Chi mi conosce lo sa; sono sempre stato volutamente al di fuori della politica, non mi interessa! Ho amici di destra, centro e sinistra, ognuno ha le proprie idee politiche.
Non me ne vogliano gli amici di sinistra ma, il sindaco Reggi ha davvero "rotto le cosiddette" con i suoi atteggiamenti dispotici travestiti di una fasulla democrazia. L'ultimo atto, di una serie interminabile di azioni dittatoriali, è ciò che sta cercando di fare in piazzetta plebiscito.
In questa piazzetta, posta dietro la centralissima basilica di San Francesco, secondo un presunto progetto di riqualificazione, si volevano abbattere inspiegabilmente 7 tigli degli 11 presenti nella piazza. Considerando che, le piante sono sane e che la volontà popolare si è schierata decisa in un comitato per la loro salvaguardia che sembrava essere stata raggiunta. Il Comune di Piacenza, tre mesi dopo aver annunciato che avrebbe evitato l'abbattimento dei tigli, data la volontà della cittadinanza per la loro sopravvivenza.Oggi, 29/09/11, tramite tecnici specializzati di IREN, si sono fatte ulteriori analisi ai tigli per valutarne la loro stabilità.
Purtroppo, temo che il comune voglia escogitare qualche escamotage per poter portar avanti il proprio progetto di abbattimento delle piante, inizialmente bocciato da una vera e propria sommossa popolare in difesa dei tigli della piazza.
Piazzetta Plebiscito, rappresenta uno dei pochi angoli verdi del centro storico; mi piacerebbe sapere dal sindaco Reggi, una motivazione sensata di questo ulteriore e inutile controllo a questi "poveri" tigli di cui pare non sopportare l'esistenza.
Il prossimo sindaco, a prescindere dal colore politico che rappresenterà, spero possa essere il più possibile il sindaco di tutti e che possa far fare a Piacenza quella crescita urbanistica e culturale che merita e che attende da troppo tempo.
Massimo Mazzoni
Contenitore di tutte le eccellenze di cui il Territorio piacentino dispone. Senza alcuna presunzione, vorrebbe creare dibattiti ed idee utili per dare uno slancio culturale ad una città ed una provincia con grandi potenzialità, solo minimamente sfruttate. questo blog non ha alcuna tendenza politica.
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venerdì 30 settembre 2011
domenica 18 settembre 2011
PONTE DELL'OLIO - La strana sparizione della statua di San Michele arcangelo
Abbandonata in un cortile e poi sparita dalla vista dei parrocchiani. A distanza di tre anni non vi sono più tracce della statua barocca di San Michele Arcangelo, che alcuni fedeli della parrocchia di San Martino, a Ponte dell’Olio, avevano individuato tra impalcature smontate e attrezzi dei muratori. Del caso si era occupato oltre tre anni fa il quotidiano cittadino La Cronaca, in una serie di articoli a firma FILIPPO COLUMELLA che alla fine dimostravano l’origine dell’opera e la sua importanza nella storia del paese.
Non ci volle molto affinché qualche esperto di storia locale la identificasse come una scultura barocca di autore ignoto e fortemente somigliante ad un dipinto di Guido Reni, pittore bolognese tra i maggiori del Seicento, conservata a Roma nella chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini. Diversi dettagli coincidevano infatti nelle due opere che raffigurano il santo, considerato una guida per i sacerdoti esocisti,
intento a schiacciare il diavolo incatenato e agonizzante al suolo.
LA CHIESA DI SAN MICHELE
Secondo gli anziani del quartiere Riva la statua era un manufatto anticamente conservato nella chiesa di San Michele, della quale non vi erano più tracce sebbene il suo ricordo sopravviva tuttora nella memoria e nei racconti. La tradizione locale vorrebbe infatti che la statua sia l’ultimo reperto del tempio, della cui sparizione fino al 2008 non si conoscevano né il periodo e né le cause. In base a quanto tramandato, la chiesa sarebbe sorta in quello che tutt’ora è definito “campo di San Michele” e nel quale, al momento dell’aratura del terreno, gli agricoltori rinvengono ossa umane. Dalla collina il manufatto sarebbe poi stato portato nella chiesa parrocchiale di San Martino, per poi essere trasferita qualche decennio fa nella cappella del cimitero di Riva e poi nuovamente spostata in un cortile della parrocchia di San Martino dal parroco don Renzo Corbelletta.
Eppure le ipotesi non convincevano il sacerdote, che alla stampa si dichiarava scettico sul valore dell’opera, sulla sua provenienza e sull’esistenza di una chiesa forse leggendaria.
SULLE TRACCE DEI LONGOBARDI
Intanto si faceva luce intorno all’esistenza della chiesa di San Michele, la cui dedicazione sottolinea l’edificazione da parte dei longobardi. Anche il toponimo della zona in cui sarebbe sorta, Breda (riconducibile alla “braida”, l’accampamento), sembrava ricondurre alla presenza del popolo germanico, la cui frequentazione nel territorio della Val Nure è attestato anche dalla dedicazione delle chiese. Oltre a San Giovanni Evangelista (chiesa di Carmiano di Vigolzone) e a Santa Giustina (Veano di Vigolzone, oggi sconsacrata) veneravano infatti il “santo guerriero” San Martino di Tours (una delle due chiese parrocchiali di Ponte dell’Olio e quella della frazione Torrano) e appunto San Michele (Revigozzo di Bettola e Rompeggio di Ferriere), comandante dell’esercito celeste contro le schiere di Satana. Senza dimenticare, sempre in Val Nure, il toponimo San Giorgio Piacentino, riconducibile ad un altro “santo guerriero”.
LE PROVE
Pochi mesi più tardi il Gruppo archeologico Val Nure rinvenne le fondamenta del tempio, esattamente nel luogo definito “campo di San Michele”. E non passò troppo tempo perché dagli archivi della Diocesi di Piacenza-Bobbio emergesse un documento settecentesco che confermava il ricordo della chiesa e l’esistenza di un cimitero, oltre a dare prova di un luogo di culto in avanzato stato di decadenza. A confermarlo erano due pagine in latino redatte nel giugno del 1765 dal cancelliere vescovile Giuseppe Marchesi in occasione di una visita da parte «dell’illustrissimo e reverendissimo in Cristo padre e signore signor Pietro Cristiani prelato domestico e assistente del Santissimo signore signor Papa». Nel testo riportato da La Cronaca si legge che «la chiesa, ossia l’oratorio di San Michele sotto la parrocchia in località della Riva» era stata «demolita nell’anno 1754». «Fu decretato – prosegue la citazione del documento da parte del quotidiano di via Chiapponi - che questo sito fosse eretto a cimitero e che in perpetuo dovesse essere adibito a cimitero. Pietro Cristiani ordinò che la statua di San Michele, e inoltre tutte le cose, e i singoli scanni confessionali, le sedie, i vetri, e gli altri utensili di questo tipo, ora presenti nell’oratorio predetto, siano dati per servire al loro uso e consegnati al signor Rettore predetto della Chiesa Parrocchiale di Riva al fine di serbare i medesimi oggetti nella sua chiesa, dovranno servire al suo uso in perpetuo e non potranno essere usati per altri scopi». Gli arredi, dunque, dovrebbero essere conservati nella chiesa di San Martino. Ma contrariamente a quanto stabilito secoli fa dalla curia, la statua di San Michele Arcangelo non ha ancora ritrovato la sua collocazione adeguata, probabilmente dimenticata in qualche stanza della parrocchia.
sabato 10 settembre 2011
Un appello alle istituzioni locali dell’alta val Nure
Percorrendo la strada provinciale n° 8 che da Cantoniera di Boli giunge fino alla provincia di
Parma in direzione di Pianazze, in alta val Nure, non si potrà mancare di notare la sorgente
che si trova lungo la strada, poco prima di giungere a Le Moline.
La sopraindicata fontana, fu fabbricata sul finire degli anni quaranta quando, durante i lavori
di costruzione dell’attuale strada provinciale per Bedonia (PR), fu intercettata una sorgente
sul ciglio della strada, sorgiva forse proveniente dalle alture di Coletta.
Da allora la fontana, completamente realizzata in sasso, non ha mai smesso di saziare passanti
e ciclisti offrendo ottima acqua; un tempo serviva anche come abbeveratoio per bestie e per
dare ristoro ai lavoratori che dai campi facevano ritorno alle loro cascine.
Nonostante l’acqua non abbia mai smesso di sgorgare da allora, lo stato generale della fontana
volge, attualmente, in pessime condizioni.
La vasca non ha più tenuta per la presenza di numerose crepe sui fianchi e la colonna,
innalzata interamente in pietra a vista, è ricoperta da uno spesso strato di calcare e di
muschio che impedisce il libero sgorgare dell’acqua.
Il contorno è poi deturpato da molteplici rovi e piante infestanti che rendono oggi difficile
anche l’acceso alla fontana.
L’anno scorso alcuni abitanti dell’abitato di Coletta, compreso il sottoscritto, si sono dedicati
alla pulizia della struttura in forma superficiale cercando di rimuovere parte del calcare
saldamente fissato sulla stessa e tagliando piante e rovi che avvolgevano la fontana. Gli
stessi abitanti ora chiedono in gran coro un appello alle amministrazioni locali, tra cui la
comunità montana e il Comune di Farini, affinché questa fontana diventi un punto storico di
aggregazione con un recupero radicale della stessa.
La mia idea sarebbe, oltre al recupero e al restauro della sorgente, anche quella di creare una
semplice tettoia per dare protezione alla stessa ed ai passanti che cercano ombra e riparo.
Anche una semplice fontana può diventare un punto di riferimento turistico e allo stesso
tempo rappresentare, una fonte di ricordi che non deve mai andare persa.
Claudio GalliniParma in direzione di Pianazze, in alta val Nure, non si potrà mancare di notare la sorgente
che si trova lungo la strada, poco prima di giungere a Le Moline.
La sopraindicata fontana, fu fabbricata sul finire degli anni quaranta quando, durante i lavori
di costruzione dell’attuale strada provinciale per Bedonia (PR), fu intercettata una sorgente
sul ciglio della strada, sorgiva forse proveniente dalle alture di Coletta.
Da allora la fontana, completamente realizzata in sasso, non ha mai smesso di saziare passanti
e ciclisti offrendo ottima acqua; un tempo serviva anche come abbeveratoio per bestie e per
dare ristoro ai lavoratori che dai campi facevano ritorno alle loro cascine.
Nonostante l’acqua non abbia mai smesso di sgorgare da allora, lo stato generale della fontana
volge, attualmente, in pessime condizioni.
La vasca non ha più tenuta per la presenza di numerose crepe sui fianchi e la colonna,
innalzata interamente in pietra a vista, è ricoperta da uno spesso strato di calcare e di
muschio che impedisce il libero sgorgare dell’acqua.
Il contorno è poi deturpato da molteplici rovi e piante infestanti che rendono oggi difficile
anche l’acceso alla fontana.
L’anno scorso alcuni abitanti dell’abitato di Coletta, compreso il sottoscritto, si sono dedicati
alla pulizia della struttura in forma superficiale cercando di rimuovere parte del calcare
saldamente fissato sulla stessa e tagliando piante e rovi che avvolgevano la fontana. Gli
stessi abitanti ora chiedono in gran coro un appello alle amministrazioni locali, tra cui la
comunità montana e il Comune di Farini, affinché questa fontana diventi un punto storico di
aggregazione con un recupero radicale della stessa.
La mia idea sarebbe, oltre al recupero e al restauro della sorgente, anche quella di creare una
semplice tettoia per dare protezione alla stessa ed ai passanti che cercano ombra e riparo.
Anche una semplice fontana può diventare un punto di riferimento turistico e allo stesso
tempo rappresentare, una fonte di ricordi che non deve mai andare persa.
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domenica 19 giugno 2011
REGGI... e il misterioso rispetto per i disabili
Dopo un po' di tempo che, per motivi personali, ho dovuto trascurare il blog. In seguito a un breve giretto nel centro cittadino, ho trovato la triste "sorpresa"... i posti invalidi posti nella centralissima Piazza Cavalli, erano barbaramente occupati da transenne comunali che ne impedivano l'accesso agli aventi diritto. Vorrei sapere e conoscere, la geniale mente che ha deciso che tali posti andavano resi inaccessibili.
Non è per perbenismo o per della sterile polemica ma, ai responsabili di tal gesto, vorrei far capire le difficoltà che giornalmente incontrano le persone con difficoltà nella deambulazione!
Massimo Mazzoni
Non è per perbenismo o per della sterile polemica ma, ai responsabili di tal gesto, vorrei far capire le difficoltà che giornalmente incontrano le persone con difficoltà nella deambulazione!
Massimo Mazzoni
mercoledì 1 giugno 2011
Groppallo ed i suoi oratori
Il comprensorio parrocchiale di Groppallo, possiede un incommensurabile patrimonio artistico ed architettonico, decretato anche dalla presenza sul territorio di numerosi oratori dislocati in questa porzione di alta val Nure a cavallo del rio Lavaiana. Ognuno di questi sacelli, oltre a tramandare una fede radicata nel tempo, ha una propria storia, vasta da
riportare in questa sede, ma che comunque meriterebbe una particolare attenzione e sensibilità dalle amministrazioni locali e dagli organi preposti alla custodia dei beni artistici, quali sono queste preziose strutture.
Il capitano Antonio Boccia, già nel 1805, ricordava nel suo “Viaggio ai monti di Piacenza”, la presenza inquesta zona di diciotto oratori dislocati in diciotto ville della parrocchia di Groppallo; a distanza di duecento anni la conta di queste strutture si è amaramente dimezzata a causa del loro crollo, dovuto all’incuria ed all’abbandono.
Alcuni di questi edifici, risalgono addirittura al XVI sec. come ad esempio l’oratorio di “Santa Maria Maddalena” di Groppazzolo, unico della zona ad avere un vero e proprio campanile, una volta utilizzato come torre di avvistamento data la notevole visuale verso sud sulla val Lavaiana.
L’oratorio di Coletta, intitolato alla “Visitazione di Maria ad Elisabetta” insieme a quello di Comineto, devoto a “S. Michele Arcangelo”, furono invece edificati attorno al XVII secolo e la loro storia è strettamente legata alla “Via degli Abati”: un antico percorso che conduceva i monaci dal monastero di Bobbio fino a Pontremoli attraverso gli Appennini, per poi congiungersi con la più nota Via Francigena.
Anche se non confermato, l’oratorio di Banzolo, ricostruito nel 1631, sembrerebbe avere stretti legami con il percorso “Bobbio – Pontremoli” appena citato, e risulterebbe esser stato in passato un ospizio di proprietà dei monaci del monastero di San Colombano a Bobbio. Quello che è certo è che la sua devozione a “S. Rocco” è un dono per la fine della peste del 1600.
Altri importanti oratori, risalenti bensì al XVIII secolo, sono quello di Pometo, dedicato a “Santa Rita da Cascia”, quello di Roncolo, intitolato a “Santa Teresa d’Avila” e proprietà della famiglia Bruzzi, l’oratorio di “S. Agostino” a Poggio, l’oratorio di Costabiancona devoto a “Maria Bambina” e quello di Mangiarosto intitolato a “San Girolamo Emiliani”.
L’insieme di queste costruzioni, con altre non qui citate come ad es. gli oratori dei Frè e Strarivo o la torre di Selva, costituisce un’importante ricchezza del nostro territorio montano valnurese, e sarebbe un sacrilegio permettere che il tempo le logori mestamente oltre a rimanere sconosciute.
Nel 2003 era partita un’interessante iniziativa della Provincia di Piacenza denominata “itinerari della fede” con lo scopo di far conoscere, attraverso escursioni estive, la storia di queste chiesette, e quindi far conoscere i nostri luoghi, con una spinta turistica rilevante.
Per il rilancio del nostro territorio, sarebbe importante riprendere mano a questo bellissimo progetto che porterebbe, attraverso percorsi culturali, un accrescimento della sensibilità verso queste costruzioni, che proteggono al loro interno, preziosità non indifferenti, da salvaguardare.
Le opere di cura od eventualmente di ristrutturazione, sono sforzi onerosi che non possono essere affrontati soltanto dagli enti locali, soprattutto montani, visti anche i tempi di recessione che corrono. La speranza è che, attraverso proposte culturali, si attivino le sopraintendenze ai beni artistici e/o eventuali sponsor capaci di dare un ampio aiuto economico alla salute delle nostre radici di fede: dite che è un’utopia?
foto e articolo opera di Claudio Gallini
riportare in questa sede, ma che comunque meriterebbe una particolare attenzione e sensibilità dalle amministrazioni locali e dagli organi preposti alla custodia dei beni artistici, quali sono queste preziose strutture.
Il capitano Antonio Boccia, già nel 1805, ricordava nel suo “Viaggio ai monti di Piacenza”, la presenza inquesta zona di diciotto oratori dislocati in diciotto ville della parrocchia di Groppallo; a distanza di duecento anni la conta di queste strutture si è amaramente dimezzata a causa del loro crollo, dovuto all’incuria ed all’abbandono.
Alcuni di questi edifici, risalgono addirittura al XVI sec. come ad esempio l’oratorio di “Santa Maria Maddalena” di Groppazzolo, unico della zona ad avere un vero e proprio campanile, una volta utilizzato come torre di avvistamento data la notevole visuale verso sud sulla val Lavaiana.
L’oratorio di Coletta, intitolato alla “Visitazione di Maria ad Elisabetta” insieme a quello di Comineto, devoto a “S. Michele Arcangelo”, furono invece edificati attorno al XVII secolo e la loro storia è strettamente legata alla “Via degli Abati”: un antico percorso che conduceva i monaci dal monastero di Bobbio fino a Pontremoli attraverso gli Appennini, per poi congiungersi con la più nota Via Francigena.
Anche se non confermato, l’oratorio di Banzolo, ricostruito nel 1631, sembrerebbe avere stretti legami con il percorso “Bobbio – Pontremoli” appena citato, e risulterebbe esser stato in passato un ospizio di proprietà dei monaci del monastero di San Colombano a Bobbio. Quello che è certo è che la sua devozione a “S. Rocco” è un dono per la fine della peste del 1600.
Altri importanti oratori, risalenti bensì al XVIII secolo, sono quello di Pometo, dedicato a “Santa Rita da Cascia”, quello di Roncolo, intitolato a “Santa Teresa d’Avila” e proprietà della famiglia Bruzzi, l’oratorio di “S. Agostino” a Poggio, l’oratorio di Costabiancona devoto a “Maria Bambina” e quello di Mangiarosto intitolato a “San Girolamo Emiliani”.
L’insieme di queste costruzioni, con altre non qui citate come ad es. gli oratori dei Frè e Strarivo o la torre di Selva, costituisce un’importante ricchezza del nostro territorio montano valnurese, e sarebbe un sacrilegio permettere che il tempo le logori mestamente oltre a rimanere sconosciute.
Nel 2003 era partita un’interessante iniziativa della Provincia di Piacenza denominata “itinerari della fede” con lo scopo di far conoscere, attraverso escursioni estive, la storia di queste chiesette, e quindi far conoscere i nostri luoghi, con una spinta turistica rilevante.
Per il rilancio del nostro territorio, sarebbe importante riprendere mano a questo bellissimo progetto che porterebbe, attraverso percorsi culturali, un accrescimento della sensibilità verso queste costruzioni, che proteggono al loro interno, preziosità non indifferenti, da salvaguardare.
Le opere di cura od eventualmente di ristrutturazione, sono sforzi onerosi che non possono essere affrontati soltanto dagli enti locali, soprattutto montani, visti anche i tempi di recessione che corrono. La speranza è che, attraverso proposte culturali, si attivino le sopraintendenze ai beni artistici e/o eventuali sponsor capaci di dare un ampio aiuto economico alla salute delle nostre radici di fede: dite che è un’utopia?
foto e articolo opera di Claudio Gallini
oratorio di banzolo
domenica 15 maggio 2011
EPIGRAFI PIACENTINE - Vincenzo Boselli
In Via Guastafredda, al numero 15, troviamo una considerevole epigrafe intitolata all’ecclesiastico piacentino Giovanni Vincenzo Boselli.
L’iscrizione recita: ”In questa casa il canonico GIOVANNI VINCENZO BOSELLI 1760 – 1844 con amore filiale e diuturno impegno attese alla stesura delle storie della patria piacentina a memoria posero gli attuali proprietari A.D. MCMLXXXIV”.
Giovanni Vincenzo Boselli, o meglio conosciuto come Vincenzo Boselli, rappresenta uno dei principali storici piacentini. Egli nasce nel 1760 da una famiglia originaria di Vigolo Marchese e comincia i primi studi presso il seminario vescovile per poi entrare, all’età di quindici anni, nel Collegio Alberoni dove incontrò figure quali Melchiorre Gioia e G. Domenico Romagnosi.Una volta ordinato sacerdote divenne canonico prima in S.Antonino e successivamente presso il Duomo di Piacenza.
Egli ebbe da subito la straordinaria fortuna di avere tra le sue mani importanti documenti storici, grazie alla qualifica di archivista presso la chiesa di S.Antonino, e quasi sicuramente in questa fase della sua vita nacque la passione per la storia di Piacenza.
Tra le sue opere più note si vuole ricordare “Storie Piacentine”, in tre volumi, che seppur non abbia ricevuto i dovuti meriti, divenne un’ulteriore cronaca delle storie locali insieme a quella più nota e considerata, scritta da Cristoforo Poggiali in diversi tomi.
A lui è dedicata la strada che collega via Poggiali a via S.Eufemia, vicino alla Chiesa omonima, e non è da confondersi con la più conosciuta e percorsa via Rodolfo Boselli.
Nel volume “Le vie di Piacenza” di Fausto Fiorentini, da cui si sono apprese la maggior parte di queste informazioni, è indicato un ricordo di Boselli da parte del “Cerri”: “Era di costituzione fisica piuttosto debole, magro, macilento, viene ricordato da chi lo ebbe visto uscire di casa tenendo un fazzoletto alla bocca quasi temente che il contatto diretto con l’aria potesse nuocergli. Dalla sua casetta in via Guastafredda […] faceva lente passeggiate per via S.Paolo fino allo Stradone Farnese[…]”.
Vincenzo Boselli morì all’età di 84 anni e la sua scomparsa avvenne molto in silenzio forse a causa del suo carattere chiuso che lo portò alla solitudine negli ultimi anni della sua vita.
Invito chiunque fosse interessato alla storia locale, di approfondire con altro punto di vista, avendo il piacere di avere tra le mani le pubblicazioni di Vincenzo Boselli disponibili presso la biblioteca comunale.
L’iscrizione recita: ”In questa casa il canonico GIOVANNI VINCENZO BOSELLI 1760 – 1844 con amore filiale e diuturno impegno attese alla stesura delle storie della patria piacentina a memoria posero gli attuali proprietari A.D. MCMLXXXIV”.
Giovanni Vincenzo Boselli, o meglio conosciuto come Vincenzo Boselli, rappresenta uno dei principali storici piacentini. Egli nasce nel 1760 da una famiglia originaria di Vigolo Marchese e comincia i primi studi presso il seminario vescovile per poi entrare, all’età di quindici anni, nel Collegio Alberoni dove incontrò figure quali Melchiorre Gioia e G. Domenico Romagnosi.Una volta ordinato sacerdote divenne canonico prima in S.Antonino e successivamente presso il Duomo di Piacenza.
Egli ebbe da subito la straordinaria fortuna di avere tra le sue mani importanti documenti storici, grazie alla qualifica di archivista presso la chiesa di S.Antonino, e quasi sicuramente in questa fase della sua vita nacque la passione per la storia di Piacenza.
Tra le sue opere più note si vuole ricordare “Storie Piacentine”, in tre volumi, che seppur non abbia ricevuto i dovuti meriti, divenne un’ulteriore cronaca delle storie locali insieme a quella più nota e considerata, scritta da Cristoforo Poggiali in diversi tomi.
A lui è dedicata la strada che collega via Poggiali a via S.Eufemia, vicino alla Chiesa omonima, e non è da confondersi con la più conosciuta e percorsa via Rodolfo Boselli.
Nel volume “Le vie di Piacenza” di Fausto Fiorentini, da cui si sono apprese la maggior parte di queste informazioni, è indicato un ricordo di Boselli da parte del “Cerri”: “Era di costituzione fisica piuttosto debole, magro, macilento, viene ricordato da chi lo ebbe visto uscire di casa tenendo un fazzoletto alla bocca quasi temente che il contatto diretto con l’aria potesse nuocergli. Dalla sua casetta in via Guastafredda […] faceva lente passeggiate per via S.Paolo fino allo Stradone Farnese[…]”.
Vincenzo Boselli morì all’età di 84 anni e la sua scomparsa avvenne molto in silenzio forse a causa del suo carattere chiuso che lo portò alla solitudine negli ultimi anni della sua vita.
Invito chiunque fosse interessato alla storia locale, di approfondire con altro punto di vista, avendo il piacere di avere tra le mani le pubblicazioni di Vincenzo Boselli disponibili presso la biblioteca comunale.
testo e foto
sono opera di Claudio Gallini
martedì 26 aprile 2011
PIACENZA - il parco delle mura
Il verde cittadino, è ultimamente una degli argomenti più sentiti e partecipati. Si è parlato tanto dei tigli di Piazzale Plebiscito (per fortuna salvi dall'abbattimento!!!), dei platani di Viale Risorgimento (purtroppo, ma giustamente abbattuti), e del grandioso "polmone verde" dell'ex Pertite; un enorme spazio verde a pochi "passi" dal centro storico.
Nessuno, però, parla più del progetto di creare un parco nello spazio sottostante al vallo Farnesiano.
Negli anni novanta, quando ero un ragazzino, il parco delle mura era un argomento trattatissimo in città. Oggi, l'argomento è stato completamente dimenticato e ignorato.
Vorrei ricordare, che sono ben poche le città murate in Italia. Piacenza, per oltre due terzi dello storico perimetro urbano lo è, e sarebbe auspicabile una loro definitiva valorizzazione.
Credo, specialmente in questo periodo in cui la città è destinata a profondi mutamenti, che sarebbe il caso riprendere il progetto del "Parco delle mura". Ne guadagneremmo tutti, sia in salute sia nella valorizzazione di una preziosa testimonianza rinascimentale.
Nessuno, però, parla più del progetto di creare un parco nello spazio sottostante al vallo Farnesiano.
Negli anni novanta, quando ero un ragazzino, il parco delle mura era un argomento trattatissimo in città. Oggi, l'argomento è stato completamente dimenticato e ignorato.
Vorrei ricordare, che sono ben poche le città murate in Italia. Piacenza, per oltre due terzi dello storico perimetro urbano lo è, e sarebbe auspicabile una loro definitiva valorizzazione.
Credo, specialmente in questo periodo in cui la città è destinata a profondi mutamenti, che sarebbe il caso riprendere il progetto del "Parco delle mura". Ne guadagneremmo tutti, sia in salute sia nella valorizzazione di una preziosa testimonianza rinascimentale.
martedì 29 marzo 2011
Piazzetta Plebiscito - le mie idee e impressioni
Torno a parlare del contestato progetto riqualificativo su Piazzetta Plebiscito.
Ieri sera, 28/02/11, si è tenuta un'assemblea molto partecipata fra comune, comitato a favore del mantenimento dei tigli e comuni cittadini.
Nell'arco della serata, è stato presentato il progetto del comune. Una rivisitazione dell'antico chiostro con una soluzione, a pare mio, molto insensata per il luogo storico in cui verrebbe attuata.
Nel progetto, si prevede l'abbattimento di 7 tigli sani, "colpevoli", a detta dell'amministrazione comunale, di offuscare la visibilità del chiostro trecentesco. La pavimentazione, dovrebbe richiamare e, completare idealmente, l'antico chiostro.
Una nuova illuminazione artistica, atta a valorizzare il complesso francescano e tutta l'area della piazza.
Progetto del comune tratto da: www.comune.piacenza.it
Ieri sera, 28/02/11, si è tenuta un'assemblea molto partecipata fra comune, comitato a favore del mantenimento dei tigli e comuni cittadini.
Nell'arco della serata, è stato presentato il progetto del comune. Una rivisitazione dell'antico chiostro con una soluzione, a pare mio, molto insensata per il luogo storico in cui verrebbe attuata.
Nel progetto, si prevede l'abbattimento di 7 tigli sani, "colpevoli", a detta dell'amministrazione comunale, di offuscare la visibilità del chiostro trecentesco. La pavimentazione, dovrebbe richiamare e, completare idealmente, l'antico chiostro.
Una nuova illuminazione artistica, atta a valorizzare il complesso francescano e tutta l'area della piazza.
Progetto del comune tratto da: www.comune.piacenza.itPersonalmente, sono in assoluto disaccordo con questa proposta, da me ritenuta fredda e poco coerente alla storicità del luogo.
Innanzitutto, trovo assurda la scelta di abbattere dei tigli sani e belli e che, per giunta, non danno assolutamente fastidio alla visibilità del chiostro. Sicuramente, sono molto più invasive le auto che, abitualmente, trovano parcheggio in quest'area. Mi piacerebbe, che la piazza fosse sempre dotata di panchine (magari più eleganti e ricercate delle attuali), che fosse impedito il libero bivacco, come avviene attualmente. Che fosse decorato da siepi rosate nei due lati mancanti del chiostro; Poi, ovviamente, una nuova illuminazione artistica ed una nuova pavimentazione.
Una prova, forse troppo ardita, ho immaginato un piccolo giardinetto con al centro una fontanella o un pozzo, proprio come negli antichi chiostri monastici.
Sono solo idee, probabilmente ingenue, ma credo che soluzioni che salvaguardino questo spazio, si possono e si devono trovare.
Massimo Mazzoni


Innanzitutto, trovo assurda la scelta di abbattere dei tigli sani e belli e che, per giunta, non danno assolutamente fastidio alla visibilità del chiostro. Sicuramente, sono molto più invasive le auto che, abitualmente, trovano parcheggio in quest'area. Mi piacerebbe, che la piazza fosse sempre dotata di panchine (magari più eleganti e ricercate delle attuali), che fosse impedito il libero bivacco, come avviene attualmente. Che fosse decorato da siepi rosate nei due lati mancanti del chiostro; Poi, ovviamente, una nuova illuminazione artistica ed una nuova pavimentazione.
Una prova, forse troppo ardita, ho immaginato un piccolo giardinetto con al centro una fontanella o un pozzo, proprio come negli antichi chiostri monastici.
Sono solo idee, probabilmente ingenue, ma credo che soluzioni che salvaguardino questo spazio, si possono e si devono trovare.
Massimo Mazzoni
idee e progetti di Massimo Mazzoni


domenica 20 marzo 2011
la protesta dei Tigli... non abbatteteci!!!
Una silenziosa, ma rumorosa protesta è in atto a Piacenza. I protagonisti di questa battaglia, sono i bellissimi tigli di piazzetta Plebiscito. Su di loro, è stata indetta dal consiglio comunale una "pena capitale" che, dovrebbe, prevedere il loro abbattimento... ebbene si, uno degli angoli più suggestivi, ma bistrattati del centro cittadino (piazzetta Plebiscito), dovrebbe avere una "sorta" di presunto maquillage. Un intervento riqualificativo che, dovrebbe, ridare lustro alla piazzetta, tanto centrale, quanto poco frequentato dai piacentini; se escludiamo i tanti balordi che, quotidianamente, sostano sulle panchine della piazzetta.
La presentazione del progetto riqualificativo, è stato presentato dal consiglio comunale cittadino e, presenta i tali interventi: Una nuova pavimentazione in pietra, una illuminazione artistica e l'abbattimento di diversi tigli presenti nell'area, in particolare sette che, coprirebbero la visuale sull'artistico chiostro di San Francesco.
La protesta dei tigli non si è fatta attendere e, in modo molto civile e composto, hanno attuato un vero sit-in pacifico, fatto da foglietti polemici contro l'amministrazione cittadina.
Io, da comune cittadino, mi accodo alla protesta dei tigli di non essere abbattuti. Sono sani, bellissimi e con tanta voglia di continuare la loro vita, silenziosa ma preziosa a tutta la cittadinanza.
Reggi, Brambati, etc, etc... date retta ai tigli e lasciateli in pace al loro posto!!!
SOLIDARIETA' MASSIMA AI TIGLI!
La presentazione del progetto riqualificativo, è stato presentato dal consiglio comunale cittadino e, presenta i tali interventi: Una nuova pavimentazione in pietra, una illuminazione artistica e l'abbattimento di diversi tigli presenti nell'area, in particolare sette che, coprirebbero la visuale sull'artistico chiostro di San Francesco.
La protesta dei tigli non si è fatta attendere e, in modo molto civile e composto, hanno attuato un vero sit-in pacifico, fatto da foglietti polemici contro l'amministrazione cittadina.
Io, da comune cittadino, mi accodo alla protesta dei tigli di non essere abbattuti. Sono sani, bellissimi e con tanta voglia di continuare la loro vita, silenziosa ma preziosa a tutta la cittadinanza.
Reggi, Brambati, etc, etc... date retta ai tigli e lasciateli in pace al loro posto!!!
SOLIDARIETA' MASSIMA AI TIGLI!
martedì 15 marzo 2011
EPIGRAFI PIACENTINE - Giuseppe Manfredi
Questa lapide, posta in via X Giugno (ex via Fodesta) al n° 3, forse più di ogni altra proclama le
vicende risorgimentali piacentine ed italiane, perché dedicata al massimo esponente della “Società Nazionale Italiana”, il piacentino Giuseppe Manfredi. L’iscrizione riporta:
Claudio Gallini

vicende risorgimentali piacentine ed italiane, perché dedicata al massimo esponente della “Società Nazionale Italiana”, il piacentino Giuseppe Manfredi. L’iscrizione riporta:
“Negli anni dello occulto travaglio per rendere la patria libera e una qui ai piacentini della Società Nazionale dava diuturno convegno Giuseppe Manfredi primo ai rischi e in sapiente osare mirabile allorché dittatore di Parma e Piacenza vita e storia concluse dell’antico ducato nei fasti della Nuova Italia 1857-1859. A testimonianza perenne. Tra i fulgori di più alte mete oggi raggiunte l’Opera Pia Alberoni pose 10 giugno 1937”.
Egli nacque a Cortemaggiore il 17 Marzo 1828 dove iniziò i primi studi, per continuare più tardi a
Piacenza presso il liceo San Pietro curato dai gesuiti; si laureò poi in giurisprudenza a Parma nel 1849.
Manfredi fu docente e giureconsulto, ma coltivò fin da subito, la passione politica; fu un attivista
carismatico tanto che la polizia austriaca lo tenne duramente sotto controllo; fu presidente della
“Società Nazionale Italiana” nel 1857 e del “Comitato Insurrezionale Piacentino” capeggiando una
forte campagna antiaustriaca: l’avamposto di queste cospirazioni fu spesso la casa di Manfredi di
via X Giugno dove è esposta l’epigrafe.
Nel 1859 fu condannato a morte in contumacia dal governo austriaco, ma per una serie di eventi
a lui favorevoli, riuscì a rifugiarsi prima in Liguria a Genova, e successivamente a Torino; ritornò a Piacenza dopo pochi mesi e riuscito a scacciare gli austriaci dal nostro territorio, fondò un governo provvisorio a cui seguì l’annessione di tutta l’Emilia al Piemonte in un nuovo stato.
Dopo la fusione al Regno d’Italia, Giuseppe Manfredi venne eletto al collegio di Monticelli d’Ongina come deputato al primo parlamento italiano nel Marzo del 1860; terminata questa legislatura si ritirò dalla politica per proseguire quella di magistrato che lo vide presente nei palazzi di giustizia di: Casale Monferrato, Perugia ed infine a Firenze.
Manfredi venne segnalato tra l’altro da Camillo Benso conte di Cavour come uno dei migliori uomini della città.
Egli si spense il 6 Novembre 1918 e la sua salma riposa ora nella basilica di San Francesco a Piacenza.
A lui è inoltre dedicata la strada che da Piazzale Medaglie d’oro giunge fino alla Galleana, quella
che un tempo era chiamata “pista della polvere”.
Piacenza presso il liceo San Pietro curato dai gesuiti; si laureò poi in giurisprudenza a Parma nel 1849.
Manfredi fu docente e giureconsulto, ma coltivò fin da subito, la passione politica; fu un attivista
carismatico tanto che la polizia austriaca lo tenne duramente sotto controllo; fu presidente della
“Società Nazionale Italiana” nel 1857 e del “Comitato Insurrezionale Piacentino” capeggiando una
forte campagna antiaustriaca: l’avamposto di queste cospirazioni fu spesso la casa di Manfredi di
via X Giugno dove è esposta l’epigrafe.
Nel 1859 fu condannato a morte in contumacia dal governo austriaco, ma per una serie di eventi
a lui favorevoli, riuscì a rifugiarsi prima in Liguria a Genova, e successivamente a Torino; ritornò a Piacenza dopo pochi mesi e riuscito a scacciare gli austriaci dal nostro territorio, fondò un governo provvisorio a cui seguì l’annessione di tutta l’Emilia al Piemonte in un nuovo stato.
Dopo la fusione al Regno d’Italia, Giuseppe Manfredi venne eletto al collegio di Monticelli d’Ongina come deputato al primo parlamento italiano nel Marzo del 1860; terminata questa legislatura si ritirò dalla politica per proseguire quella di magistrato che lo vide presente nei palazzi di giustizia di: Casale Monferrato, Perugia ed infine a Firenze.
Manfredi venne segnalato tra l’altro da Camillo Benso conte di Cavour come uno dei migliori uomini della città.
Egli si spense il 6 Novembre 1918 e la sua salma riposa ora nella basilica di San Francesco a Piacenza.
A lui è inoltre dedicata la strada che da Piazzale Medaglie d’oro giunge fino alla Galleana, quella
che un tempo era chiamata “pista della polvere”.
Claudio Gallini
Epigrafe di Giuseppe Manfredi - Foto di Claudio Gallini

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