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mercoledì 10 aprile 2013

La nobile famiglia Dattari in una lapide in San Sisto

Una chiesa piacentina che non ha bisogno di speciali presentazioni è certamente quella di San Sisto poiché oltre a essere molto conosciuta da tutti i cittadini, è anche famosa in tutto il mondo per aver custodito al suo interno il famoso dipinto “La Madonna Sistina” di Raffaello per quasi duecento anni.
Personalmente lo reputo uno dei più importanti templi della città, non soltanto per le sue ricchezze artistiche e architettoniche, ma sicuramente per le sue origini: una chiesa voluta, attorno all’anno 874, dalla regina Angilberga d’Alsazia moglie dell’imperatore Lodovico il Pio. Quest’analisi non vuole raccontare nulla di più di quanto si conosca su questo tempio, ma piuttosto vuole provare a esporre la storia di una piccola lapide posta sul pavimento all’ingresso della chiesa, che solitamente è coperta da un tappeto.
Era tanto che non entravo in San Sisto e un sabato pomeriggio trovandomi nelle vicinanze di piazza Cittadella, sentii un forte desiderio di ritornare in quella chiesa, certo che questa volta l’avrei trovata aperta.
Quel giorno la fortuna mi aiutò davvero molto e finalmente riuscii ad ammirare nuovamente da vicino le pregevoli bellezze di San Sisto; la chiesa era completamente vuota e buia, mi pareva in quel silenzio di sentire addirittura i canti dei monaci.
La suggestione passò all’istante quando, nell’uscire, notai sotto a uno zerbino posto all’ingresso la porzione di una piccola lapide; non ci pensai troppo e con una mano spostai il tappeto e con la macchina fotografica feci qualche scatto con la promessa, una volta a casa, di documentarmi maggiormente.
La fortuna dello “studioso faidate moderno” è quella di avere a disposizione uno strumento come internet che, grazie a delle ricerche mirate, è possibile risparmiare molto tempo e trovare le fonti adatte alla propria ricerca, ma questa volta ahimè non funzionò. Anche i libri a disposizione nella mia piccola biblioteca, non facevano cenno a questa lapide e così non rimaneva altro che affrontare lo studio attraverso un ragionamento più diretto; anche il parroco non aveva alcuna notizia in merito.
Il primo passo fu di decifrare il testo inciso sulla stessa che, nonostante presentasse una crepa nel mezzo e numerose macchie, riportava un’iscrizione quasi leggibile benché le numerose
abbreviature latine potessero trarmi in inganno. E’ stato chiaro fin da subito che la lapide faceva riferimento alla nobile famiglia piacentina Dattari, che in San Sisto scelse, insieme con altri casati più o meno importanti del patriziato locale, di lasciare segno di sé nella nostra preziosa storia locale.
Per conoscere meglio questa famiglia dovetti affidarmi al pregiatissimo volume di Giorgio Fiori, Le antiche famiglie di Piacenza, dove scoprii che i Dattari, già nel 1500, vantavano diversi membri appartenenti al Consiglio Generale dei Landi.
Nel 1465 trovai un tale Francesco Dattari, appartenente all’Anzianato Piacentino, ma lo scrivente non crede possa essere il “FRAN DATTARI” indicato nella lapide oggetto di questo studio per una discordanza di date; la lastra seppur rovinata dal calpestio, ricorda l’anno della morte del Dattari presumibilmente nel 1525-1526. Dal Francesco prima menzionato nacquero Lazzaro, professore di medicina, e Bartolomeo pretore di Bobbio nel 1514 e castellano di Piacenza con tanto di nomina ricevuta da papa Leone X.
Lazzaro Dattari, che sposò la nobile Caterina del Cario, ebbe Francesco che presumibilmente potrebbe essere il nobile citato nella tanto misteriosa lapide, che si meriterebbe davvero d’essere ben visibile come tante altre presenti all’interno della nostra rinomata basilica. Dalla cronistoria di questa famiglia, troviamo poi un altro Francesco Dattari, nipote dell’omonimo prima nominato, figlio di Bartolomeo.Dalla stessa lapide, visibile dalla foto allegata, è possibile farsi anche un’idea dello stemma di famiglia che seppur logorato dal calpestio, regala qualche segno di decorazione sui lati e del motto del casato; la lapide pare esser stata posata secondo la volontà del figlio di Francesco, un tale Bartolomeo. Lo scrivente vuole invitare chiunque avesse notizie maggiori su questa famiglia e in particolar modo sulla figura di Francesco Dattari a inviare al blog integrazioni o eventuali precisazioni.
 
autore testo e foto: Claudio Gallini

San Sisto - la lapide della famiglia Dattari - ® Claudio Gallini

mercoledì 21 marzo 2012

Bruno Cassinari, artista piacentino conosciuto nel mondo.

1912-2012, a cento anni dalla nascita, la città di Piacenza omaggia uno dei più grandi artisti del secolo scorso, il pittore, scultore Bruno Cassinari.
Tre, gli appuntamenti imperdibili dedicati all'artista: Alla galleria d'arte Ricci Oddi, alla "Biffi Arte" e, da sabato 24 maggio alle 17:30 alla Galleria Mazzoni.
Invito tutti a visitare queste tre raccolte artistiche, che mostrano opere scelte di estrema importanza dell'artista piacentino nelle sue varie fasi di vita artistica.
Galleria Ricci Oddi - Via San Siro, 13 - Piacenza
Biffi Arte - Via Chiapponi, 39 - Piacenza
Galleria Mazzoni - Via Romagnosi 48 - Piacenza

domenica 18 settembre 2011

PONTE DELL'OLIO - La strana sparizione della statua di San Michele arcangelo

Abbandonata in un cortile e poi sparita dalla vista dei parrocchiani. A distanza di tre anni non vi sono più tracce della statua barocca di San Michele Arcangelo, che alcuni fedeli della parrocchia di San Martino, a Ponte dell’Olio, avevano individuato tra impalcature smontate e attrezzi dei muratori. Del caso si era occupato oltre tre anni fa il quotidiano cittadino La Cronaca, in una serie di articoli a firma FILIPPO COLUMELLA che alla fine dimostravano l’origine dell’opera e la sua importanza nella storia del paese.
Non ci volle molto affinché qualche esperto di storia locale la identificasse come una scultura barocca di autore ignoto e fortemente somigliante ad un dipinto di Guido Reni, pittore bolognese tra i maggiori del Seicento, conservata a Roma nella chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini. Diversi dettagli coincidevano infatti nelle due opere che raffigurano il santo, considerato una guida per i sacerdoti esocisti,
intento a schiacciare il diavolo incatenato e agonizzante al suolo.


LA CHIESA DI SAN MICHELE
Secondo gli anziani del quartiere Riva la statua era un manufatto anticamente conservato nella chiesa di San Michele, della quale non vi erano più tracce sebbene il suo ricordo sopravviva tuttora nella memoria e nei racconti. La tradizione locale vorrebbe infatti che la statua sia l’ultimo reperto del tempio, della cui sparizione fino al 2008 non si conoscevano né il periodo e né le cause. In base a quanto tramandato, la chiesa sarebbe sorta in quello che tutt’ora è definito “campo di San Michele” e nel quale, al momento dell’aratura del terreno, gli agricoltori rinvengono ossa umane. Dalla collina il manufatto sarebbe poi stato portato nella chiesa parrocchiale di San Martino, per poi essere trasferita qualche decennio fa nella cappella del cimitero di Riva e poi nuovamente spostata in un cortile della parrocchia di San Martino dal parroco don Renzo Corbelletta.
Eppure le ipotesi non convincevano il sacerdote, che alla stampa si dichiarava scettico sul valore dell’opera, sulla sua provenienza e sull’esistenza di una chiesa forse leggendaria.
SULLE TRACCE DEI LONGOBARDI
Intanto si faceva luce intorno all’esistenza della chiesa di San Michele, la cui dedicazione sottolinea l’edificazione da parte dei longobardi. Anche il toponimo della zona in cui sarebbe sorta, Breda (riconducibile alla “braida”, l’accampamento), sembrava ricondurre alla presenza del popolo germanico, la cui frequentazione nel territorio della Val Nure è attestato anche dalla dedicazione delle chiese. Oltre a San Giovanni Evangelista (chiesa di Carmiano di Vigolzone) e a Santa Giustina (Veano di Vigolzone, oggi sconsacrata) veneravano infatti il “santo guerriero” San Martino di Tours (una delle due chiese parrocchiali di Ponte dell’Olio e quella della frazione Torrano) e appunto San Michele (Revigozzo di Bettola e Rompeggio di Ferriere), comandante dell’esercito celeste contro le schiere di Satana. Senza dimenticare, sempre in Val Nure, il toponimo San Giorgio Piacentino, riconducibile ad un altro “santo guerriero”.
LE PROVE
Pochi mesi più tardi il Gruppo archeologico Val Nure rinvenne le fondamenta del tempio, esattamente nel luogo definito “campo di San Michele”. E non passò troppo tempo perché dagli archivi della Diocesi di Piacenza-Bobbio emergesse un documento settecentesco che confermava il ricordo della chiesa e l’esistenza di un cimitero, oltre a dare prova di un luogo di culto in avanzato stato di decadenza. A confermarlo erano due pagine in latino redatte nel giugno del 1765 dal cancelliere vescovile Giuseppe Marchesi in occasione di una visita da parte «dell’illustrissimo e reverendissimo in Cristo padre e signore signor Pietro Cristiani prelato domestico e assistente del Santissimo signore signor Papa». Nel testo riportato da La Cronaca si legge che «la chiesa, ossia l’oratorio di San Michele sotto la parrocchia in località della Riva» era stata «demolita nell’anno 1754». «Fu decretato – prosegue la citazione del documento da parte del quotidiano di via Chiapponi - che questo sito fosse eretto a cimitero e che in perpetuo dovesse essere adibito a cimitero. Pietro Cristiani ordinò che la statua di San Michele, e inoltre tutte le cose, e i singoli scanni confessionali, le sedie, i vetri, e gli altri utensili di questo tipo, ora presenti nell’oratorio predetto, siano dati per servire al loro uso e consegnati al signor Rettore predetto della Chiesa Parrocchiale di Riva al fine di serbare i medesimi oggetti nella sua chiesa, dovranno servire al suo uso in perpetuo e non potranno essere usati per altri scopi». Gli arredi, dunque, dovrebbero essere conservati nella chiesa di San Martino. Ma contrariamente a quanto stabilito secoli fa dalla curia, la statua di San Michele Arcangelo non ha ancora ritrovato la sua collocazione adeguata, probabilmente dimenticata in qualche stanza della parrocchia.

 

lunedì 7 febbraio 2011

Duomo di Piacenza: oggetto "non identificato"...

Sono centinaia le foto da me scattate al Duomo di Piacenza, assolutamente insufficienti per scoprirne lontanamente tutti i segreti e i tesori di questa magnifica cattedrale romanica.
Il valore di questo monumento è inestimabile, sia x la millenaria storia, sia x il suo enorme valore artistico. Un mio amico mi ha mostrato un suo scatto fotografico della cattedrale e, mi ha indicato, la probabile presenza di un fossile all'interno di una lastra di marmo rosa dell'antica facciata medioevale.
Ringrazio l'amico Luigi Pietrocarlo per la gentile concessione del suo scatto e, se qualcuno avesse nozioni in merito alla questione, sarebbe interessante scoprire qualcosa su questa e altre curiosità che custodisce la nostra Cattedrale.
Abbiamo una città e una nazione ricchissima di tesori che, troppe volte, distrattamente ignoriamo; forse perchè è a "portata di mano", sogniamo mete lontane e, nemmeno, ci impegniamo ad osservare e apprezzare tutta la meraviglia che abbiamo la fortuna di avere intorno.

Particolare del Duomo di Piacenza - (Foto di Luigi Pietrocarlo)

lunedì 24 marzo 2008

Le chiese di Piacenza - San Sepolcro

Sorta nel 1055 come abbazia Benedettina, la chiesa è l'annesso convento, ebbero per secoli la funzione di ospitare i numerosi pellegrini che transitavano lungo la Via Francigena, una delle
arterie più importanti del medioevo che da Canterbury portava a Roma, passando anche per Piacenza.
Nel 1484 l'abbazia venne ceduta dai monaci Benedettini agli Olivetani che, tra il 1488 ed il 1520, si resero promotori della ricostruzione del tempio affidando il progetto all'architetto piacentino Alessio Tramello che, influenzato dal Bramante, nei suoi progetti sviluppa volumi lineari, classsici ed imponenti; tipiche caratteristiche dello stile Bramantesco.
San Sepolcro presenta una facciata imponente e severa, sovrastata da un timpano centrale che ne accentua il verticalismo. Alla chiesa si accede attraverso l'elegante sagrato che conduce al
portale d'ingresso, arricchito nel XVII secolo, da un frontone spezzato al cui interno è inserito l'emblema dei monaci olivetani. Il tempio presenta una pianta a croce latina con tre navate ricoperte da volte a botte ed a crociera. L'interno si presenta piuttosto scarno e l'unico elemento decorativo è costituito da un fregio monocromo che segue, all'altezza della trabeazione, tutto il perimetro della chiesa. Di estrema bellezza e suggestione sono i chiostri rinascimentali dell'ex monastero, attualmente inglobato nell'ospedale civile della città.

Chiesa di San Sepolcro (XVI secolo) - Piacenza Antica




Monastero Olivetano di San Sepolcro - chiostri


venerdì 5 ottobre 2007

Piazza S. Antonino: ancora lei

Riprendo un vecchio post ispirandomi ad un articolo scritto da Domenico Ferrari tratto dalla LIBERTA' di oggi 5/10/07 . In quest'articolo, il Sig. Ferrari ricalca perfettamente il mio pensiero, ovvero, che i luoghi storichi non necessitano di stravolgimenti o di progetti avveniristici, ma sarebbe sufficiente mantenere la loro integrità e dar loro il giusto decoro, cosa che da noi spesso è mancata, come ad esempio: Piazza Duomo, Cittadella, etc, etc, etc,...


Nelle prime dichiarazioni dopo le ferie seguite alle recenti elezioni comunali, il Sindaco e alcuni assessori hanno citato più volte la volontà della nuova giunta di dare spazio alla partecipazione dei cittadini, soprattutto nelle decisioni riguardanti il territorio del Comune e i beni culturali e ambientali che lo arricchiscono.
Inoltre, il Sindaco, nelle dichiarazioni fatte a Gustavo Roccella e pubblicate su Libertà il 31 agosto scorso, ha riconosciuto che i cittadini hanno "diritto al bello", e ha aggiunto: «Ci dobbiamo lavorare molto perché nel primo mandato la quantità di cose fatte ha chiesto un pegno al senso estetico». E ancora: «I cittadini hanno il diritto di vedere cose belle ovunque si guardino attorno, dalla segnaletica stradale all'aiuola, dalle nuove abitazioni ai lampioni».
Per un cittadino come me, che ha scritto articoli apparsi in questo giornale con titoli come "Il diritto alla bellezza del mondo che ci circonda" (31 dicembre 2004), si tratta di dichiarazioni tanto belle quanto insperate.
Che altro dire? Non posso che ringraziare il Sindaco e la nuova giunta e sperare che alle promettenti parole seguano fatti in accordo con esse. Sperare anche, e questo è un punto fondamentale, che tra il "bello" dei nostri amministratori e il "bello" come comunemente inteso da chi si occupa di arte e del nostro patrimonio artistico e paesaggistico non ci siano sostanziali differenze.
Allora, vediamo i primi pronunciamenti programmatici in materia. Il 13 settembre, Libertà, sempre a firma Gustavo Roccella, riportava la notizia che la giunta aveva il giorno prima varato il piano triennale delle opere pubbliche, in cui sono stati stanziati 500.000 euro per il "rifacimento" di Piazza S. Antonino.
E aggiungeva: «La progettazione esecutiva farà "sostanzialmente" capo agli uffici, "ma con un percorso partecipativo" e prendendo come "spunto importante" il concorso di idee dell'anno scorso». Poi, ad aumentare lo sconcerto con la totale confusione, lo stesso Roccella, riportando alcuni ritocchi alle linee programmatiche deliberati dalla giunta, scriveva il 26 settembre: «La riqualificazione di Piazza S. Antonino vede alleggerito di 500mila euro il finanziamento previsto nel 2007 e irrobustito di 900mila euro quello del 2009».
Sembra quindi che la cifra che il Comune vuole "investire" nella piazza sia molto maggiore dei 500mila euro di cui sopra.
*del Forum permanente
sul futuro di Piacenza
In ogni caso, si tratta di una somma ragguardevolissima, che deve essere giustificata in modo completamente convincente di fronte ai cittadini-contribuenti.
Come tutti i piacentini sanno, Piazza S. Antonino è uno dei luoghi monumentali più illustri della nostra città: contiene una basilica di grandissimo interesse storico ed architettonico, uno dei grandi teatri storici d'Italia, l'antichissima chiesetta di S. Maria in Cortina e numerosi palazzi nobiliari dei secoli dal XVI al XVIII; la forma irregolare e tutti questi monumenti conferiscono alla piazza una personalità spiccatissima.
Dopo l'espulsione del parcheggio che per molti anni l'aveva deturpata, operazione per la quale la giunta Reggi (primo mandato) merita lodi incondizionate, la piazza è quasi perfetta: basterebbe, per renderla perfetta, ripristinare l'antica pavimentazione cancellata dall'asfaltatura e riportare nel suo habitat naturale il vetusto ulivo, bello ma fuori posto, che vi è stato parcheggiato qualche anno fa.
E invece, non riesco a capire perché, c'è chi sente l'urgenza di "riqualificarla". Le ragioni addotte (quelle che ricordo io) sono che la piazza sarebbe "morta"; ma tantissime piazze, a Piacenza e altrove, hanno lo stesso livello di vivacità, e nessuno pensa di installarci un Luna Park per "vitalizzarle", come forse qualcuno vorrebbe fare in Piazza S. Antonino. Insomma, non è chiaro che cosa si desidera, ma sorge il timore che si vogliano introdurre modifiche che snatureranno la piazza e la renderanno più brutta.
Quasi tutte le "idee" presentate al recente concorso bandito dal Comune possono essere direttamente classificate in questa categoria, e non si capisce come mai qualche smilzo e pallido alberello, una panchina in stile Flintstones, un piccolo tram che fa il giro di una piazza che si può benissimo percorrere a piedi, alcune pecore che brucano l'erba ai piedi della torre carolingia, possano dare più vita ad una piazza che invece, secondo me, sarebbe ancora più bella se fosse più silenziosa.
Approfitto quindi dell'annuncio che la progettazione seguirà un "percorso partecipativo" per iniziare la mia partecipazione con una domanda: qual è la vera e importante ragione per la quale occorre metter mano a Piazza S. Antonino, andando oltre il ripristino dell'antica pavimentazione? Può il Comune spiegare, a noi cittadini che paghiamo il conto, per quale motivo si investono almeno 500.000 euro (un miliardo di lire) nella "riqualificazione" della piazza invece che, per esempio, in una o più delle molteplici e veramente urgenti esigenze sociali della città?
O, se l'investimento della somma in questione deve essere più vicino a temi territoriali, perché non usarla per incrementare il depressissimo turismo a Piacenza? O, ancora più vicino all'investimento pianificato, perché non riqualificare una piazza che ne ha veramente bisogno, e che magari grida vendetta da molti decenni (per esempio, Piazzale Torino) o una chiesa come quella del Carmine, che prima o poi si ridurrà ad un mucchio di rovine?
Quando parlo o scrivo di queste cose, c'è sempre chi, ad alta voce o soltanto in cuor suo, mi classifica come un conservatore (con aggettivi forse anche molto coloriti, ma generalmente negativi). Questa accusa di conservatorismo (che io di solito prendo come un complimento per le ragioni che dirò) è in verità molto triste. E non perché il bersaglio è una persona (il sottoscritto) che ha trascorso la sua vita nel mondo della ricerca scientifica internazionale, dove la vera innovazione è di casa, e che di innovazione tecnologica nel campo dell'informatica e delle reti di computer ne ha fatta tanta, anche personalmente. Ma perché è un'ulteriore prova di uno dei nostri difetti capitali: amiamo conservare ciò che dovremmo buttar via il più velocemente possibile (per esempio, il nostro arcaico ordinamento amministrativo, la nostra mentalità legalistica, la nostra vertiginosa burocrazia, il nostro modo di far politica) e distruggere ciò che dovremmo religiosamente conservare (il nostro patrimonio artistico, il nostro un tempo mirabile paesaggio, i nostri irripetibili centri storici, le nostre tradizioni, la nostra lingua e i cosiddetti dialetti). Dovremmo invece salvare ciò che va salvato e spazzar via ciò che va spazzato via perché ci impedisce di progredire. Non viceversa.






mercoledì 29 agosto 2007

Piazza S. Antonino - immaginazione...

Ho tentato di immaginarmi come potrebbe trasformarsi P.zza S. Antonino, uno degli angoli più suggestivi ed artistici della città. A breve, dovrebbero iniziare i lavori di riqualificazione della Piazza. Dopo anni di discussioni, un concorso di idee caduto nell'oblio, forse si è giunti ad una conclusione (come già discusso in un post precedente). Ovvero tornare alle origini, senza giardinetti improvvisati o giochi d'acqua spettacolari, ma con la volontà di riportare la Piazza come era nel passato.
Un consiglio, se mi poso permettere e sempre ammesso che qualcuno legga quest'articolo. Ok il ritorno al passato, ma utilizzate i sanpietrini o un lastricato... i sassi, pur avendo il loro fascino, sono un vero incubo per chi utilizza la bici (vedi via Tibini, via S. Marco, etc)

PS: L'ulivo l'avrei tolto, ma son troppo pigro per farlo. Ammetto che nonostante tutto non mi infastidisce particolarmente.