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mercoledì 4 settembre 2013

Luigi Gerra - Al Lolu ad Turzèla

La storia lontana e vicina di Piacenza racconta anche di personaggi folkloristici che hanno lasciato segni indelebili nella nostra città.
Queste persone il più delle volte non hanno contribuito in modo particolare a scrivere vicnde rilevanti o di merito, ma piuttosto sono ricordate per vicende di miseria e di disagio. Il blog “Ripensando Piacenza” vuole, con queste righe, iniziare una serie di racconti sui personaggi popolareschi piacentini che probabilmente in vita hanno contat poco o niente ma che ora meritano luce.Una di queste figure, forse più di tutte, è certamente Luigi Gerra, nato a Piacenza sul finire del 1800 e noto frequentatore del sobborgo di Torricella, a due passi dall’attuale piazzale Roma.
E’ curioso rilevare che il suo soprannome sopravvive tuttora grazie al nostro vernacolo molto espressivo e si apprende, dall’Antologia di ricordi scritta da Lino Gallarati, che “Al Lolu ad Turzèla”, questo era il suo nomignolo, rivive ancora ai giorni nostri quando vogliamo invitare un amico a non fare lo stupido dicendogli: “Fa mia al Lolu!”. Rileviamo, sempre da Gallarati, che il “Lolu” non aveva dimora fissa ed era cresciuto nella massima povertà, nell’analfabetismo e frequentava proprio il quartiere più malfamato di allora a Piacenza, il cantone di Torricella, ove erano poste tra l’altro le forche per i condannati a morte. Luigi era anche appellato Gigìn e questo vezzeggiativo era forse improprio, data la sua forza eccezionale sfruttata nel solo lavoro che sapeva fare, il facchino. La sua grande forza fisica si scontrava con un accentuato analfabetismo aggravato anche da problemi psichici; si racconta che rifiutasse essere pagato con una moneta da 5 lire d’argento poiché avere tra le mani cinque pezzi da una lira o tantissime monetine da dieci centesimi, lo appagava maggiormente nel suo lavoro.Nella sua ignoranza era inconcepibile che una sola moneta valesse più di cinque o addirittura di dieci o più tintinnanti soldi.
Il “Lolu” era preso di mira dai frequentatori dell’Osteria del Bambèn di Porta San Lazzaro che, prendendolo in giro, gli facevano consegnare pesanti carichi presso finte destinazioni causandogli continue arrabbiature, smorzate poi da qualche centesimo e un bicchiere di vino.
Egli, sopravvissuto alla peste spagnola, morì all’età di settant’anni circa nella completa solitudine ed emarginazione e ancora oggi, passando nei pressi della stazione ferroviaria, possiamo immaginarcelo a discutere sul fatto che, a suo parere, un quintale pesasse meno di novanta chili perché un numero con due cifre.

articolo di: Claudio Gallini



Luigi Gerra
(Al Lolu ad  Turzèla)

lunedì 29 aprile 2013

I fortini ottocenteschi a Piacenza

La storia locale ci tramanda che il Ducato di Parma e Piacenza passò sotto il controllo
austriaco in concomitanza del trattato di Vienna (18 novembre 1738) che sancì tra l’altro la
fine dell’epoca napoleonica per far posto all’altissima Maria Luigia d’Asburgo.
Leggendo gli stessi atti dell’epoca, conservati negli archivi locali, si può rilevare che gli
stessi ordinavano la presenza fissa di una guarnigione austriaca presso la nostra città,
perché giudicata una zona strategica ai fini militari.
Il primo obiettivo delle truppe austriache fu quello di rimaneggiare il sistema difensivo
locale che constava delle sole mura farnesiane, tra l’altro in pessime condizioni; cosicché
si valutò di creare dei nuovi avamposti in grado di migliorare le tattiche difensive delle
milizie asburgiche.
A distanza di poco meno di due chilometri dalle stesse mura cittadine furono quindi
edificati dei fortilizi che potessero controllare le principali vie di accesso alla città.
Lungo le vie Emilia, rispettivamente a Sant’Antonio e San Lazzaro, a nord vicino a San
Rocco al porto e anche nei pressi delle strade che portano in val Trebbia e val Nure,
proprio dove oggi sorge il Parco della Galleana, furono costruiti dei fortini militari.
Lo storico locale A. Siboni, in un articolo apparso su Libertà nel ’79, racconta che questi
castrum erano formati da fossati e rialzi con attorno dei muri in mattoni in grado di
conservare munizioni e cibo nel caso di lunghe permanenze al loro interno.
E poi aggiunge che “tra un forte e l’altro, in posizione più arretrata, venivano le ridotte,
fatte di semplici rilevati di terra, piazzati in luoghi ritenuti più adatti alla difesa”.
Le vecchie mura, come scritto in precedenza, furono restaurate e in corrispondenza delle
porte furono eretti nuovi torrioni di cui rimane traccia oggi sia a Porta Borghetto sia a Porta
Fodesta.
Il primo fortino a essere stato eretto fu quello di San Lazzaro esattamente nel 1852.
Il fortino della Galleana fu invece edificato nel febbraio del 1859.
Con l’unità d’Italia e l’annessione della nostra terra al Piemonte, queste opere difensive
furono rivalutate e migliorate grazie a militari, progettisti e ingegneri quali il generale
Manfredo Fanti e il progettista militare ing. Luigi Federico Menabrea.
Proprio quest’ultimo, giunto a Piacenza nel 1860, progettò un campo trincerato sulla falsa
riga di quanto fece già a Bologna l’anno prima; la muraglia urbana fu congiunta al Po con
due trinceramenti, e furono restaurati tutti i fortini austriaci già presenti compreso quello
ancora oggi collocato all’interno del parco di via Manfredi.
In questo periodo storico Piacenza, intesa come piazzaforte, non aveva nulla da invidiare
alle vicine Genova, Bologna, Pavia e Alessandria.
Di questa grande serie di avamposti militari oggi ne rimangono ben poche tracce poiché
nel 1903 un decreto sancì l’abolizione delle servitù militari a Piacenza decretando il
decadimento delle stesse.
Quello che oggi troviamo attorniato da vegetazione all’interno del Parco della Galleana,
si meriterebbe più attenzione per rivalutare la nostra storia, il nostro contributo all’unità
d’Italia passato anche attraverso quei muri.

Claudio Gallini


Fonte: raccolta iconografica Biblioteca Comunale di Piacenza