Contenitore di tutte le eccellenze di cui il Territorio piacentino dispone. Senza alcuna presunzione, vorrebbe creare dibattiti ed idee utili per dare uno slancio culturale ad una città ed una provincia con grandi potenzialità, solo minimamente sfruttate. questo blog non ha alcuna tendenza politica.
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venerdì 28 settembre 2007
Giuseppe Verdi il Piacentino
Di Villanova sull'Arda e della provincia di Piacenza fu anche consigliere provinciale.
Anche in questo caso, si nota la differenza fra Parma e Piacenza. Loro sfruttano fino al midollo il legame che hanno con Verdi; noi invece, beh lasciamo perdere. Qualcosa è stato fatto, ma sempre in ambiti locali mentre oggi 28/09/07, a Parma ha inizio il "Festival Verdi 2007" al teatro Regio ed il richiamo dell'evento è nazionale. Ancora una volta, ci tocca imparare da chi da secoli si dimostra più lungimirante e furbo di noi.
Qui sotto, un breve testo tratto da www.verdipiacentino.it - interessante sito ricco di informazioni inerenti alla vita del maestro.
Giuseppe Verdi ha i tratti caratteriali tipici dei piacentini. Operoso, prudente negli affari, parsimonioso ma anche generoso. Fiero e riflessivo, sa essere inflessibilmente severo. Egli nasce, sì, a Roncole di Busseto (Parma) da Carlo Verdi, che gestisce un'osteria, e da Luigia Uttini. Entrambi i genitori hanno però radicate origini piacentine: la famiglia Verdi, dal XVII secolo gravita tra Villanova e Sant'Agata, entrambe località del Piacentino, mentre da parte materna gli Uttini si muovono tra Saliceto di Cadeo e Chiavenna Landi, in piena terra piacentina. E' solo il nonno Giuseppe Carlo, che - pur avendo diverse proprietà nel Piacentino e precisamente a Bersano, Villanova e Sant'Agata - si trasferisce a Roncole nel 1791, dove decide di gestire insieme alla famiglia, l'osteria del piccolo borgo e dove Verdi nasce nel 1813, a pochi chilometri da Busseto. Gran parte della sua vita - poi - sarà, comunque, caratterizzata dalla quiete della villa di Sant'Agata di Villanova. Nel 1851, Verdi lascia definitivamente Busseto, ove era tornato verso la fine degli anni Quaranta dopo diversi anni vissuti a Milano, dove aveva mietuto successi e consensi. Egli infatti non ama i bussetani, troppo pettegoli e troppo curiosi sul suo rapporto con la Strepponi, e sposta la propria residenza a Sant'Agata, dove compone gran parte delle sue opere e dove svolge, oltre che l'attività di musicista anche quella di imprenditore agricolo.
Banca di Piacenza
A Piacenza coltiva amicizie (poche, ma sincere), nel 1889 viene eletto consigliere provinciale nel collegio di Cortemaggiore (del 1879 al 1884 era stato eletto consigliere comunale di Villanova, di cui finanziò la costruzione dell'ospedale, inaugurato nel 1888). Il resto sono i viaggi, le soste a Fiorenzuola, le brevi tappe a Piacenza all'albergo San Marco (a pochi passi da piazza Cavalli) e i tanti, tantissimi spostamenti tra Genova, Milano, Parigi, Roma, Londra, Pietroburgo di questo compositore che ha cambiato il linguaggio musicale del nostro tempo, segnando un'epoca.
lunedì 24 settembre 2007
Chiesa di Sant'Agostino
Ne consiglio la visita, in quanto si può visitare un monumento solitamente chiuso al pubblico in quanto sconsacrato e poter ammirare le bellissime esposizioni di design ed arte moderna esposti al suo interno.
Superflio dire che la chiesa sarebbe la sede ideale per tutte le mostre di alto livello, a parer mio molto più indicata rispetto al salone del Palazzo Gotico ormai sede naturale di tutti gli eventi artistici più importanti.
Qui sotto una breve descrizione di S. Agostino, tratto da www.vacanzeitinerari.it
I lavori per il convento di S. Agostino furono iniziati nel 1550, secondo un unico grande progetto che prevedeva la costruzione di tre ampi chiostri e di una chiesa a cinque navate con cupola e «crosere», colonne binate e pilastri accorpati. Gli edifici conventuali, oggi parte della Caserma Cantore non sono visitabili. Particolarmente interessante è il primo chiostro, in cui si è adottato l'ordine tuscanico nelle logge inferiori e una serie di serliane per quello superiore. La chiesa (1570-87) fu costruita dal piacentino Bernardino Panizzari, detto il Caramosino, a cui è tradizionalmente attribuita anche I'ideazione del progetto architettonico, riferibile invece, secondo studi più recenti, a Cristoforo Lombardo, un architetto milanese aggiornatosi sull'opera di Giulio Romano, autore di una serie di edifici particolarmente significativi e che presentano soluzioni simili a quelle adottate a s. Agostino. Preceduta da una facciata neoclassica, eretta tra il 1786 e il 1792 seguendo i disegni di Camillo Moriggia (Ravenna 1743-1795), autore, tra l'altro, del sepolcro di Dante a Ravenna, la chiesa è stata recentemente restaurata. L 'interno, a cinque navate, separate da coppie di colonne in granito e da pilastri accorpati, dalle linee maestose e solenni, rivela interessanti soluzioni spaziali nel sistema delle coperture delle ali laterali e all'incrocio del transetto, sormontato da una grandiosa cupola.
Con la soppressione dei Canonici Lateranensi la chiesa fu spogliata dei suoi arredi, in parte riutilizzati in altre chiese cittadine e del territorio (l'altar maggiore e alcune strutture marmoree delle cappelle laterali si trovano, per esempio, nella parrocchiale di Rivergaro). Sono inoltre esposti al Museo Civico la fontana del Mosè e la splendida statua lignea di S. Agostino del XVIII. Conservano invece la loro ubicazione originaria, seppure mutilate dalle truppe francesi, le calibratissime decorazioni in stucco e le statue, opera di Giulio Mazzoni (Piacenza 1525 c.-1589 c.), formatosi a Firenze e a Roma (fu allievo del Vasari e di Daniele da Volterra), rientrato a Piacenza nel 1576 dove fu impegnato nei più importanti cicli decorativi. Dell'originale decorazione affrescata, che doveva coinvolgere tutta la struttura del tempio, rimangono alcune tracce rilevanti. La complessità del programma è testimoniata dal transetto destro, nella cui lunetta, ai lati della serliana, fu affrescata un' Annunciazione da G.B. Trotti detto il Malosso (Cremona 1556-Parma 1619), discepolo di Bernardino Campi, impegnato lungamente a Piacenza (1583-1615). Formatosi alla scuola cremonese fu poi influenzato dagli esiti correggeschi approdando ad una pittura devozionale rigorosamente attenta ai principi tridentini, con soluzioni vicine a quelle del Barocci.
È andato purtroppo perduto nei bombardamenti del 1945 l'affresco del refettorio, opera di Giovan Paolo Lomazzo (Milano 1538-1600) noto per il celebre trattato sulla pittura e i suoi rapporti con Leonardo.
martedì 18 settembre 2007
Palazzo Anguissola Rocca
di ANNA ANSELMI tratto da www.liberta.it
Torna a rivivere il sontuoso salone delle feste di Palazzo Anguissola di Cimafava-Rocca, aprendo le porte al pubblico, a conclusione degli ultimi, impegnativi restauri. Dopo la giornata inaugurale, sabato 29 settembre (ingresso a inviti), la giovane associazione Piacenza Arte ha infatti intenzione di ospitare, negli spazi settecenteschi della nobile residenza, conferenze, concerti e, in generale, iniziative culturali, a partire dalla contiguità con una delle istituzioni cittadine più importanti: il Teatro Municipale. Palazzo Anguissola di
Cimafava si trova infatti all'angolo tra via Giordani e piazza Sant'Antonino, di fronte al quasi coevo massimo teatro piacentino. «L'associazione si è costituita nel 2005, ma - spiega la presidente
Carla Romana Raineri - per renderla operativa abbiamo dovuto aspettare il completamento dei lavori, avviati cinque anni fa». Carla Romana Raineri, magistrato al tribunale di Milano, è proprietaria di una parte dell'immobile, frazionato in passato tra più condomini, accanto alla porzione mantenuta dalla famiglia Nasalli-Rocca. Piacentina - il bisnonno paterno era l'agronomo, giornalista e uomo politico Giovanni Raineri, il padre della nonna paterna era il basso Cesare Melzi -trasferitasi da tempo a Milano, Carla Raineri spera molto nel ruolo di catalizzatore culturale che un luogo come Palazzo Anguissola di Cimafava può giocare all'interno del centro storico. In una posizione per altro strategica, a pochi passi da piazza Cavalli, piazza Duomo, il conservatorio "Nicolini"... La sede dell'associazione sarà al piano nobile dell'edificio, in un
appartamento che alterna stanze con affreschi ottocenteschi (scene con cavalieri) ai delicati stucchi tra le grottesche dipinte nel '700. «Le idee sono tante. Il filo conduttore dovrebbe essere la musica, ma
affrontando anche temi di approfondimento che attraversano diverse discipline, ricreando una sorta di salotto letterario». All'inaugurazione, Paolo Bosisio, direttore artistico di Piacenza Arte, nonché docente ordinario di storia del teatro all'università di Milano, presenterà il programma iniziale dell'associazione, che haintanto cominciato a collaborare con il "Nicolini" e il suo direttore, Fabrizio Garilli. Alcuni allievi si esibiranno in quartetto d'archi proprio in occasione del vernissage, nel cortile e nel salone delle feste di Palazzo Anguissola-Rocca. Il sito internet di Piacenza Arte (www.piacenzarte.it) consente già di "entrare" virtualmente nell'edificio e di conoscerne per cenni la storia, insieme agli ultimi
lavori. Il restauro è stato diretto da Piergiorgio Armani, architetto,
e Alberto Catulli, ingegnere, sotto la supervisione della Soprintendenza per i beni architettonici. Lo scalone, dalla balaustra in granito di Baveno, e l'affresco sul medaglione della volta ("Alessandro tra Giove e Mercurio" del milanese Federico Ferrario) sono stati affidati alle cure della restauratrice Alessandra D'Elia.
Non si conosce con sicurezza il nome dell'architetto che disegnò il palazzo nel secolo XVIII, accorpando più case preesistenti, appartenenti a vari membri della famiglia Anguissola, tra le più antiche del Piacentino.
Giorgio Fiori, nel quarto tomo dell'opera "Il centro storico di Piacenza", dedicato al quartiere di Sant'Antonino, precisa come il ramo principale della famiglia riuscì a riunire le diverse abitazioni nelle proprie mani tra il 1726 e il 1727, senza peraltro arrivare fino a piazza Sant'Antonino, meta raggiunta soltanto ai primi dell'800, quando erano già subentrati i Rocca. Nel 1752 Ottaviano e Giovanni
Anguissola sottoposero ad approvazione un progetto, redatto - ipotizza Fiori - dal loro tecnico di fiducia, Gianandrea Boldrini, ingegnere ducale dal 1775. Attribuzione che veniva avanzata anche da Anna Maria
Matteucci nei "Palazzi di Piacenza. Dal barocco al neoclassico", evidenziando le affinità nel «dilatarsi dell'atrio» e nella «grafia elegante delle volte» con Palazzo Mandelli, per il cui progetto si fa lo stesso nome di Boldrini. Tipologicamente Palazzo Anguissola di Cimafava, sviluppato su uno schema a U, è memore di soluzioni adottate in area lombarda, come «gli archi che reggono la cancellata verso il giardino e il percorso pensile che unisce le due ali».
lunedì 10 settembre 2007
Collegio Alberoni Piacenza
L'unica nota dolente è data dal fatto che la struttura è privata ed il museo è visitabile solo su prenotazione, quindi non rientra in nessun pacchetto turistico e questo è davvero un peccato, perchè il collegio con tutti i suoi tesori merita visibilità e può essere una valida attrazione per incrementare la notra offerta turistica, che è ricchissima ma ancora poco organizzata.
Una breve storia sul Collegio Alberoni (fonte wikipedia)
Deve il suo nome al Cardinale Alberoni che, dopo il sostegno fornito a Clemente XII, fu nominato amministratore dell'ospedale di San Lazzaro di Piacenza, nel 1740. L'ospedale era una fondazione medioevale a beneficio dei lebbrosi. Essendo la malattia scomparsa dall'Italia, Alberoni ottenne il consenso del Papa per la soppressione dell'ospedale, che era caduto in stato di grande disordine, e istituì al suo posto un collegio per l'educazione al sacerdozio di settanta ragazzi poveri, con il nome di Collegio Alberoni. Il Collegio aprì il 18 novembre del 1751. Alla sua morte il Cardinale Alberoni lasciò una somma di 600.000 ducati in dote al seminario da lui fondato. Il collegio prosperò e sebbene sorto precipuamente per la formazione del clero, l'istituto ha annoverato fra i propri alunni scienziati, ingegneri, giuristi e medici, filosofi, eruditi e uomini politici di nota. Si sono formati fra le mura di questa istituzione personaggi quali Gian Domenico Romagnosi, Melchiorre Gioia, Giuseppe Taverna, Alfonso Testa e Stefano Fermi, padre della scuola storica piacentina. Un discreto numero di seminaristi furono elevati alla Porpora Cardinalizia: i cardinali Agostino Casaroli, Silvio Oddi, Opilio Rossi, Antonio Samoré; Luigi Poggi
Oltre ad ospitare i seminaristi, dispone di una ricchissima biblioteca e di un osservatorio astronomico; di notevole interesse la Galleria Alberoni, museo che comprende un centinaio di quadri di artisti di prim'ordine tra cui "Ecco Homo" di Antonello da Messina, 18 arazzi antichi (di grande valore due arazzi fiamminghi del primo '500).
mercoledì 29 agosto 2007
Piazza S. Antonino - immaginazione...
Un consiglio, se mi poso permettere e sempre ammesso che qualcuno legga quest'articolo. Ok il ritorno al passato, ma utilizzate i sanpietrini o un lastricato... i sassi, pur avendo il loro fascino, sono un vero incubo per chi utilizza la bici (vedi via Tibini, via S. Marco, etc)
PS: L'ulivo l'avrei tolto, ma son troppo pigro per farlo. Ammetto che nonostante tutto non mi infastidisce particolarmente.
lunedì 27 agosto 2007
Degrado Cittadino - S. Maria del Carmine
Da segnalare, che da decenni sulla facciata campeggia il cartello "pericolo di crolli", ma ben poco o niente, si è fatto perchè questo non accadesse.
Auspico che questo intento di recupero sia celere e che si pensi ad una sua funzione consona per ospitare eventi o associazioni che permettano alla città di rivivere questi splendidi spazi che da anni sono inaccessibili e che meritano di tornare ai fasti di un tempo.
venerdì 24 agosto 2007
PALAZZO COSTA
Il filmato postato qui sotto è del noto videomaker Roberto Dassoni.
Ulteriori notizie ed immagini su questo bellissimo palazzo, le potete trovare sul sito http://www.spaziocosta.it lo spazio polivalente di arte e design che ha la propria sede proprio nelle sale della prestigiosa dimora.
lunedì 20 agosto 2007
Piacenza ed i suoi palazzi
martedì 7 agosto 2007
P.L.A.C. - la congiura di Piacenza
L'omicidio fu effettuato nella cittadella farnesiana, morì sotto le pugnalate del conte Anguissola e poi mostrato alla folla e gettato nel fossato della rocca.
Qui sotto, alcuni cenni di vita di Pierluigi Farnese, tratti da: http://it.wikipedia.org
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ritratto da Tiziano
(Museo Capodimonte - Napoli).
Pier Luigi Farnese (Roma, 19 novembre 1503 - Piacenza, 10 settembre 1547) fu il primo duca di Castro e il primo duca di Parma e Piacenza.
Pier Luigi jr. (per distinguerlo dal nonno Pier Luigi sr.), nacque dal cardinale Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III e, probabilmente, da Silvia Ruffini, gentildonna romana che avrebbe dato al futuro papa altri tre figli: Costanza, Paolo e Ranuccio. Questa sua origine non legittima lo tormentò per tutta la vita, e contribuì, in modo forse determinante, alla formazione del suo carattere. Per indicarlo, i nobili piacentini lo chiamavano con disprezzo "il bastardo del papa".
La carriera militare di Pier Luigi fu molto varia; sarà coinvolto su più fronti e al soldo di più padroni; a volte combatterà contro gli stessi familiari e addirittura contro il papa, abbandonando la tradizionale posizione guelfa dei Farnese. Non fu un semplice soldato o mercenario, fu lo stereotipo del guerriero: selvaggio, primordiale, amorale. Non gli mancarono coraggio e ardimento: fu forte, audace e risoluto, addirittura eroico, ma a tal punto efferato da ripugnare i suoi stessi committenti.
L'elezione di Paolo III
Improvvisamente una notizia a lungo attesa e forse ormai inaspettata, scosse Pier Luigi dal torpore in cui era ricaduto: nell’ottobre 1534 il padre, cardinale Alessandro Farnese, ascese al soglio di Pietro con il nome di Paolo III. Nella rocca di Valentano si organizzarono grandi festeggiamenti, dopodiché Pier Luigi, abbandonati i piaceri della vita familiare e le battute di caccia partì per Roma. Il primo atto del nuovo pontefice fu la creazione del nipote quattordicenne Alessandro, primogenito del figlio diletto, e del nipote, figlio di Costanza, Guidascanio Sforza, cardinali.
In politica estera il nuovo papa osservava la regola dell’equidistanza tra Francia ed impero. Tuttavia Carlo V lasciò intravedere al pontefice che avrebbe dato volentieri a Pier Luigi la città di Novara. Paolo III, invece, accettò per il figlio una pensione annua a condizione che non divenisse di pubblico dominio e, per il nipote Alessandro, il ricco arcivescovato di Monreale in Sicilia.
Il Ducato di Parma e Piacenza
L'ambizioso Pier Luigi, ambiva a qualcosa di più grande e di più autonomo rispetto alla Chiesa. Nella sua mente c’erano il ducato di Milano, la città di Siena o Piacenza.
Il papa, dopo il rifiuto di Carlo V di infeudare Pier Luigi con Milano, decise di investire il figlio e la sua discendenza del ducato di Parma e Piacenza, togliendo ad Ottavio Camerino e a Pier Luigi Nepi. La proposta di investitura fu fatta nel concistoro del 12 agosto 1545 e la votazione avvenne in quello del 17 agosto, non senza contrasti. Però, dopo che il camerlengo, Guidascanio Sforza, dimostrò che Parma e Piacenza rendevano 7.500 ducati l’anno, mentre Camerino rendeva 10.000 ducati e che in 10 anni il ducato di cui si parlava era costato alla Camera Apostolica la bellezza di 200.000 ducati, la votazione risultò favorevole alla decisione di Paolo III, che obbligò Pier Luigi a pagare un censo annuale di 9.000 ducati alla Camera Apostolica ed a cedere il ducato di Castro ad Ottavio, facendogli in questo modo riconoscere di essere un vassallo della Chiesa.
La dipendenza feudale del ducato di Parma e Piacenza dalla Santa Sede avrebbe costituito per più secoli (e ancora al congresso di Vienna) un motivo di rivendicazione da parte della Curia Romana, e di dispute tra quest'ultima e (passata poi Parma ai Borboni) gli stati borbonici: l'episodio più acuto di tale scontro fu probabilmente quello che avvenne, nel Settecento, con papa Clemente XIII.
Il duca prese possesso dei suoi stati il 23 settembre del 1545 e, non mostrando alcuna riconoscenza verso il papa, considerando il merito della formazione del ducato tutto suo, cercò di trasformare il vassallaggio in favore dell’imperatore, ma lo stesso Carlo V rifiutò.
I primi provvedimenti a cui mise mano furono: l’apertura di numerose scuole in cui si insegnavano la medicina, il diritto e la letteratura latina e greca; la costruzione di nuove vie di comunicazione per favorire il commercio; la riforma del sistema amministrativo prendendo spunto dal modello milanese; la riforma del sistema giudiziario in forma più garantista: i giudici dovevano motivare gli arresti.
Diede forte slancio all’agricoltura abolendo la tassa sul bestiame, riparando strade rurali, ricostruendo o restaurando ponti e migliorando il regime delle acque. Per l’industria ed il commercio migliorò le comunicazioni tra le varie regioni del ducato e sviluppò il servizio postale.
Per riassestare il bilancio assoggettò tutti gli abitanti al pagamento delle tasse e soppresse le esenzioni ingiustificate. Per poter raggiungere tale scopo ordinò ai preti di censire tutti i parrocchiani dai 10 ai 70 anni d’età; da ogni parrocchia furono eletti tre rappresentanti, uno ricco, uno di modesta fortuna ed uno povero; costoro avrebbero dovuto censire i beni mobili, immobili ed il bestiame di ogni parrocchiano. Con tale metodo il duca venne a conoscenza delle ricchezze di ogni abitante e fu in grado di ripartire equamente le cariche pubbliche e le tasse.
Per garantire la sicurezza dello stato, Pier Luigi creò delle legioni composte da cinque compagnie di 200 fanti ciascuna ed una guardia personale. Non tralasciando il suo pallino che era la costruzione di una fortezza a Piacenza. Del disegno dell’opera fu incaricato Domenico Giannelli. Il piano fu sottoposto alla revisione del San Gallo e di Michelangelo, che lo approvarono con poche modifiche l’11 novembre 1545. La nuova fortezza doveva essere un baluardo contro gli spagnoli ed un ammonimento contro coloro che criticavano la sua politica di riforme.
Pier Luigi sapeva bene che i nobili lo odiavano e che la borghesia ed il popolo non lo avevano molto in simpatia, così, per avere un controllo più saldo della situazione, decise che chiunque avesse una rendita superiore a 200 scudi avrebbe dovuto risiedere in città, pena la perdita dei beni.
Tutte queste precauzioni non erano inutili perché Carlo V, che nel frattempo era diventato ostile al papa, non aveva gradito la cessione del ducato a Pier Luigi. A causa di questa rottura, inoltre, erano ricominciate a formarsi le fazioni guelfa con il papa, la Francia, Venezia, Parma e Ferrara e quella ghibellina con l’imperatore, la Spagna, Genova, i Medici e i Gonzaga.
La congiura di Piacenza e la tragica morte
Fu proprio Ferdinando Gonzaga, conosciuto in Italia come Don Ferrante, governatore di Milano, che, avendo appreso che l’imperatore voleva appropriarsi del ducato di Parma e Piacenza alla morte del papa, decise di colpire i Farnese verso cui covava un odio mortale.
Gonzaga iniziò a far spiare Pier Luigi ed a mandare rapporti continui a Madrid ed a Carlo V. Pier Luigi, da parte sua, consapevole che alla morte del padre la bufera si sarebbe abbattuta su di lui, non rimase con le mani in mano; il 4 giugno 1547 fece sposare la figlia Vittoria con il duca di Urbino, Guidobaldo II della Rovere; alla fine dello stesso mese stipulò il contratto di fidanzamento tra il figlio Orazio e la figlia del re di Francia, Enrico II, Diana; e continuò alacremente i lavori di fortificazione del suo ducato.
Carlo V, preoccupato per il procedere dei lavori a Parma, si convinse a lasciare mano libera a Don Ferrante per organizzare una congiura contro il duca.
Già il marchese Pallavicini di Cortemaggiore, fuoriuscito a Crema, aveva offerto il suo braccio e quello dei suoi amici al Gonzaga, ma questi rifiutò perché costui era sotto la stretta sorveglianza delle spie dei Farnese. Preferì invece affidarsi al suo lontano parente Luigi Gonzaga, signore di Castiglione, e al di lui cognato conte Giovanni Anguissola, che si impegnò a trovare altri congiurati tra la nobiltà parmense. L’Anguissola riuscì a convincere il conte Agostino Landi, il marchese Giovan Luigi Confalonieri e i marchesi Girolamo e Alessandro Pallavicini.
"Nel fatal giorno 10 settembre 1547, trovandosi Pierluigi nella vecchia cittadella di Piacenza, furono presi i posti, trattenute le poche guardie tedesche, ed alcune uccise dai congiurati. Il conte Anguissola entrò risoluto nella stanza ov'era il duca, a cui tante pugnalate si calarono sinché diè segno di vita. Aperta la finestra che più riguarda verso la piazza egli, l'Anguissola, ed il Landi mostrarono il cadavere al popolo gridando libertà e Impero, e quindi lo piombarono giù nella fossa. Questa tragedia compiuta, furono introdotti in città i soldati imperiali che stavano in aspetto nelle vicinanze, e il giorno di poi D. Ferrante Gonzaga venne a prenderne possesso per Cesare" (dal Vocabolario topografico dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, di Lorenzo Molossi, Parma, dalla tipografia ducale, 1832-34, pag. 317-8).
Dopo la morte del figlio, il papa riunì il concistoro ed accusò Don Ferrante della sua morte, ridicolizzando le motivazioni che adduceva per l’occupazione di Piacenza, dopodiché dichiarò espressamente che Ottavio sarebbe stato il nuovo duca ed il nuovo Gonfaloniere della Chiesa.
Di lui è stato detto, come di Caravaggio, "morì male così come era vissuto".
Il suo corpo fu ricomposto e sepolto a Piacenza, prima in una chiesa, poi in un'altra; in seguito la salma fu fatta traslare a Parma dalla moglie Gerolama Orsini e infine fu trasferita nella tomba di famiglia sull'isola Bisentina, dove dopo la morte lo raggiunsero anche la moglie e il figlio cardinale Ranuccio.
Pier Luigi Farnese ebbe dalla moglie Gerolama Orsini quattro figli: Ottavio, che gli succederà a capo del ducato, Alessandro, che fu vescovo di Parma e cardinale, Ranuccio, lui pure cardinale, e arcivescovo di Napoli, e Vittoria, che andò sposa a Guidobaldo II, duca d'Urbino. Ebbe poi anche un figlio naturale, Orazio che sposò Diana d'Angoulême, figlia naturale del re di Francia Enrico II.
venerdì 3 agosto 2007
L'Angil dal Dom
Posto una bellissima poesia Valente Faustini, dedicata appunto all'Angil dal dom:
LÔNTAN DA CÁ
Angil dal Dom, o nos bell'Angil dórc'at sè i nostar sôspir quand sôm partì
e che magon! quand s' eram in vapôr
e in dla nebbia a t'hôm vist a scomparì:
Angil bon, tegna a meint 'l nos dôlôr!
tegnl'a a meint, Angil d'or, ... e qust völ di'...
aslârga i' âl bell grand e con pö amôr
lamó in sla nossa cá in dôv sôm nassí;
e quand s'agh leva 'l füm d'al nos camein,
cme un sospir c'vö andâ a 'l ciel pö drit c'as pössa...
digh a la mamma ca la peinsa bein,
digh c'an pinsôm che da tornâ a cá nossa,
sôtt a il to âl, con i' atar Piaseintein,
e stäg chiet, cme i sinein sôtt a la ciossa.
Qui sotto, il video che riprende il momento in cui l'Angelo viene smontato dal campanile per esser sottoposto ai restauri







