copia-incolla_281119

Visualizzazione post con etichetta Vocabolario piacentino italiano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vocabolario piacentino italiano. Mostra tutti i post

giovedì 14 dicembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad… sagàtt, sagattä, sagattameint


di Claudio Gallini





In questo appuntamento ormai fisso di Ripensando Piacenza, il blog dell’omonima pagina Facebook raggiungibile da qui, dedicato al dialetto piacentino, trattiamo di un’altra parola entrata pienamente come dialettismo nel parlar comune dei piacentini.



Siete mai stati accusati di “sagattare”? Oppure di aver procurato del “sagattamento”?



Cerchiamo di comprendere meglio con il supporto del prezioso “Vocabolario Piacentino – Italiano” di mons. Tammi, edito dalla Banca di Piacenza nel 1998.

giovedì 2 novembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... gadàn

di Claudio Gallini


Meschino, misero, taccagno, bruco, tritone, sciatto, sciamannato, sette definizioni poco allegre che Lorenzo Foresti nel 1836 dava per l’epiteto che ancora sovente è pronunciato dai piacentini D.O.C., gadàn.

La definizione del Foresti aggiunge addirittura dei sinonimi dialettali quali sbindaòn e tartlòn e per quest’ultimo aggiunge la spiegazione di “gretto”.

venerdì 9 giugno 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... cunfanòn

A cura di 
Claudio Gallini


Il ritornello di una canzone piacentina, molto conosciuta, recita così:

La g'ha scussalein russ
cmè i cunfanòn di prä,
la camiṡötta biànca
cla sa tütta 'd bugä;
du bèi ucciòn celèst
ch'i fan innamurä.
L'è la po bèlla fiòla
ca végna in sal marcä!

L'avete riconosciuta vero? 

Si tratta di "Scussalein russ". 

E' una delle più belle canzoni cantate con il nostro dialetto, grazie alla musica del maestro Pierino Testori, con il testo di Egidio Carella.

A dirla tutta il testo del maestro Carella nacque come una poesia e quel grembiule indossato dalla graziosa ragazza descritta nel poema è di color rosso, un rosso così vivo che ricorda i cunfanòn, ovvero i papaveri che d'estate crescono spontanei nei prati cittadini e di campagna.


In talune zone del piacentino è denominato altresì gunfanòn, quindi a ricordarci meglio l'origine del termine. 

Infatti l'assonanza con "gonfalone", "confalone", non è a caso come ci riporta mons. Guido Tammi nella sua preziosa opera, il Vocabolario piacentino - italiano edito dalla Banca di Piacenza; difatti il colore di questo fiore sarebbe il rosso fiamma utilizzato spesso nei vessilli.


Uno scatto da primo premio eseguito dal fotografo Massimo Mazzoni
con un bel papavero cresciuto nei pressi del Pubblico Passeggio a Piacenza

In alta val Nure, a titolo di curiosità, la radice del lemma rimane la stessa ma, attraverso un suono piuttosto nasale, diviene, cõnfanòn

Curiosando ai confini del "piacentino" possiamo citare brevemente il papavero genovese: papàvo, quello milanese: pupulàna, nell'estremo alessandrino orientale invece è: fantinéta, e nel cremonese risulterebbe: campanìn.

Terminiamo questo appuntamento dedicato al dialetto, con l'invito ad ascoltare la bellissima canzone Scussalein russ che vi rallegrerà sicuramente. 








Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.


martedì 2 maggio 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... ragò, regò, ragù

A cura di
Claudio Gallini

Noi piacentini siamo unici anche per alcune espressioni idiomatiche che ci identificano in maniera molto decisa. Quando ascoltiamo frasi del tipo: Cùst l’è un bell ragò, oppure Am so truvä in meṡ d’un ragò, vado dritto al senso di questo breve articolo.

La voce dialettale ragò indica difatti la confusione che puoi trovare in Piazza de’ Cavalli la sera dei “venerdì piacentini” o le mattine dei mercoledì e sabato intorno ai banchi del mercato cittadino ma altresì è un pasticcio, una situazione difficile da risolvere, un ragò insomma!

L’origine di questo lemma è ben spiegata nel vocabolario di mons. Tammi, edito dalla Banca di Piacenza, che per questa rubrica sarà un vero punto di riferimento. 


Il “ragò” deriverebbe dal francese “ragout” che a sua volta è generato dalla fusione del verbo ragouter e dal sostantivo gout ossia, “risvegliare il gusto”; chiaramente “ragò” richiama il pantagruelico “ragù” che oltre ad essere davvero gustoso è proprio una, passatemi il termine, confusione di carni e verdure, come il senso figurato che assume in particolar modo nel nostro vernacolo.

Il “ragò” è talmente parte di noi piacentini che viene utilizzato per esprimere in italiano corrente le situazioni prima descritte, come per le frasi, ad esempio, “Mio figlio ha combinato un bel ragò!”, oppure, “Ho un gran ragò in testa...”, e così via.

Il Foresti, altro vocabolario che sfoglieremo soprattutto per confrontare l’evoluzione dei termini dialettali piacentini, nel 1836 riportava già questa voce, alla quale l’autore dà questa definizione: “Cibreo e anche ragù. Voce dell’uso. Intingolo, manicaretto noto.”

A titolo di curiosità anche Francesco Cherubini, autore del famoso “Vocabolario milanese - italiano” fornisce la stessa definizione per ragò e aggiunge però questo esempio “Ragò de robba frùsta”.

Il Tammi inoltre contempla la variante: regò

E’ da riferire infine il vezzeggiativo raguttèin che non sminuisce in questo caso il buon ragù preparato dalla nonna, ma anzi lo elogia come nella frase, Ho mangiä un raguttèin tant bòn... am végna fàm ragàss!



(Fonte immagine: http://www.giallozafferano.it)












Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.