia ritroviamo questa voce che a Bologna, ad esempio, suona come arzdòura / arzdòur, o in Romagna come azdòra / azdòr con lievi varianti a seconda della zona; questa è una voce tipicamente emiliana che deriva dal latino regere con il significato di “reggitrice” ma anche di direttrice.
Nell'uso corrente diremmo semplicemente, massaia e “capoccia” per l’uomo.
A titolo di curiosità Lorenzo Foresti, nel suo vocabolario piacentino-italiano del 1836, ci riporta la voce in questo modo: razdòra / razdòr.
I confini linguistici, infine, non sempre rispettano quelli provinciali, difatti troviamo questo lemma, con le dovute variazioni linguistiche, anche ai confini provinciali dell’Emilia verso nord, come nel pavese, nel cremonese o nel mantovano per citarne solo alcuni.
(In foto una raṡdùra degli anni '30 del sec. XX, Archivio A. Morisi)
Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonte d'ispirazione per le sue ricerche.
Iscriviti a:
Post (Atom)



