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mercoledì 1 gennaio 2020

La Piacenza dell'Ottocento descritta da Luciano Scarabelli

a cura di Claudio Gallini





Con questo articolo vogliamo riportare una breve ma interessante descrizione della Piacenza di metà Ottocento, elaborata dallo storico e politico di origini piacentine Luciano Scarabelli (1806 – 1878) nella prefazione della sua opera: “Guida ai monumenti storici ed artistici della città di Piacenza”, edita nel 1841.

A seguire, nella stessa prefazione, lo Scarabelli intraprende alcune riflessioni degne di nota che ripercorrono, in poche righe, la storia di Piacenza; valutazioni che saranno qui ricopiate poiché contengono delle notizie inedite e molto curiose.

Lo Scarabelli è ricordato tra gli studiosi “autodidatti” più importanti della nostra città nell’Ottocento che riuscì addirittura a portare alle stampe oltre le cento pubblicazioni che spaziano dalla storia dell’arte sino alla filologia, passando per la paleografia.

Egli, amico del letterato piacentino Pietro Giordani, fu anzitutto insegnante di scuola primaria a Piacenza, poi fu trasferito a Parma, successivamente a Firenze e nel 1848 insegnò presso il Collegio Nazionale di Genova per poi passare, undici anni più tardi, all’Accademia delle Belle Arti di Milano.

Nel 1861 fu nominato deputato del Consiglio di Spoleto e alla Camera ove s’impegnò al miglioramento della scuola; nel 1874 riprese la sua carriera d’insegnante presso l’Accademia delle belle Arti di Bologna e, una volta in pensione, ritornò a Piacenza con l’incarico di riordinare l’Archivio Storico Comunale.

Luciano Scarabelli morì a Piacenza nel 1878.




Un'immagine di Luciano Scarabelli prelevata dalla rivista: "Archivio Nisseno, Anno I numero I, Caltanissetta, 2007".



martedì 17 dicembre 2019

La chiesa di San Giovanni in canale raccontata dalle fotosfere

a cura di Claudio Gallini

Con questo articolo il nostro blog vuole proporre delle recentissime “foto - sfera” ritratte all'interno della chiesa domenicana di San Giovanni in canale a Piacenza.

Lo scopo del seguente trafiletto è pertanto quello di permettere a chi è lontano dalla nostra città da tempo, di poter ammirare le bellezze artistiche e architettoniche di questo antico tempio proprio come se fosse al suo interno grazie a questi scatti che permettono una vista a trecentosessanta gradi sui principali ambienti.

Questa chiesa possiede una denominazione molto particolare, poiché quel "canale" che segue "San Giovanni" si riconduce a tutta quella serie di rivoli che circondavano un tempo la zona e questi canali servivano all'irrigazione degli orti e per far funzionare i mulini; toponimi come "via Beverora", "via Molineria San Giovanni" e anche "via Asse" non sono rimasti a noi per caso.

La chiesa fu fondata nel 1220 dall'ordine dei Domenicani grazie a una donazione e nei pressi del rio Beverora trovarono posto le prime fondazione della chiesa dedicata a San Giovanni Battista; solo in un secondo tempo fu aggiunta la specificazione "in canale" per distinguerla dagli altri templi che avevano la stessa denominazione ma soprattutto per quanto soprascritto.

Esploriamo virtualmente la chiesa partendo dal sagrato e poi al suo interno.

Se state visualizzando il blog da un computer o da un tablet, vi consigliamo di allargare le immagini a tutto schermo per apprezzare meglio le immagini.




(Clicca sull'icona [   ] in alto a destra dell'immagine qui sotto, per allargare a tutto schermo)

La facciata gotica della chiesa di San Giovanni in Canale a Piacenza è ben visibile da viale Beverora dove diparte una gradinata che giunge sul sagrato della stessa posto in via Croce al civico n° 26.
É da riportare che il grosso rosone risale invece al 1800. Al centro della facciata, in alto, si notino poi tre nicchie, poco profonde, contenenti dei mosaici risalenti al sec. XX, dove riconosciamo al centro l’immagine di Cristo, a sinistra la B.V.M. con Bambino e a destra San Giovanni Battista titolare del tempio.

mercoledì 22 maggio 2019

lunedì 18 marzo 2019

Una sera nel cortile di Palazzo Farnese a Piacenza in una fotosfera

a cura di Claudio Gallini

Grazie alla "foto sfera" qui proposta, potrete ammirare a trecentosessanta gradi, la bellezza di Palazzo Farnese a Piacenza, come se foste al centro del cortile in una sera d'inverno.

mercoledì 13 marzo 2019

A tòc e bucòn parlùm ad... ciribìgula!

di Claudio Gallini


Un termine dialettale di origine quasi certamente onomatopeica, in uso ai piacentini soprattutto nei mesi più caldi, è senz'altro la ciribìgula; lemma utilizzato a Piacenza, anche in italiano sotto forma di dialettismo, per indicare niente meno che la fastidiosissima zanzara.

lunedì 4 marzo 2019

Piazza Cavalli in una fotosfera notturna

di Claudio Gallini

Attraverso questa "foto - sfera" è possibile avere una visuale a 360° dal centro della nostra Piazza Cavalli in uno scatto notturno.

sabato 16 febbraio 2019

La cappella del "Signùr mòrt" di "Strada Levata", in una fotosfera

Testo e foto di Claudio Gallini

La frenesia odierna ci porta spesso a camminare lungo la stessa via tutti i giorni senza cogliere alcuni particolari che meriterebbero più attenzione. 

È il caso della "Cappella del Crocifisso" posta al civico 45 di via Taverna. 

Quanti di Voi la conoscono? La signora Teresa Ambroggi, piacentina doc di 'strada levata', ci suggerisce che per i più “vecchi” quella cappella è conosciuta come “Al Signùr mòrt ad strä’lvè” e guai a chiamarla in un altro modo!

Il sacello, inserito tra le mura dell’ospedale e l’abside della chiesa dei santi Nazzaro e Celso, fu eretto su un altro tempio più antico nei primi anni del sec. XVII per mano di Giuseppe e Bartolomeo Fioruzzi e su volontà di un benefattore.

Alla sinistra dell’ingresso, in via Taverna, è riconoscibile una nicchia con una fessura per le offerte e sulla cancellata è posta una targa metallica riportante l'anno: “AD MCMXXX”.

L’interno è incantevole e meritevole di una visita in silenzio, il luogo ideale per una preghiera.

Grazie alla foto sfera qui sotto presentata potrete apprezzarne l’interno a 360°

giovedì 12 ottobre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... panä, panäda e panadélla

A tòc e bucòn parlùm ad... panä, panäda e panadélla
di Claudio Gallini





Oggi la nostra rubrica dedicata al dialetto piacentino, vuole riscoprire, attraverso le parole panä, panäda e panadélla un piatto tipico della tradizione gastronomica emiliana, chiamato generalmente, in italiano, “panata”; si tratta di una ricetta molto povera, un tempo molto diffusa anche a Piacenza, soprattutto dal mondo rurale e meno abbiente.



Si tratta di un piatto di recupero del pane raffermo e sfogliando le ricette sapientemente catalogate dalla compianta Carmen Artocchini riusciamo a scoprire le versioni piacentine.


mercoledì 14 giugno 2017

C'era una volta a Piacenza... siccità e alluvioni nella storia di Piacenza

a cura di
Claudio Gallini





Le cronache sul clima degli ultimi decenni sembrano essere sempre più nefaste; i giornali trattano con molta frequenza di alluvioni, siccità, ondate di calore, eventi estremi in genere.



Alluvione dell'ottobre 1907 a Piacenza.
Questa è strada S. Agnese (via A. Genocchi).
A sinistra, l'oratorio di S. Agnese, protettrice dei barcaioli, demolito nei primi mesi del 1919.
Foto di Giulio Milani - Immagine inserita su gentile concessione di Giovanna Cremona.



Notizie ahimè all'ordine del giorno e che ci riguardano molto da vicino. 



Il ricordo dell’alluvione che colpì Piacenza e molte zone della provincia nell'autunno del 2015 è ancora vivo.



Abbiamo inoltre la sensazione che questi eventi si stiano intensificando con prospettive di danni economici, sistemi produttivi messi al tappeto e purtroppo anche feriti per non dire peggio.

Alluvione a Roncarolo di Mortizza nel 1926, si mettono in salvo gli animali
(foto inserita su gentile concessione di Giovanni Corgnati).


Ma nel passato le questioni climatiche erano tutte rose e fiori?



Siamo andati a sfogliare alcuni volumi delle cronache passate, scritti da autori di tutto rispetto quali: P. M. Campi, U. Locati e C. Poggiali.


Guardate cosa abbiamo trovato senza troppe pretese di approfondimento.

Il Campi, nella sua opera “Dell'historia ecclesiastica di Piacenza”, scrisse che nel 1371 Piacenza fu colpita da una tremenda siccità e arsura perché da tanti mesi non era piovuto.

il canonico scrisse poi che per tale ragione il vescovo Cocconato ordinò una processione nel mese di agosto e fu aperta la tomba di S. Antonino nel chiostro di S. Maria in Cortina e riportò esattamente:

“la Divina bontà fece scendere per tutto il piacentino abbondevole pioggia, che oltre ad umettare i secchi campi, ristorò gli afflitti corpi humani”.
Piena del Po, anno 1907, in foto via Mazzini
(Foto di Giulio Milani)

Anche Umberto Locati, nella sua “Cronica dell'origine di Piacenza“ riporta di una grande siccità che colpì il nostro territorio nel 1562:
“Nell’anno 1562 fu tanta la siccità sul Piacentino, che dal Febraio infino all’Ottobre, et quindi infino alla fine dell’anno mai venne pioggia dal cielo. Per la qual cosa la maggior parte de pozzi et delle fonti rimasero secche et prive del loro solito humore”.
e proseguì:
“Ma peggio fu, che quella siccità si trasse dietro una grandissima carestia di fromento et d’ogni sorte di legumi in tanto, che il fromento, sotto la verga andò ad uno scudo lo staio”.
Il racconto del Locati prosegue indicando tutte le precauzioni prese dal Duca di Piacenza per evitare carestie ma soprattutto rincari, visto che i cereali non sarebbero bastati per sei mesi; dal Piemonte attraverso il Po arrivarono dei sacchi di frumento, segale, legumi in aiuto alla nostra popolazione.

L’anno successivo, il 1563, fu invece abbondante e ricco d’ogni cosa, “da pomi et noci inflori” come ci riferisce sempre il Locati.

Un’ immagine della piena del 13 novembre 1951 quando il livello del fiume raggiunse i 10,25 m lambendo le arcate del ponte ferroviario.
(Fonte immagine: http://blog.libero.it/occhiobello/9476557)

Il Poggiali, in merito al febbraio del 1663, scriveva così:
“[...] che per la gran neve caduta in questo tempo, li sortumi erano tanto bassi, che seccarono in Piacenza la maggior parte dei pozzi, e il Po venne tanto magro, che fu guazzato con cavalli, cosa per ricordo d’uomini non più udita”.
Per l'anno 1683 riportava queste righe:
“Fu talmente asciutto l’inverno di quest’anno e parte della Primavera eziando, che del Febbraio e Marzo vedevasi la polvere per le strade così copiosa ed arida, come nel Luglio, e nell’agosto. Non s’ebbero piogge, non nevi, non nebbie di sorta veruna, ma durò sempre eguale un ostinato sereno bellissimo, dal Novembre dell’Anno scorso (1682 Nda), fino al fine Aprile di questo, in che si ottenne la tanto sospirata, e necessaria pioggia, per intercessione di Nostra Signora del Popolo”.
Nel novembre del 1705 Piacenza fu colpita da una straordinaria inondazione del Po che provocò seri danni alla nostra città; così scriveva Cristoforo Poggiali:
“Addì 3 Novembre 1705 seguì una grandissima, ed affatto straordinaria inondazione del Po, con danno immenso del nostro Stato, e rovina intera di molte famiglie, le quali avevano i loro poderi vicino a quel Fiume”.
e proseguì:
“Arrivarono le acque fino a Fombio e dalla banda di qua, entrate nella stessa Città, allagarono tutta la Contrada, chiamata Strada Nuova, fin’oltre Chiesa di S. Maria di Borghetto. Molte furono le case diroccate dall’impeto della corrente, molte le bestie, ed anche persone annegate, e moltissimi i poderi coperti di sabbia, e renduti infruttiferi per più Anni”.
Piacenza cinquecentesca.
(fonte immagine: https://www.portaleabruzzo.com)


L’anno 1707 è ricordato negli annali come un altro anno di siccità e inondazioni come leggiamo sempre dalla mano del Poggiali:

“[...] e ciò atteso la penuria di grani, e de’ foraggi, che si prova nel corrente Anno, per la siccità della scorsa Estate, e le straordinarie inondazioni ultimamente accadute”:

Allo stesso modo scriveva nelle cronache di dieci anni dopo:

“Una sì ostinata ed esiziale siccità provossi nel Piacentino parte del Verno, e quasi tutta la Primavera, e l’Estate dell’Anno 1718, ch’io non saprei dire, se nelle Storie nostre memoria trovisi d’altra maggiore”

Il Poggiali nacque tre anni dopo e presumibilmente queste notizie gli giunsero direttamente dai suoi congiunti, e proseguì:

“Difatti non leggo, che in altra congiuntura giammai, come in questa, tante, e sì devote Processioni, preghiere solenni, limosine generali [...] Solamente trovo notato che, essendo venuto nel giorno 12 di Luglio un gagliardo temporale con acqua, che durò circa un’ora, e mezzo, ristorò alquanto la campagna sitibonda (che ha bisogno di sete Nda), ed arsa da più di sei mesi”.

Un’ora e mezza d’acqua non erano sufficienti e per il bisogno urgentissimo di pioggia, si scrisse che due giorni dopo fu portata in processione per la città la statua di san Nicola di Bari; il Poggiali aggiunse che vi fu una grande partecipazione di cittadini, tutti in “abito di penitenza” e torce accese in mano.



A questo punto mi pongo la domanda: 



Sta davvero cambiando il clima o sta cambiando il modo di informare le persone sul clima stesso? 



Voi cosa ne pensate ?




Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.




domenica 7 maggio 2017

Personalità piacentine... Mario Morisi piacentino benemerito 2016, da Groppallo di Farini (PC) a Dole in Francia

A cura di
Claudio Gallini





E’ ormai cosa risaputa che il comprensorio di Groppallo, nel comune di Farini in provincia di Piacenza, è terra fertile non soltanto per la coltivazione di pregiati cereali e tuberi di magnificata considerazione, ma altresì può celebrare di aver dato radici e natali a personalità conosciute in tutto il mondo nel settore della cultura, delle arti, della cucina, e possiamo proseguire ab libitum



Tra queste figure del presente, vogliamo trattare in questa sede dello scrittore e giornalista italo francese Mario Morisi, già premiato piacentino benemerito nel 2016.


Mario Morisi in uno scatto di © Martin Gore

Chi è abbastanza pratico di queste zone ma non conosce nel profondo il mitico Morisi, avrà già prontamente associato il suo cognome allo splendido villaggio di Groppazzolo di Groppallo; difatti le radici di Mario Absentès (da Assente), con questo pseudonimo e molti altri firma spesso i suoi lavori, affondano proprio in quel borgo fiabesco che in epoche medievali era un dipartimento a sé con tanto di castello, oggi ahimè scomparso, una propria chiesa dotata di campanile, fortunatamente ancora in piedi, dove “Chi ‘d Muröra” (un tipico soprannome del posto) rappresentano e identificano la sua discendenza.


Di seguito si vuole dare una sintetica biografia di questa grande persona che, nonostante abiti e lavori in Francia, dove ha maturato un’apprezzabile notorietà, non dimentica mai di ispirarsi e citare le fondamenta della sua famiglia d’origine, dando lustro ai nostri luoghi piacentini e all’Italia.

Mario Morisi è nato il 1° gennaio 1951 a Neuilly-sur-Seine giusto poco meno di venti minuti dalla Tour Eiffel, a nord-ovest di Parigi, da Giovanni, capocantiere nel settore dell’isolamento termico emigrato in Francia dalla Valnure in tenera età, e da Janine, “una francesina allevata in mezzo a tante amiche italiane”, proprio come ce la rappresentò Mario sul suo sito (www.mariomoris.eu).

Egli trascorse i primi sette anni della sua vita viaggiando per la Francia in lungo e in largo con suo padre: da Marsiglia a Boulogne, da Dunkerque a Saint-André de l'Eure, passando per Pornichet fino a stabilirsi definitivamente nei pressi di Dole nel dipartimento del Giura nella regione della Franca Contea dove egli si formò.

Mario Morisi è il biografo ufficiale di Roberto Baggio in Francia.
(Foto: Archivio Morisi)
A Dole compì gli studi liceali, frequentò l’Università di Besançon fino a conseguire un master in filosofia presso la Facoltà di Lettere di Besançon, uno degli atenei più antichi d’Europa (1422) con una biblioteca di prim'ordine che supera i 160.000 volumi gelosamente conservati.

Al conseguimento della laurea egli si trasferì in Inghilterra, vicino a Birmingham, presso il “Solihull Sixth Form College” per lavorare come insegnante di francese e due anni dopo in Algeria nel Sahara algerino di El Oued, con la stessa missione.

In entrambi i casi giocò a calcio, anche da semi-professionista; fu una speranza del calcio, fino a giocare nelle selezione scolastica transalpina.

Di ritorno in patria Mario divenne il direttore della “MJC” (Maison des jeunes et de la culture, ossia la “Casa della gioventù e della cultura”); si tratta di strutture autonome distribuite in tutta la Francia che hanno la capacità di raccogliere lo sviluppo di iniziative giovanili, collegandole alla cultura in una prospettiva di educazione popolare, in piena linea con lo spirito del Morisi attuale.

Nel 1986 ebbe inizio la sua ricca produzione letteraria con la pubblicazione dei suo primo libro dal titolo: L'Émirat du tourbillon e Les Baskets d’Euripide che lo fecero apprezzare a livello nazionale.

Contestualmente divenne collaboratore del settimanale francese “L'Événement du jeudi”, uno news-magazine fondato sei mesi prima da Jean-François Kahn, contraddistinto per la sua indipendenza radicale e il suo carattere pungente.

Dal 1986 sino al 1988 lavorò come lettore e correttore di bozza nell’editoria e nella stampa, per poi diventare rewriter e “scrittore ombra”.

In questo periodo lavorò con la grande Arletty, Amanda Lear e Sam Bernett, famoso cronista rock degli anni ’60 ‘70.

Si trasferì poi a Marsiglia, dove fu scelto da Roland Dhordain, nota leggenda radiofonica francese, per guidare la redazione della rivista, “Revue des Caisses d’Epargne” (1989-1993).

In foto troviamo Mario Morisi con Arto Paasilinna, il grande autore finlandese.
(foto di: Joel Saras)
Nel 1990 nacque Laura, la sua unica e adorata figlia avuta, dalla compagna Suzanne.

In seguito creò un mensile gratuito originale a Marsiglia, la cui peculiarità era quella di essere satirico, pungente, indipendente e distribuito solo nei bar e nei luoghi culturali; quando lasciò Marsiglia, lo portò a Besançon, da capo editore, dove usci fino al 2000.

Nel 1996, iniziò a lavorare a un trittico su Roberto Baggio raccogliendo quasi duemila articoli e pezzi sul “Divin Codino”, mito del calcio mondiale.

Aiutato da una borsa "Stendhal", ne usci un romanzo, una “piece teatrale” di cui se n’è parlato in tutto il mondo e una biografia francese on-line.

7 agosto 2016 Mario Morisi riceve il riconoscimento dal titolo: "Piacentino nel Mondo"
presso la sala consigliare del Comune di Ponte dell'Olio (PC).
(Foto: Archivio Morisi).

Dal 2000 scrive gialli di successo, collabora a più testate, e diventa scrittore a tempo pieno, conducendo laboratori perfino nelle carceri. Da allora le sue produzioni sono davvero notevoli: undici componimenti narrativi, due saggi, parecchie novelle e un’opera teatrale musicale dal titolo “Orfeo Baggio”, andata in scena presso il Teatro dell'Opera di Besançon, davanti alle telecamere Rai, ricevendo recensioni da tutto il mondo.

Il suo lavoro è stato riconosciuto anche dall'assegnazione di due “Mission Stendhal” dal Ministero degli Esteri francese e di altrettante borse di studio conferitegli dal Consiglio Regionale della Franca Contea. 

Nel 2013, fu invitato al Louvres da Aurélie Filippetti, l’allora ministro dei Beni culturali, con trenta altri autori di origine straniera.

Giornalista dal 1988, collaborò con diversi giornali francesi, tra i quali Taktik, il primo settimanale gratuito di arte e spettacolo in Francia. Creò un mensile, L’Echo du Zinc, ma dal 2012, divide il suo tempo Francia e Italia. 

E’ rilevante segnalare un saggio in lingua italiana redatto da Morisi e incluso dei primi Quaderni dell’Arcimatto: “Brera, ce l’avevo a casa” scritto in onore di suo padre e del grande giornalista italiano Gianni Brera. “Gianèn da Muröra”, così era appellato suo padre a Groppazzolo, era per Mario un vero punto di riferimento che gli trasmise tante passioni come il “piacere per il sapere” e lo sport ed egli difatti lo iniziò al gioco del calcio raggiungendo notevoli soddisfazioni personali: selezioni regionali e nazionale scolastica under 17, fino a firmare contratti semi-professionistici in Francia e Inghilterra.

Tra l’altro Morisi si è fatto conoscere con “Les Baskets d’Euripide”, primo romanzo per azione, dove gli azionari diventavano protagonisti di una fiaba dai toni boccacciani. 

Fondò la “nouvelle poésie” con Charlie Schlingo, il geniale e solforoso cartoonista francese.

Incontrò Roberto Baggio e divenne il suo biografo in Francia.

Esplorò il grande nord e scrisse un romanzo in omaggio ad Arto Paasilinna, lo scrittore finlandese più famoso nel mondo.

Recentemente, ebbe l’onore di collaborare con Getty Images, la top agenzia vip, per “Kerguelen, peintre soldat”, il suo ultimo romanzo.

Nell’estate del 2016 Morisi è stato onorato del riconoscimento dal titolo: "Piacentino nel Mondo", assieme a Joe Ferdenzi e John Maschi giunti dagli USA che, come Mario, si sono contraddistinti all’estero per competenza e solidarietà.

Da agosto 2016, collabora con il quotidiano bresciano Brescia Oggi sul quale ogni settimana pubblica “Mine vaganti”, un editoriale molto pungente.

Tra le numerose pubblicazioni in lingua francese di Mario Morisi vogliamo ricordarne qualcuna:

L'Émirat du tourbillon, Vertiges du Nord, Paris.

Les Baskets d'Euripide, Vertiges/Carrère, Paris.

Dans la ville aux mille coupoles (récit), Éditions du Zinc, Besançon.

Mort à la Mère, Vauvenargues, Paris.

J’aurais ta peau Saxo, Vauvenargues, Paris.

Achevez Cendrillon, Vauvenargues, Paris.

Castor Paradiso, Tigibus, Besançon.

Le Monde selon Baggio, suivi de la pièce Orféo Baggio: L'Embarcadère, Paris.

Le Poisson d’Absentès, Dmo Dmo, Dole.

Le tragique destin postal de Jeanne Antide Vermot, Musées de Besançon.

Kerguelen, peintre soldat, Baudelaire, Lyon/Paris.

Soldata Sana ou les 1001 vies de Rosa Morisi Jones.

Mentre tra i romanzi in lingua italiana citiamo:

Baggio salva il Brescia (nouvelle à la une), Bresciaoggi, anno 32, n°145.

Brera, c’è l’avevo a casa, in I Quaderni dell'Arcimatto n°1", 2010, Limina, Arezzo.

In questi giorni Mario Morisi si sta battendo al fianco di Jean Luc Mélenchon, il fondatore della “France insoumise”, 19,59% al primo turno delle elezioni presidenziali transalpini per una ecosocialismo di rottura, in una Francia afflitta dalla stagnazione finanziaria, La “France insoumise”, secondo Morisi, è una medicina che servirebbe anche in Italia.

Lasciamo in disparte gli aspetti politici e attendiamo a braccia aperte l’arrivo annuale di Mario Morisi in Italia, agli esordi della prossima estate, per incontrarlo durante i tanti incontri culturali organizzati nella nostra provincia.












Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.

martedì 2 maggio 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... ragò, regò, ragù

A cura di
Claudio Gallini

Noi piacentini siamo unici anche per alcune espressioni idiomatiche che ci identificano in maniera molto decisa. Quando ascoltiamo frasi del tipo: Cùst l’è un bell ragò, oppure Am so truvä in meṡ d’un ragò, vado dritto al senso di questo breve articolo.

La voce dialettale ragò indica difatti la confusione che puoi trovare in Piazza de’ Cavalli la sera dei “venerdì piacentini” o le mattine dei mercoledì e sabato intorno ai banchi del mercato cittadino ma altresì è un pasticcio, una situazione difficile da risolvere, un ragò insomma!

L’origine di questo lemma è ben spiegata nel vocabolario di mons. Tammi, edito dalla Banca di Piacenza, che per questa rubrica sarà un vero punto di riferimento. 


Il “ragò” deriverebbe dal francese “ragout” che a sua volta è generato dalla fusione del verbo ragouter e dal sostantivo gout ossia, “risvegliare il gusto”; chiaramente “ragò” richiama il pantagruelico “ragù” che oltre ad essere davvero gustoso è proprio una, passatemi il termine, confusione di carni e verdure, come il senso figurato che assume in particolar modo nel nostro vernacolo.

Il “ragò” è talmente parte di noi piacentini che viene utilizzato per esprimere in italiano corrente le situazioni prima descritte, come per le frasi, ad esempio, “Mio figlio ha combinato un bel ragò!”, oppure, “Ho un gran ragò in testa...”, e così via.

Il Foresti, altro vocabolario che sfoglieremo soprattutto per confrontare l’evoluzione dei termini dialettali piacentini, nel 1836 riportava già questa voce, alla quale l’autore dà questa definizione: “Cibreo e anche ragù. Voce dell’uso. Intingolo, manicaretto noto.”

A titolo di curiosità anche Francesco Cherubini, autore del famoso “Vocabolario milanese - italiano” fornisce la stessa definizione per ragò e aggiunge però questo esempio “Ragò de robba frùsta”.

Il Tammi inoltre contempla la variante: regò

E’ da riferire infine il vezzeggiativo raguttèin che non sminuisce in questo caso il buon ragù preparato dalla nonna, ma anzi lo elogia come nella frase, Ho mangiä un raguttèin tant bòn... am végna fàm ragàss!



(Fonte immagine: http://www.giallozafferano.it)












Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.

martedì 25 aprile 2017

Epigrafi Piacentine... Felice Cavallotti

a cura di
Claudio Gallini




Riprende, dopo diversi mesi di fermo, la nostra rubrica chiamata Epigrafi Piacentine.



In questa puntata non tratteremo di un’iscrizione vera e propria, ma di una piccola scultura installata sul prospetto di un edificio del centro cittadino, in una zona non molto visibile e per tale ragione vogliamo fare luce su di essa e comprenderne il motivo di questa collocazione.




Il busto dedicato a Felice Cavallotti installato sulla facciata del Collegio di San Pietro

oggi in uso alla Biblioteca Comunale "Passerini Landi"

(Foto di Claudio Gallini) 



In via Roma al civico 72, quasi all'incrocio con via G. Carducci, troviamo la sede tardo cinquecentesca della collegiata di San Pietro adiacente all'omonima chiesa, oggi in uso alla Biblioteca Comunale Passerini Landi.



Sulla facciata di questo edificio, proprio al punto prima indicato, è posto un busto dedicato allo scrittore e politico milanese Felice Cavallotti (Milano 1842 - Roma 1898).


Tram in via Cavallotti a Piacenza, in una cartolina viaggiata in data 01/01/1921, edita da: D.G.P
un ringraziamento a Salvatore Battini per averci procurato questa bellissima immagine.


Non tratteremo in questa sede la biografia di Cavallotti, quanto il suo legame con la nostra città.

Felice Carlo Emanuele Cavallotti allacciò un rapporto continuo con Piacenza poiché qui iniziò la sua professione d’avvocato e dal 1880 al 1890, dalla XIV alla XVI legislatura, portò avanti la sua lunga carriera politica.

Una splendida cartolina datata 8-10-1908 edizioni G.G.P.
con il monumento dedicato a F. Cavallotti.
Un ringraziamento particolare a Stefano Beretta per averci messo a disposizione
questa bellissima immagine.
Egli fondò con Agostino Bertani il Partito Radicale italiano e nel 1863 fu eletto al Parlamento proprio grazie a fedeli amici quali Francesco Giarelli (giornalista piacentino) e Camillo Tassi (avvocato e parlamentare piacentino); quest’ultimo gli fece tra l’altro da padrino in un duello con il deputato conte Ferruccio Macola, che lo sfidò a morte nel marzo del 1898 a seguito di un diverbio.

Cartolina presumibilmente datata 1906-1907, appartenente all'Archivio Croce,
dove è visibile il monumento installato in onore a Felice Cavallotti in piazzetta Santa Maria.

Piacenza gli dedicò in passato l’attuale via e barriera Roma e inoltre una rappresentanza di cittadini, agli esordi del secolo scorso, gli volle dedicare un monumento che fu installato nella piazzetta Santa Maria in fondo alle vie Alberoni e Roma.


L’avvento del fascismo però cambiò le carte in tavola e da via e barriera Cavallotti, si tramutarono in via e barriera Roma e la statua di Cavallotti finì in un magazzino.

Oggi un po’ in secondo piano il busto di Cavallotti osserva mestamente la sua via, in attesa di una rivincita.










Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.




venerdì 14 aprile 2017

Curiosità storiche sul "Guercino da Cento" a Piacenza

a cura di 
Claudio Gallini




Dal 4 marzo al 4 giugno 2017 Piacenza è finalmente al centro dell’attenzione nazionale grazie ad uno straordinario evento che permetterà di ammirare da vicino gli affreschi del pittore centese Gian Francesco Barbieri, detto Il Guercino, presso la cupola del Duomo cittadino, oltre alla mostra dal titolo “tra sacro e profano” allestita a Palazzo Farnese e a lui dedicata.

Il Guercino è stato uno degli artisti del Seicento italiano più amati a livello internazionale e l’opportunità di ammirare le sue opere in questa modalità è davvero unica ed emozionante.

Trovate su questo sito difatti tutte le informazioni:



In questo articolo non vorremo quindi trattare in particolare di questo evento, già si è fatto tanto e tanto si farà.


Lo scopo di questo pezzo sarà invece quello di conoscere l’artista originario di Cento (MO), attraverso gli storici e autori piacentini, e non , del passato.

Saranno qui riportati i testi così come scritti dagli stessi autori; alcuni volumi risalgono addirittura al sec. XVIII pertanto per una maggiore comprensione dei contenuti, saranno indicate alcune note tra parentesi.
Iniziamo con un autore originario proprio di Cento (MO), Gaetano Atti, che così sul finire dell’Ottocento scriveva in merito al suo concittadino:

“Nel luglio del 1626 avvenuta la morte subitanea (improvvisa) in Piacenza del preclaro (nobile) Pierfrancesco Mazzucchelli Milanese soprannominato Morazzone, che aveva lasciato imperfetto il lavoro a lui confidato della Cupola di quella Chiesa Cattedrale (il Duomo di Piacenza) con averci fatto due sole figure, ne fu accollato il carico al nostro Barbieri da quel Vescovo Monsignor Giovanni Linati nobile parmigiano, e canonici perché compisse egli l’incorniciato ornamento. Dal luglio pertanto del 1626 fino al dicembre egli dimorò in Piacenza e tale intendimento, e intermesso (sospeso) il lavoro soltanto le Feste della Natività del Signore, nel seguente 1627 diede fine al gravissimo affresco, che rapisce, ed incanta anche tuttora chi a contemplarlo in quelle sacre soglie si reca”.
Nell’interessantissima guida dedicata alla nostra città portata a stampa nel 1842 dalla Tipografia Tagliaferri, che aveva sede in Piazza de’ Cavalli, viene data qualche informazione in più su quanto già indicato da Gaetano Atti:

“Ora ad osservare la gran cupola la quale è di disegno posteriore a quello del tempio ed innalzata forse quando fu fatto il campanile. Tutta l’opera nel dipingerla era stata allogata (ordinata) al cav. Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone [...] ma dipinti due degli otto scompartimenti del catino [...] non poté far più, essendo morto [...] in età di 55 anni”.
Il racconto prosegue con una curiosità legata all’artista centese:
“[...] per loro (i profeti dipinti negli spicchi della cupola) è l’essere così vicini agli altri sei profeti fatti dal suo successore, cioè da quel mago della pittura, che qui pose il meglio che mai facesse. Il quel fu Gian Francesco Barbieri da Cento, per strabismo all’occhio destro, detto il Guercino”.


(Porzione della cupola del Duomo di Piacenza affrescata dal Guercino. Fonte immagine: www.clponline.it)

Dallo stesso tomo leggiamo anche la spesa sostenuta per l’opera in cattedrale:


“La spesa di tutte le opere descritte fu sostenuta per circa un terzo dal vescovo Linati e pei due altri terzi dal Capitolo. Al Morazzone toccarono fr. 1757,53; al Guercino, oltre gli alloggi ed altri comodi, fr. 12777,50”.

Il Poggiali nell’undicesimo delle famose “Memorie storiche della città di Piacenza” pubblicato nel 1763, riferisce anch’egli su quanto percepito dal Guercino per quell’opera; in tal occasione lo scrisse naturalmente nella moneta a suoi tempi in uso:

“Fu nel novembre di quest’anno, che l’egregio pittore bolognese Gian Francesco Barbieri, detto comunemente il Guercino da Cento, diede compimento all’imortali fatiche sue circa la Cupola della Chiesa nostra cattedrale, dipinta, e di stucchi dorati ornata a spese del Capitolo della medesima, e del fu Monsignor Giovanni Linati, il quale con una limosina di oltre quindicimila lire di quei tempo, aveva contribuito assaissimo all’impresa. [...] Dugentosessantuno Ducatoni, otto lire, un soldo e sei denari ebbe in sua parte il Morazzoni; e Ducatoni millenovecento, oltre l’abitazion gratis, ed altri comodi, si diedero al Guercino”.

In conclusione il Poggiali tenne a specificare che:

“Il quale (il Guercino) pose mano all’opera nel maggio dell’anno 1626, e al terminò, come dissi, nel corrente Novembre con gloria grandissima, e pari soddisfazione del prefato (suddetto) Capitolo, e di tutta la nostra città. Non soffre il mio istituto, che io mi fermi a descrivere, ed encomiar esse pitture”.

Nella foto potete ammirare un antico manoscritto che espone il compenso al Guercino per l'opera compiuta nella nostra cattedrale (Foto di Claudio Gallini)


Così il conte Carlo Garasi scriveva del Guercino nel libretto chiamato “Le pubbliche pitture di Piacenza” del 1780, in merito agli splendidi affreschi della cupola del duomo:

“Nel 1626 lì 12 maggio sottentrò (sopraggiunse) al lavoro il Celebre Guercino da Cento e lo finì nel 1627. Fu il Guercino scolaro di Benedetto Gennari. Egli ebbe (così di lui scrive Zanotti) un fare tratto da alcune tavole di Lodovico Caracci, ma con un certo suo modo tutto particolare. Si invaghì principalmente d’una maniera forte, e robusta, e superò ogn’altro Maestro nella fierezza delle tinte sull’orma di Caravaggio, unendo però in questa maggior grazia, e correzione. Morì d’anni 76 nel 1666”.

Lo stesso autore, nel descrivere le pitture presenti a quel tempo nella bellissima S. Sisto, fa riferimento ad un quadro di S. Francesco riportante la firma del Guercino, così come in S. Maria di Campagna accenna a:

“Sopra l’arco della cappella di S. Pasquale il Tobia, che abbrucia il fegato del pesce, e l’Arcangelo Raffaele, che lega l’immondo spirito, è di Daniele Crespi Milanese, nacque a Reggio e fu scolaro del Guercino”. 


(Vista interna d'insieme della cupola affrescata dal Guercino nel Duomo di Piacenza. Fonte immagine:www.panorama.it)


Così anche per un altro dipinto posto sopra l’altare di S. Pietro d’Alcantara, la Giacobedda, madre di Mosè e d’Aronne eseguito da Antonio Triva da Reggio, anch’esso scolaro di Gian Francesco Barbieri, (Descrizione dei monumenti e delle pitture di Piacenza corredata di notizie istoriche, Parma, 1828).

Scriveva in onore del Guercino il “nostro” politico e letterato Luciano Scarabelli con queste righe:

“Il Guercino […] con quel suo fare robusto e fiero nelle tinte, grande e vario nelle composizioni, e nello stesso tempo aggraziato e corretto mescolando il correggesco al carracesco eclissò il Morazzone dipingendo gli altri sei scompartimenti del catino, le sibille sotto il catino, i quattro spartiti dell’annunzio ai pastori, della loro visita, della circoncisione di Gesù del ritorno dall’Egitto, e quel fregio stupendo a due soli colori detto perciò a chiaro scuro (maniera nella quale il Barbieri è originale mirabile) che con puttini a color naturale gira all’intorno”.

E aggiunse:

“Disse il Lanzi di queste opere sembrare che il Guercino dipingesse a prova con Pordenone, e che in finezza di stile lo superasse essendo questo il suo capolavoro. Ma i lavori di Linicio sono a questi anteriori”.

Dalla biografia di Barbieri, compilata da Jacopo Alessandro Calvi nel 1842 leggiamo invece queste interessanti curiosità:

“[…] Si vide accolto in Piacenza con somma distinzione e cortesia; cominciò la bell’opera standoci occupato dal mese di luglio (1626) sino al dicembre di quest’anno, indi l’interruppe per portarsi a Cento alle feste di Natale, e nel seguente 1627 la diede totalmente compita”.

E proseguì:

“E’ il catino di questa cupola diviso da costole […] in otto parti uguali, cosa certamente incomoda ad un pittore, che si vede in tal guisa legate le mani, né può sfogarsi con invenzioni ricche, e peregrine, scorrendo come per un cielo aperto in balia del proprio genio: convenne dunque entro ognuna di queste parti, o siano spazi colorire un Profeta”.

In una piccola nota il Calvi scrisse ancora in merito agli affreschi della cupola del Duomo:

“Questi affreschi sono ancora il più incantevole ornamento della Cattedrale di Piacenza”.

Infine vogliamo riportare le parole dell’avv. Antonio Domenico Rossi, uno storico piacentino d’adozione e un po’ ignorato (ce ne occupammo nel blog in questo articolo, ), nel suo prezioso volume Ristretto di Storia Patria ad Uso De' Piacentini del 1832:

“Noi non istaremo ad encomiare le pitture del Guercino, perché il sol mirarle ne fa conoscere il pregio; non lasceremo però di dar giusta lode all’illustrissimo e reverendissimo Capitolo, che così bene le ha sapute conservare, per cui meritossi che il celebre Lord Egerton, di passaggio per questa nostra città, dopo averle vedute, volesse aspettare che i Canonici uscissero dal coro, onde, insieme radunati complimentarli per tale lodevolissima conservazione”.

Riteniamo che il “Lord Egerton” cui fece riferimento l’avv. Rossi sia Francis Leveson - Gower, I conte di Ellesmere (1º gennaio 1800 – 18 febbraio 1857), politico e viaggiatore inglese probabilmente di passaggio a Piacenza nel suo peregrinare.

In conclusione di questo breve articolo, vogliamo sperare di aver dato qualche informazione aggiuntiva a chi già conosceva la figura di Giovanni Francesco Barbieri (detto Il Guercino) e contestualmente abbia stuzzicato la curiosità a chi non ha tuttora visitato questa mostra ottimamente organizzata dalle istituzioni locali.












Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.