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giovedì 28 dicembre 2017

A tòc e bucòn parlùm d'anvëin

a cura di
Claudio Gallini



Agnellotti, agnolotti, anolini, cappelletti… per noi piacentini sono semplicemente anvëin! Guai a chiamarli diversamente, guai!

Anche l’autore de, “Il dialetto piacentino”, Leopoldo Cerri nel 1910 tenne a precisare che i primi citati, agnellotti e agnolotti, non sono di origine piacentina ma nemmeno gli anvëin che a suo pensiero sarebbero stati portati nel piacentino nei primordi del sec. XIX in concomitanza dell’invasione francese.

Il Cerri, a differenza di mons. Guido Tammi che non azzarda alcuna analisi etimologica, sostiene che la pasta ripiena più famosa a Piacenza derivi da en-vin poiché già allora era usanza annegare gli anvëin in una fondina ricolma di vino.

E’ bene precisare che gli anvëin piacentini si differenziano da altri prodotti simili dal ripieno che deve essere rigorosamente di stracotto e cotti nel cosiddetto “brodo di terza” ovverosia preparato con la carne di gallina, vitello e manzo.

venerdì 12 maggio 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... scurnüssla

A cura di
Claudio Gallini



Un'antica filastrocca piacentina recita così:

Scurnüssla vé dal bàss, c'at darò pan e grass, c'at darò la ricuttèina, par la sìra e la mattèina.

che tradotta sarebbe:

"Lucciola scendi in basso, ti darò pane e lardo, ti darò la ricottina per la sera e la mattina".

In questa puntata tratteremo per l'appunto di lucciole, quei piccoli insetti che nel buio delle notti d'estate volteggiano, soprattutto vicino ai prati, con la caratteristica lucina che splende con moto alternativo.

In foto un esemplare di lucciola
(fonte immagine: www.lastampa.it)
La lucciola a Piacenza è chiamata appunto, scurnüssla.

Nel Vocabolario piacentino - italiano edito dalla Banca di Piacenza, mons. Tammi ci spiega molto chiaramente l'etimologia di questo lemma dialettale che deriverebbe dal latino culilùcida, ossia, "sedere lucente".

E' un termine dialettale molto originale e caratteristico della nostra città e di alcune zone limitrofe, come confermato dalla consultazione di alcuni atlanti linguistici.

Difatti intervistando un parmigiano, la chiamerà: lùzza, un cremonese: lüzentèn, a Milano: zirö, a Genova addirittura: ciabéla.

Il Vocabolario Piacentino - Italiano edito dalla Banca di Piacenza, ci riporta anche la variante: lüzarein. 

In alta val Nure è denominata, a titolo di curiosità, invece: lümèn, ma anche cõnchèn nella forma più arcaica.



Un simpatico disegno che illustra una "scurnüssla".
(fonte immagine: http://www.logomore.net).


Nel piacentino antico il Foresti ci conferma la voce: scôrnuzla, praticamente identica a quella odierna.
(NB: quella "ô" va letta come l'ou francese come four, forno).

Chiudo il mio brevissimo intervento con una piccola raccomandazione, invitando tutti voi a non prendere mai lucciole per lanterne… 






Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.

martedì 2 maggio 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... ragò, regò, ragù

A cura di
Claudio Gallini

Noi piacentini siamo unici anche per alcune espressioni idiomatiche che ci identificano in maniera molto decisa. Quando ascoltiamo frasi del tipo: Cùst l’è un bell ragò, oppure Am so truvä in meṡ d’un ragò, vado dritto al senso di questo breve articolo.

La voce dialettale ragò indica difatti la confusione che puoi trovare in Piazza de’ Cavalli la sera dei “venerdì piacentini” o le mattine dei mercoledì e sabato intorno ai banchi del mercato cittadino ma altresì è un pasticcio, una situazione difficile da risolvere, un ragò insomma!

L’origine di questo lemma è ben spiegata nel vocabolario di mons. Tammi, edito dalla Banca di Piacenza, che per questa rubrica sarà un vero punto di riferimento. 


Il “ragò” deriverebbe dal francese “ragout” che a sua volta è generato dalla fusione del verbo ragouter e dal sostantivo gout ossia, “risvegliare il gusto”; chiaramente “ragò” richiama il pantagruelico “ragù” che oltre ad essere davvero gustoso è proprio una, passatemi il termine, confusione di carni e verdure, come il senso figurato che assume in particolar modo nel nostro vernacolo.

Il “ragò” è talmente parte di noi piacentini che viene utilizzato per esprimere in italiano corrente le situazioni prima descritte, come per le frasi, ad esempio, “Mio figlio ha combinato un bel ragò!”, oppure, “Ho un gran ragò in testa...”, e così via.

Il Foresti, altro vocabolario che sfoglieremo soprattutto per confrontare l’evoluzione dei termini dialettali piacentini, nel 1836 riportava già questa voce, alla quale l’autore dà questa definizione: “Cibreo e anche ragù. Voce dell’uso. Intingolo, manicaretto noto.”

A titolo di curiosità anche Francesco Cherubini, autore del famoso “Vocabolario milanese - italiano” fornisce la stessa definizione per ragò e aggiunge però questo esempio “Ragò de robba frùsta”.

Il Tammi inoltre contempla la variante: regò

E’ da riferire infine il vezzeggiativo raguttèin che non sminuisce in questo caso il buon ragù preparato dalla nonna, ma anzi lo elogia come nella frase, Ho mangiä un raguttèin tant bòn... am végna fàm ragàss!



(Fonte immagine: http://www.giallozafferano.it)












Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.

giovedì 6 aprile 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... raṡdùra (razdùra)

A cura di
Claudio Gallini


Una parola dialettale pronunciata dai piacentini forse più un tempo rispetto ad oggi è radùra e raṡdùr, che potremmo rispettivamente identificare con la massaia e il capo famiglia.

Un tempo la raṡdùra era inquadrata come la donna di casa (la suocera o la mamma) alla quale bisognava portare un doveroso rispetto, le nuore probabilmente anche un giustificato timore, e ad ella bisognava sottostare e obbedire.

Lo scrivente, che ha radici dell’alta val Nure, può aggiungere altresì che la raṡdùra di montagna chiamata più comunemente mamà, nunéna o nòna, impartiva anche precisi ordini quali la cura della stalla col relativo bestiame, la manutenzione del pollaio, il lavoro nei campi, e altri lavori spesso umilianti.

Tutte le donne di casa erano quindi dipendenti dalla raṡdùra che dal marito aveva sovente la procura dell’amministrazione delle entrate e delle uscite familiari; quando una nuora doveva acquistare anche un grembiule nuovo era costretta a chiederle il denaro ma poche volte la domanda veniva accettata.

La versione maschile raṡdùr è invece orientata al marito della massaia ovvero il capo famiglia, il Signore che governava l’azienda agricola che in campagna potremmo identificare col mezzadro, responsabile del buon andamento della famiglia; quando veniva a mancare il marito, la moglie amministrava a trecentosessanta gradi l’intera famiglia. 

In tutta l’Emilia ritroviamo questa voce che a Bologna, ad esempio, suona come arzdòura arzdòur, o in Romagna come azdòra azdòr con lievi varianti a seconda della zona; questa è una voce tipicamente emiliana che deriva dal latino regere con il significato di “reggitrice” ma anche di direttrice. 

Nell'uso corrente diremmo semplicemente, massaia e “capoccia” per l’uomo.

A titolo di curiosità Lorenzo Foresti, nel suo vocabolario piacentino-italiano del 1836, ci riporta la voce in questo modo: razdòra razdòr

I confini linguistici, infine, non sempre rispettano quelli provinciali, difatti troviamo questo lemma, con le dovute variazioni linguistiche, anche ai confini provinciali dell’Emilia verso nord, come nel pavese, nel cremonese o nel mantovano per citarne solo alcuni.








(In foto una raṡdùra degli anni '30 del sec. XX, Archivio A. Morisi)







Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonte d'ispirazione per le sue ricerche.

venerdì 2 maggio 2014

"T'AL DIG IN PIASINTEIN" - "T'e pö luc che bell"

https://www.facebook.com/groups/ripensandopiacenza

Vecchia rubrica, curata dal compianto critico cinematografico Giulio Cattivelli, estratta dal periodico della Banca di Piacenza, "Banca Flash"


il semplice "luc", dal suono secco come una frustata, è il più diffuso epiteto ingiurioso del nostro dialetto.
Trasparente abbreviazione dell'italiano "allocco", colto e disusato, in pratica viene spesso ammorbidito dalla bonarietà di un intercalare domestico, sia nell'accrescitivo e peggiorativo "lucatàs" e nella sua scherzosa variante "lucchètti". Il comparativo "pö luc che bell" (più sciocco che bello), perfeziona e insieme mitiga l'intenzione offensiva del termine introducendo una nota di ricercatezza umoristica data appunto dal raffronto fra due qualità di ordine diverso, una negativa e l'altra positiva.
infine l'antica e popolare espressione "luc da fera", dovrebbe accentuare l'ingiuria, sottolineando un grado particolarmente elevato ed eccezionale di stupidità, tale da meritare l'esibizione come feomeno da baraccone.

Testo di Giulio Cattivelli - (Banca Flash della Banca di Piacenza)

lunedì 8 luglio 2013

detti piacentini

#RipensandoPiacenza ‎#Piacenza ‎#ProfessorParaboschi ‎#Dialetto ‎#dialettoPiacentino ‎#PiacenzaNelCuore

piccoli aneddoti sul nostro amato dialetto raccontati con gran simpatia e precisione  dal professor Paraboschi
Vi consiglio di ascoltarlo e, se volete, diffondetelo. Il contenuto del video, è davvero bello!



venerdì 3 agosto 2007

L'Angil dal Dom

Prendendo spunto da un bellissimo video scovato su youtube, dedico questo post ad uno dei simboli di Piacenza: L'Angil dal dom, che da seicento anni svetta sulla guglia del campanile della cattedrale, come una sorta di angelo custode per tutti i piacentini.
Posto una bellissima poesia Valente Faustini, dedicata appunto all'Angil dal dom:

LÔNTAN DA CÁ

Angil dal Dom, o nos bell'Angil dór
c'at sè i nostar sôspir quand sôm partì
e che magon! quand s' eram in vapôr
e in dla nebbia a t'hôm vist a scomparì:

Angil bon, tegna a meint 'l nos dôlôr!
tegnl'a a meint, Angil d'or, ... e qust völ di'...
aslârga i' âl bell grand e con pö amôr
lamó in sla nossa cá in dôv sôm nassí;

e quand s'agh leva 'l füm d'al nos camein,
cme un sospir c'vö andâ a 'l ciel pö drit c'as pössa...
digh a la mamma ca la peinsa bein,

digh c'an pinsôm che da tornâ a cá nossa,
sôtt a il to âl, con i' atar Piaseintein,
e stäg chiet, cme i sinein sôtt a la ciossa.


Qui sotto, il video che riprende il momento in cui l'Angelo viene smontato dal campanile per esser sottoposto ai restauri