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domenica 26 luglio 2009

Il "locco" e il "furbo" la storia di due province

Nella storia dell'uomo, "figure" come quelle dei vincenti si sono sempre contrapposte a quelle dei perdenti, i belli ai brutti e così via; Se dovessimo banalizzare e provincializzare queste antitesi, Piacenza e Parma sposerebbero benissimo la definizione del "locco" e quella del "furbo". Ovviamente, non sto a specificare a quale delle due province spetti il titolo meno onorifico...
E' dal 1547, anno in cui Pierluigi venne assassinato a Piacenza ed in cui la capitale del ducato venne spostata a Parma, che Piacenza conosce un declino continuo ma, soprattutto, usurpazioni di ogni genere da parte dei cosiddetti "cugini" parmensi. I reperti di Veleia sono stati portati a Parma, la coppa è diventata inspiegabilmente una loro specialità ignorando che, a differenza della nostra, non ha la denominazione D.O.P. ed ora, non completamente soddisfatti, sono diventati specialisti anche della celebre "Pancetta di Parma" (????). Loro, come si dice in gergo, fanno "il loro gioco" e, devo dire, che lo fanno piuttosto bene ma noi, al contrario di quanto fin'ora fatto, spero che in futuro impareremo a difendere e a valorizzare meglio le nostre eccellenze dagli "attacchi" dei nostri affettuosi "parenti"...

magna parma, prodotti Parmigiani on line

coppa di Parma
pancetta di Parma

lunedì 20 luglio 2009

epigrafi piacentini - Osvaldo Barbieri (Bot)

Da un idea di Claudio Gallini, andremo a raccontare brevemente le vite di alcuni illustri piacentini, concittadini che, dopo la morte, sono stati onorati da epigrafi commemorative che potessero celebrare ai posteri le loro gesta.
Il primo piacentino con cui iniziamo è Osvaldo Barbieri il "Terribile" meglio noto come Bot, sicuramente l'artista piacentino più estroso e bizzarro del secolo scorso.
nacque Il 17 Luglio 1895, in via Beverora 39, da padre e madre panettieri, BOT appartiene alla nuova generazione di pittori futuristi del primo trentennio del novecento. Bot, venne influenzato da varie correnti artistiche, dal cubismo al surrealismo, dall'espressionismo fino ad arrivare al futurismo e all'arte oggettuale.
Amico di Marinetti (fondatore del futurismo), aderì alla nuova corrente culturale, senza però mai lasciarsi troppo condizionare dalla stessa. A Milano frequentò "Umanitaria” e ebbe rapporti con l’ambiente artistico e culturale della scapigliatura milanese.
La sua vita fu un susseguirsi di polemiche, sollevate in parte dal suo storico rivale, Luciano Ricchetti (con il quale divise tra l’altro lo studio nel 1942). Bot, insieme a Mario Cavaglieri, diedero una decisa svecchiata alla tradizionale pittura piacentina che, da Ricchetti, Sidoli e Ghittoni, era perfettamente rappresentata.
Partecipò alla Biennale di Venezia (1930 e 1932), tenne personali a Milano Roma e naturalmente nella sua Piacenza.
Sempre egli anni ’30 lavorò alla prima serie delle “Ferroplastiche”, Pubblicò saggi futuristi, tra cui “Autoritratto futurista”, con prefazione di Marinetti, e “Flora futurista”. Creò inoltre cartelloni pubblicitari, carte da gioco futuriste e fondò a Piacenza una sede del movimento. Nella seconda metà degli anni trenta fu in Libia, ospite di Italo Balbo, dove pubblicò “pennellate sull’Africa” e tenne una mostra personale.
Alcune sue opere sono conservate presso la Galleria D’arte piacentina Ricci Oddi.
Osvaldo Barbieri morì a Piacenza il giorno 9 novembre 1958 in via S.Eufemia, 21 con alle spalle oltre tre decenni di intensa attività artistica.

Testo di: Claudio Gallini e
Massimo Mazzoni

foto di: Claudio Gallini- Viale Beverora (Piacenza)

Osvaldo Bot

domenica 12 luglio 2009

La Via degli abati

Quasi tutti avranno sentito parlare almeno una volta della la Via Francigena, questa antichissima strada che nel medioevo conduceva nutriti pellegrini da Canterbury fino a Roma passando anche per la nostra Provincia. L’intera Europa è disseminata di questi cammini, come il famoso di Santiago de Compostela o i vari percorsi verso la Terra Santa. Da Bobbio, però pochi sanno, che ancora prima della strada “Romea” partiva un’antichissima Via che portava dei religiosi, (per lo più irlandesi) in visita alle spoglie di San Colombano a Bobbio presso l’omonima Abbazia, verso Roma in terra Vaticana. La strada in questione è stata oggetto di studi da parte di molteplici storici, ma chi è riuscito a ricostruire con maniacale precisione l’esatto percorso affrontato più di mille anni fa, è sicuramente lo storico piacentino Giovanni Magistretti. Il dott. Magistretti, dopo un’accurata ricerca presso l’archivio diocesano di Bobbio e sfogliando i codici diplomatici che regolavano i monastero della cittadina, ha collaborato a ricostituire questo percorso battezzato “Via degli Abati”. La “Via degli Abati” compie buona parte del proprio percorso sul territorio piacentino per poi “agganciarsi” a quella che oggi chiamiamo appunto “Via Francigena” nei pressi di Pontremoli.
Il cammino
, di esattamente 125 Km, è tuttora percorribile a piedi, a cavallo o in bicicletta e da qualche anno, grazie all’interessante lavoro di Magistretti, viene ripercorso interamente come una specie di corsa-trail commemorativa tra boschi, colli e rive dell’Appennino tosco-emiliano. Il percorso prevede inoltre alcune piccole varianti rispetto alla Via principale; Queste varianti sono state identificate grazie ad innumerevoli simboli (o segni) che questi monaci lasciavano lungo il loro peregrinare come una semplice croce su un casato ad indicare un luogo dove trovare riparo o una devozione particolare di un sacello ad un santo viaggiatore in terra santa come è stato ad esempio S. Antonino. Senz’altro non passano indifferenti i vari xenodochi che ospitavano i pellegrini per dar loro alloggio e rappresentavano per loro non solo un rifugio ma anche un luogo di culto.
Uno dei più significativi è sicuramente l’oratorio di Banzolo nella Val Lavaiana.
La struttura era di proprietà del monastero di Bobbio e controllata direttamente dai monaci come del resto lo era il più celebre xenodochio posto a Boccolo dei Tassi. Percorrendo la Via degli Abati anche ai nostri giorni è facile imbattersi in questi “ospizi” oggi adibiti a oratori di paesini ormai disabitati o il più delle volte ne rimangono le rovine. Per approfondire questo tesoro anche piacentino consiglio la lettura del contributo dato dal dott. Magistretti al questo link
Per gli sportivi c’è un appuntamento da non perdere invece con la corsa trail sulla via degli abati che trovate sul sito www.theabbotsway.com

testo e foto di Gallini Claudio


Bobbio - statua di San Colombano

Farini - Oratorio di Banzolo (ex Xenodochio)

mercoledì 8 luglio 2009

Piacenza e provincia: "Cenerentola" per sempre?

Forse sono di parte quando si parla di Piacenza e della sua provincia; Forse??? direte voi, si, effettivamente sono molto campanilista, ammetto il mio limite. Però, ad onor del vero, La città è davvero ricca di storia e di arte, la provincia ha colline bellissime, incastonate da splendidi manieri medioevali e da un vero e proprio gioiello come Velleia Romana. Siamo l'unica provincia italiana ad annoverare ben tre salumi che si possono fregiare del marchio D.O.P. (coppa, pancetta, salame), abbiamo un'ottima tradizione vitivinicola con vini come il Gutturnio, l'Ortrugo, e la Malvasia.
L'elenco che potrei fare è ancora lunghissimo, non mettetemi alla prova! Eppure, per qualche motivo a me sconosciuto, Piacenza è troppo spesso esclusa dagli itinerari turistico artistici ed eno-gastronomici. Prendo spunto da una pubblicità della regione Emilia-Romagna apparsa sulla stampa nazionale. Nella composizione pubblicitaria, appare Parma, rappresentata dal battistero e dai suoi formaggi, Modena, con la sua cattedrale e una ruggente Ferrari d'epoca, Bologna, capitanata dalla statua del Nettuno e dai tortellini, Ravenna dai mosaici e Piacenza? Come sempre si sono dimenticati di noi. Forse, non siamo stata l'unica provincia ad essere ignorata dall'ufficio turistico regionale ma, nel dubbio, di noi si dimenticano troppo spesso. Qualcuno sa darmi risposta?


lunedì 22 giugno 2009

Lettera a Libertà e Cronaca - degrado in Piazza

Lettera del sottoscritto, indirizzate a: Libertà e Cronaca.

Gent. Direttore, scrivo questa lettera per ribadire un concetto già sollevato da altri cittadini: il degrado e l'incuria che imperversa su tutto il centro storico, senza risparmiare nemmeno le zone più prestigiose e rappresentative della città come, ad esempio, Piazza Duomo e Piazza Cavalli.
Attraverso il mio blog, http://ripensandopiacenza.blogspot.com, sono anni che denuncio alcune situazioni a mio parere degradanti; fin'ora le mie parole virtuali sono puntualmente cadute nel vuoto e, proprio per questo motivo, ho deciso di scrivere a chi potrebbe dare maggior risonanza al mio pensiero. Con la seconda giunta Reggi, e l'entrata in giunta dell'assessore Sabrina Freda, addetta alla riqualificazione urbana, si era promessa una maggiore cura nell'arredo urbano e di tutto il contesto storico, beh, a distanza di due anni dalla sua insediazione, non ho colto ne, più attenzione, ne una maggiore sensibilità da parte della maggioranza ma, ad essere onesti, nemmeno l'opposizione l'ho percepita particolarmente interessata e sensibile ad alcuni aspetti di semplice decoro.
Piazza Cavalli, su cui sono stati fatti interventi di "manutenzione" alla pavimentazione, a lavori finiti, è puntualmente tornata ad essere il magazzino cielo aperto del comune, in cui depositare transenne e centinaia di seggiole di plastica, nel migliore dei casi impilate sotto i portici di Palazzo Gotico o, in alternativa, utilizzate dalle comunità straniere per passare allegramente i pomeriggi e le serate piacentine, magari, in compagnia di una buona lattina di birra da poter lasciar gentilmente sul posto.
Piazza Duomo, anch'essa sottoposta a recenti restauri, non se la passa certo meglio. Invito, chi ha poca memoria, a vedere come fosse tenuta solo una decina d'anni fa. Almeno, le due grosse aiuole posta ai lati della piazza, erano composte da erba bassa e non da una vegetazione di difficile comprensione (salvia e rosmarino), nemmeno utilizzabile da condimento culinario, in quanto inquinato dagli escrementi dei cani e da rifiuti vari...
Inutile rienpirsi la bocca con eventi come l'Expo2015 o l'acquisizione delle aree militari, quando poi non si sa mantenere in modo decoroso nemmeno due misere aiuole. Invito quelli della giunta e coloro che a "spada tratta" li difendono, di fare 60 km, andare in Piazza della Pace a Parma, e di vedere quali differenze corrono fra chi valorizza al massimo il proprio territorio e, fra chi, assurdamente, fa di tutto per deturparlo.
Grazie per l'attenzione e per l'eventuale spazio concessomi.
Massimo Mazzoni
http://ripensandopiacenza.blogspot.com

Piazza Cavalli

lunedì 15 giugno 2009

La cucina di Piacenza con l’accento francese

Piacenza vanta un’imponente tradizione culinaria, nonostante alcuni specialisti del settore sostengano che non brilli d’originalità vista l’enorme omogeneità gastronomica dell’intero territorio padano
Nel sostenere queste attestazioni alcuni mi contraddiranno, però mi sento di affermare che la cucina Piacentina riesca invece a sfruttare al meglio la propria terra ed i suoi frutti diversificandosi così dalle realtà confinanti, creando piatti unici vantati nei migliori ricettari di cucina italiana. 
Questo concetto importantissimo della cucina territoriale, è stato alla base del successo di un maestro chef Piacentino - d'adozione - chiamato Georges Cogny ancora oggi pianto dalla sua comunità a distanza di tre anni dalla sua scomparsa avvenuta il 04 Giugno 2006. 
Piacenza dovrebbe inchinarsi al sepolcro di Cogny per quanto lustro egli ha destinato alla nostra collettività facendo conoscere i suoi ristoranti e quindi la nostra Piacenza in tutta Italia e nel mondo
Georges Cogny, originario di Versailles lavorò per vent’anni per i migliori ristoranti di Parigi dopo aver frequentato la scuola alberghiera della capitale francese. 
A Parigi si innamorò di Lucia Cavanna emigrata a Parigi nel 1948 da un piccolo borgo della val Lardana, chiamato Coletta
Nel novembre del 1957 Lucia & Georges si sposarono e nel 1965 consolidarono il loro sogno di aprire un ristorante tra le montagne verdi dell'alta val Nure. 
Georges Cogny divennne difatti cittadino Piacentino nel 1965, anno in cui con la moglie ritirò un’antica osteria chiamata “Cantoniera” situata nell’omonima località proprio dove la Strada Provinciale 654 oltrepassa il fiume Nure verso Ferriere. 
La cucina primordiale del primo decennio di vita della Cantoniera, era molto semplice e si limitava a “sfamare” operai della zona e camionisti di passaggio che nei mezzogiorni ritrovavano ristoro con piatti semplici a base di pasta e secondi di carne, anche se ogni tanto l’estro prodigioso di Georges cercava di proporre qualche specialità francese tra “pisarei e faśö” e cotolette alla milanese. 
Accade però che un bel giorno alcuni importanti gourmet piacentini tra cui il dermatologo Giacomo Cortesi e l’avvocato Salvatore Dattilo si accorsero di Georges e furono proprio loro a proporgli serate a suon di nouvelle cuisine
In questi anni Georges inventava nuovi piatti fondendo il piacentino con il parigino. 
Nel 1976 Georges lasciò i monti della Val Nure per aprire, insieme ai famosi Casella Medardo e Franco Ilari, quel ristorante che sarà poi l’emblema di Piacenza: L’Antica Osteria del Teatro. 
Un ristorante incastonato in un palazzo del Quattrocento con saloni di non comune splendore arredati con alto stile e pregio. Piacenza all’inizio fece molta fatica ad abituarsi a questa nuova realtà; al Piacentino il nuovo spaventa sempre tanto, però, poco alla volta, piatto dopo piatto Cogny riuscì a mettere le radici dentro alla tradizione. 
La sua cucina non era cucina unicamente francese ma cucina del territorio, creata con quell’inventiva che solo Lui poteva avere. 
Dopo dieci anni Georges ritornò alla sua Cantoniera proseguendo, in età più matura la sua missione lasciando a Piacenza un grande segno, la svolta della cucina piacentina. 
In questi anni, l’apice della sua carriera, la Cantoniera e Georges ricevettero numerosi riconoscimenti ed eccezionali recensioni da parte di famosi critici gastronomici e giornalisti della classe di Raspelli e Vizzari ed entrò così a far parte delle più famose guide come la Michelin e dell’Espresso. 
Georges era al centro dell’attenzione, chiamato e acclamato in tutto il mondo e fu attivo con un intenso piano di formazione che sfornò nomi che oggi sono, grazie a Lui, nella top ten dei cuochi italiani: Filippo Dattilo Chiappini, Isa Mazzocchi, Ettore Ferri, Massimo Bottura e Carla Aradelli per citarne solo alcuni. 
Purtroppo nel 2000 una grave malattia lo costrinse a lasciare la sua professione ma tacitamente continuò a studiare e sperimentare nuovi piatti con l’aiuto dei suoi chef-commis, suoi amici prima di tutto. 
Nella primavera del 2006, all’età di 74 anni, Georges si spense perdendo la sua difficile battaglia contro la malattia e lasciò un enorme vuoto in tutti noi. 
Georges rimarrà sempre saldo nei nostri cuori con il ricordo anche della sua parlata misto dialetto farinese e francese, con la sua passione per le macchine da corsa e per la pittura. 
Lo scrivente vuole ricordare un importante avvenimento, ormai giunto alla terza edizione, organizzato dall’amministrazione comunale di Farini che è “La serata di cucina internazionale” che si svolgerà il 12 Luglio 2009. Durante questa serata sarà rilasciato il premio “Georges Cogny” al miglior allievo della scuola alberghiera Piacentina. La giuria sarà come sempre composta da ex-allievi del grande Maestro.

Claudio Gallini



Georges Cogny con la moglie Lucia Cavanna nel giorno del matrimonio dei miei genitori (loro nipoti)

(Archivio fotografico personale di Claudio Gallini ©)

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Autore: Claudio Gallini © 

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lunedì 8 giugno 2009

La fortezza di Pierluigi

All'interno dell'ampia area del Polo di mantenimento pesante nord, vi sono contenuti i ruderi della fortezza Farnesiana, fatta erigere nel 1547 per ordine del duca Pierluigi Farnese, signore della città. La costruzione venne affidata all'architetto Domenico Giannelli, che racchiude il castello ducale in una cinta perimetrale pentagonale dal perimetro di oltre 1500 metri e, inglobava in esso, il monastero di San Benedetto, espropriato da Pierluigi per potervi edificare la propra fortezza.
Il castello, situato nella parte occidentale della città, era inserito nella rinascimentale cinta muraria cittadina, aveva principalmente uno scopo difensivo dagli attacchi esterni e di sottomissione nei confronti dei cittadini stessi.
Pierluigi Farnese, noto per la sua tirannia, si attirò l'odio dell'arisocrazia piacentina che, con la collaborazione di Ferrante Gonzaga, parteciparono alla famosa congiura (P.L.A.C) che sfociò nell'assassinio di Pierluigi Farnese proprio nel 1547.
L'edificio, composta da una parte centrale con cinque baluardi circondati da un fossato. Dei numerosi camminamenti e cunicoli sotterranei, sono pervenuti solamemte quelli posti a Nord.
La chiesa di San Benedetto, occupata dalle truppe francesi agli inizi del XIX secolo e adibita a deposito delle munizioni, la sera del 18 luglio 1805 fu distrutta da un'esplosione della polvera da spero che vi era conservata. In seguito, il castello fu sede della guarnigione austriaca che scelse quest'ubicazione per l'ottipa posizione strategica per potesi difendere ed attaccare a loro volta la popolazione piacentina. Nel 1848, con l'abbandono delle truppe austiache dalla città, il podestà Fabrizio Gacardi proclamò la distruzione del castello, divenuto dalla sua costruzione, simbolo di oppressione e terrore per la cittadinanza.
La demolizione dell'edificio fu eseguita a furor di popolo e molte delle pietre furono utilizzate per delle nuove dimore cittadine. Attualmente, permangono solo alcuni resti della cinta muraria ed alcuni camminamente sotterranei, ottimamente conservati dall'arsenale militare che ancor oggi vi risiede.


Castello Farnesiano - foto tratta da: piacenza virtuale
resti del Castello Farnesiano - autore mm78

domenica 24 maggio 2009

la leggenda dei PALAZZI UFFICI maledetti

Sembra una barzelletta, un pesce d'aprile, ma siamo maggio e, soprattutto, siamo a Piacenza, e qui alle stranezze siamo abituati. Dopo aver rischiato di far "crollare" la prima giunta Reggi, per poi essere temporaneamente accantonato, il famigerato Palazzo Uffici torna a far parlare di se. Quest'edificio, uno degli obiettivi principali della giunta, ha da sempre diviso l'opinione pubblica cittadina, fra chi continua a ritenerlo indispensabile e fra chi ha da sempre nutrito dubbi sulla sua utilità. Le divergenze d'opinione sono state anche sulla collocazione di quest'imponente struttura, fra coloro che avrebbero voluto sfruttare spazi già esistenti (ex magazzini generali) e fra chi ha ritenuto che fosse necessaria, più economica e funzionale, una nuova costruzione nell'area ex unicem. Dopo le inevitabili discussioni e polemiche di sorta, è stato indetto il bando per la progettazione del Palazzo uffici e, a vincere, è stata la cordata Studio & Partners Srl di Milano (mandatario), Architektengruppe N + M GmbH di Offenbach e Bertonazzi Associati Srl di Piacenza. La scelta di questo progetto, personalmente non ne entro nel merito per mancanza di conoscenze tecniche, ha scatenato da subito le reazioni dell'opposizione ma, a scagliarsi con maggiore fermezza contro la presunta irregolarità del bando, è stato da subito il professor Giacomo Vaciago che ha evidenziato alcune anomalie e vizi di forma, dichiarazione che ha ovviamente scatenato le ire di Reggi & co. E' notizia di questi giorni che, Ado Cibic, membro della commissione giudicatrice, non era in possesso dei requisiti di legge in quanto non laureato e che quindi il bando verrà di conseguenza annullato. Purtroppo, l'unica soluzione è prenderla con ironia ma, la verità, è che le cose da noi troppo spesso non funzionano ed è assolutamente imbarazzante e spiazzante incappare in simili gaffe. Probabilmente sarà tutto da rifare e, come spesso accade, passa il tempo e Piacenza resta al palo.

Progetto vincitore - Studio and Partners

domenica 17 maggio 2009

Salto ad ostacoli in viale Risorgimento

Non scopro certamente nulla di nuovo; credo che chiunque abbia notato le gravi defezioni che presenta Viale Risorgimento. Infatti, la maestosa via, vero "biglietto da visita" per chi giunge da Nord nella nostra città, da anni versa in condizioni piuttosto precarie. La colpa non è certo attribuibile a nessuna giunta in particolare, ne all'attuale, ne a quelle passate. Le imponenti radici delle piante che adornano il Viale, negli anni sono cresciute a dismisura, tanto da devastare le beole che ricoprono i marciapiedi. Non saprei sinceramente quale possa essere la soluzione più adatta da adottare. Certamente, è necessario che chi di dovere intervenga quanto prima perché, se è si vero che la giunta attuale non ha nessuna responsabilità oggettiva di questa situazione, è comunque inaccettabile che da anni, o forse decenni, nessuno abbia mai provveduto a porvi rimedio.




domenica 10 maggio 2009

Piazza Duomo - idee sulla piazza

Su Piazza Duomo si è già parlato su questo blog e, ancor di più, lo è stato fatto sulle pagine dei quotidiani locali. Per diverso tempo si è discusso sulla sua risistemazione urbanistica, ora, invece, ad essere al centro del dibattito è se mantenere nella Piazza il mercato cittadino o se decentralo negli spazi del pubblico passeggio che, personalmente, troverei un'ulteriore mazzata alla vita del nostro debilitato centro storico. Su quest'argomento tornerò assolutamente perchè merita di essere analizzato e dibattuto in maniera approfondita. L'aspetto che ora mi preme considerare è quello prettamente urbanistico. E' si vero che Piazza Duomo è stata soggetta a ristrutturazione da solamente un paio d'anni; una risistemazione che a me non ha mai soddisfatto, specialmente per alcune scelte estetiche che non ho mai condiviso. Fin dall'inizio dei lavori, ero un detrattore delle Piante poste attorno alla piazza, delle due grosse aiuole e delle panchine. Sognavo una Piazza Duomo che fosse il più somigliante possibile alla struttura originaria, libera da ogni aggiunta moderna. La scelta dell'amministrazione comunale fu quella di sostituire le grosse piante con giovani alberelli, di mantenere le panchine e le due aiuole, le quali, a differenza di prima, è cambiata la vegetazione che vi vive. Infatti, ora, al loro interno sono state piantate alcune essenze (salvia e rosmarino) e piante di melograno.
Ovviamente, come sempre accade, c'è gente a cui la scelta estetica piace, mentre mio caso, proprio non sopporto, o meglio, non capisco.
Sulla presenza delle panchine mi son ricreduto, sicuramente si poteva scegliere un arredo urbano migliore e non delle panche in ferro come in un qualunque giardinetto, ma Piazza Duomo è uno dei più importanti centri di aggregazione della città, e la presenza delle panchine ne aiuta la fruizione della stessa. Il "particolare", di cui non riesco a capacitarmi, è la presenza delle aiuole che, oltre ad essere personalmente obrobriose ed inutili, non vengono per niente curate da ENIA
e sono diventate ben presto "sede" di cartacce, mozziconi di sigarette ed altra sporcizia.
E' evidente che Piazza Duomo non vedrà presto nuovi interventi, ma Expo 2015 darà al territorio un'opportunità di visibilità unica e nulla, ripeto, nulla, deve essere lasciato al caso.
Nel mio fotoritocco ho eliminato (almeno virtualmente) le due aiuole ed ho dato un'uniformità maggiore alle facciate dei portici, da troppo tempo poco curate dai propri proprietari. Sarebbe importante, ma questo vale per tutto il centro, che le vecchie edicole vengano sostituite da quelle in stile primo novecento, ben più suggestive di quelle presenti attualmente e che si dia davvero, e non solo a parole, più attenzione ai particolari che potrebbero risultare essenziale per un rilancio della città.

Piazza Duomo (oggi)


Piazza Duomo
(fotoritocco)