giovedì 28 dicembre 2017

A tòc e bucòn parlùm d'anvëin

a cura di
Claudio Gallini



Agnellotti, agnolotti, anolini, cappelletti… per noi piacentini sono semplicemente anvëin! Guai a chiamarli diversamente, guai!

Anche l’autore de, “Il dialetto piacentino”, Leopoldo Cerri nel 1910 tenne a precisare che i primi citati, agnellotti e agnolotti, non sono di origine piacentina ma nemmeno gli anvëin che a suo pensiero sarebbero stati portati nel piacentino nei primordi del sec. XIX in concomitanza dell’invasione francese.

Il Cerri, a differenza di mons. Guido Tammi che non azzarda alcuna analisi etimologica, sostiene che la pasta ripiena più famosa a Piacenza derivi da en-vin poiché già allora era usanza annegare gli anvëin in una fondina ricolma di vino.

E’ bene precisare che gli anvëin piacentini si differenziano da altri prodotti simili dal ripieno che deve essere rigorosamente di stracotto e cotti nel cosiddetto “brodo di terza” ovverosia preparato con la carne di gallina, vitello e manzo.

Tra i motti legati a questa tipicità piacentina, il piatto per eccellenza natalizio, vogliamo riportarne qualcuno proprio dalla mano di mons. Tammi:

  • Fä la smòrfia fëin a i’ anvëin, ovverosia fare il difficile anche con un cibo prelibato come gli anvëin
  • Fä vegn sö i’ anvein ad Nadäl, cioè vomitare perfino gli anvëin di Natale a causa di una grande repulsione. 
  • Mangiä i’ anvein in testa a vöin, ossia mangiare gli anvëin in testa a qualcuno perché si è più alti. 
Si vuole poi citare anche il poeta Valente Faustini che nel suo celebrare i tortelli con la coda, i turtéi, altra eccellenza gastronomica locale, scriveva:

l’anvëin l’é un gran siùr, e al turtell l’é al so fattùr vale a dire che l’anolino è un gran signore e il tortello è il suo fattore.


E’ doveroso riportare la ricetta ufficiale e come tale facciamo riferimento alla compianta Carmen Artocchini dal suo volume: “Piacenza a tavola”, edito da Tip. Le. Co. Nel 2005.


Ingredienti:

farina bianca, uova (1 per ogni etto di farina), un pizzico di sale, stracotto, formaggio grana grattugiato, pane grattugiato, noce moscata, brodo.


Preparazione:

Con la mezzaluna tritate finemente lo stracotto e versatelo in una zuppiera unendovi il sugo rimasto nello stuòn (Il recipiente panciuto di coccio con il coperchio in cui avete cotto lo stracotto), il pane e il grana grattugiato, un pizzico di noce moscata e amalgamate bene al fine di ottenere un impasto omogeneo.
Con quattro etti di farina, le uova e un pizzico di sale, stendete una sfoglia sottile e tagliatela in strisce di dieci centimetri circa; su un lato disponete tante palline di ripieno alla distanza di cinque o sei centimetri. Ripregate la striscia in modo da coprirle, premete la pasta leggermente fra una palina e l’altra e tagliata gli anolini con l’apposita forma rotonda che li salda tutt’attorno impendendo -quando cuoceranno - che il ripieno esca.
Oppure usate un bicchiere di vetro, ricavando delle “mezze lune” che andranno premute tutt’attorno e, in caso, con un sapiente movimento delle dita permetteranno di ottenere la forma detta cappèl da prèt. Cuocete in brodo “in terza”. 




(fonte foto: http://www.piacenzamusei.it)




Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.





giovedì 21 dicembre 2017

Epigrafi Piacentine: Napoleone a Piacenza

a cura di Claudio Gallini

Attraversando la galleria del Palazzo del Governatore, in piazza dei Cavalli a Piacenza, chissà quanti piacentini avranno notato una particolare lapide, murata sotto il portico, senza darle troppa importanza ma che nella realtà ricorda il dominio di Napoleone nella nostra città.

La lapide che ricorda il dominio di Napoleone è murata sotto il portico del Palazzo del Governatore a Piacenza dal 1812.
(foto di Claudio Gallini)

La lapide riporta questa iscrizione:

Neapolioni Augusto
Germanicus Syriacus Sarmaticus
Anno qui est XXVIII
Post Opus Nova Forma
Reductione Pecunia Publica
1812

Il 7 maggio del 1796 Napoleone conquistò con molta facilità Piacenza, la quale pagò a caro prezzo questa invasione che scombussolò la città e l’intero Ducato sotto diversi aspetti che spaziarono dall'economico, al sociale e al politico.

Napoleone infatti portò nuove tasse da pagare, molte case furono confiscate e numerose opere d’arte furono trafugate e portate a Parigi, oltre al clima di terrore che si viveva in quegli anni; difatti i resistenti e i disobbedienti erano giustiziati in un perfetto clima dittatoriale.

La battaglia di Lodi in una rappresentazione di Myrbach-Rheinfeld.
(fonte immagine: Wikipedia)
Di contro però Napoleone nel 1805 introdusse il "Codice Civile Napoleonico" che disciplinava i rapporti tra Stato e civili e i rapporti tra gli stessi civili; avviò numerose migliorie nella pubblica amministrazione, nella sanità, nell'istruzione, potenziò l’agricoltura, e tanto altro.

La dominazione francese a Piacenza durò diciotto anni, poiché nel 1813 le celebrità napoleoniche terminarono con la disastrosa Campagna di Russia e il Ducato di Parma e Piacenza passò nelle mani di Maria Luigia d’Austria, ricordato da sempre come un periodo molto florido anche per la nostra città.

Un'immagine più ampia che mostra l'esatta collocazione della lapide dedicata a Napoleone e raggiungibile dalla galleria del palazzo del Governatore in Piazza de' Cavalli a Piacenza.
(foto di Claudio Gallini)






Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 

giovedì 14 dicembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad… sagàtt, sagattä, sagattameint


di Claudio Gallini





In questo appuntamento ormai fisso di Ripensando Piacenza, il blog dell’omonima pagina Facebook raggiungibile da qui, dedicato al dialetto piacentino, trattiamo di un’altra parola entrata pienamente come dialettismo nel parlar comune dei piacentini.



Siete mai stati accusati di “sagattare”? Oppure di aver procurato del “sagattamento”?



Cerchiamo di comprendere meglio con il supporto del prezioso “Vocabolario Piacentino – Italiano” di mons. Tammi, edito dalla Banca di Piacenza nel 1998.


Il prezioso vocabolario edito dalla Banca di Piacenza nel 1998


Secondo alcuni linguisti, il verbo latino “succitare”, ossia “scuotere”, avrebbe generato quella forma verbale utilizzata a Piacenza, sagattä che, come anticipato poc'anzi, significa in particolar modo agitare, sbattere provocando certamente del rumore.

Facciamo qualche esempio:

Sagàtta mìa tò pär c’al dòrma, Non scuotere tuo padre che dorme.

oppure:

Ill butìlli ad vein biṡogna mìa sagattäia!, Le bottiglie di vino non bisogna agitarle!

Come sostantivo, invece il sagàtt può indicare altresì una quantità enorme di chicchessia.

Esempio:

Avégh un sagàtt ad càn, Avere tantissimi cani.

Nel caso invece ci trovassimo a prendere un colpo sulla testa perché il bus ha sobbalzato per una buca, anche in questo caso si tratta di… “sagatto” come nell'esempio:

Ciappä un sagàtt in testa in sal pullman!, Prendere un colpo in testa sul pullman!

Una sagattäda, o meglio, un sagattameint è di conseguenza uno scossone continuo ma anche uno sciaguattamento di liquidi, ossia sbattere qualcosa continuamente nell'acqua.

Una splendida foto con le carrozze ai piedi di Palazzo Gotico.
In una cartolina viaggiata in data 21/08/1910
appartenente alla collezione privata di Salvatore Battini
Edizioni S A.I.GA Ge.G.G.P

La consultazione del vocabolario compilato da Lorenzo Foresti nel 1836 ci riporta ai tempi delle carrozze che circolando per le strade sterrate di Piacenza causavano davvero tanti “sagatti”, difatti egli scriveva in merito al lemma “sagattà”:
“Dicesi del ricevere urti in carrozza, o a quella similitudine: pallare è balzare a guisa di palla”
In conclusione vogliamo indicare anche la forma accrescitiva di sagàtt, ovvero sagattòn.








Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 

giovedì 7 dicembre 2017

Personalità piacentine... Carmen Artocchini

di Claudio Gallini



Il prossimo 10 dicembre si celebrerà il primo anniversario della scomparsa di Carmen Artocchini, vera custode della piacentinità dei nostri tempi.

Carmen Artocchini in un recente scatto.
(Fonte immagine: www.liberta.it)


Il sottoscritto ebbe l’onore di conoscerla nel 2010 quando terminai la stesura del volume “Il castello di Boli” (Edizioni Tip. Le. Co.) chiedendole la disponibilità alla lettura dell’elaborato in bozza, per riceverne un parere.


La copertina de, "Il castello di Boli" (Edito da Tip. Le. Co. nel 2010) 
Un fortilizio esaminato anche da Carmen Artocchini nel famoso volume: "Castelli piacentini".



Con la pazienza e la dedizione che può avere soltanto l’insegnante che ha ricevuto questa vocazione, mi invitò in più riprese direttamente a casa sua per le dovute correzioni, aggiunte e consigli, sino alla stampa.



Tra i tanti suggerimenti che da lei accolsi, rammenterò sempre questa riflessione:



“Si ricordi Gallini che la miglior medicina per la vecchiaia sono queste cose, perseveri pertanto a studiare, a ricercare le cose che più le piacciono e studi, studi sempre così manterrà il cervello sempre in movimento”.



Conserverò con amore eterno questo e tutti i suoi preziosi consigli e avrò sempre dentro di me il ricordo di aver conosciuto una persona straordinaria; lei mi accolse con un tono materno anziché con l'alterigia di certi “professoroni”. Carmen Artocchini condivise con me le sue indagini, i suoi segreti di ricercatrice, senza essere gelosa dei suoi risultati e delle sue fatiche.



Il maestoso e importante volume di Carmen Artocchini dedicato ai castelli piacentini
(Edizioni TEP Piacenza, 1983)


Uno spirito invidiabile quello di donarsi agli altri, anche ad uno sconosciuto che coraggiosamente telefonò a casa sua chiedendole, incespicando un po’ le parole per l'imbarazzo, se era disponibile a perdere un po’ del suo prezioso, sempre striminzito, tempo.



Cercheremo ora di ricordare quest’importante figura della cultura piacentina attraverso una sintetica biografia a lei dedicata.


Carmen Artocchini era nata nel “Cantone del Pozzo”, quindi una “piaṡinteina pròpi, ma pròpi dal sass”, e dopo essersi diplomata al Colombini con la licenza magistrale conseguì la laurea in lettere a Torino. 

E’ stata anzitutto una donna nata per la scuola, come indicai già all'inizio di questo scritto, la sua fu una vera propria vocazione per l'insegnamento.

E’ stata com'è detto insegnante per oltre trent'anni all'"Istituto Romagnosi”; era professoressa di italiano, storia e geografia per generazioni di studenti del biennio che la chiamavano amorevolmente “zia” anziché “prof”.

Il colosso, "400 ricette della cucina piacentina".
(Ed. Molinari).

È stata anche assistente di paleografia presso l’Università di Parma avendo partecipato, post laurea, ad un corso proprio presso l’Archivio di Stato della città ducale.

Era inoltre molto attenta al dialetto piacentino ed in passato aveva tenuto diverse lezioni assieme al compianto Luigi Paraboschi presso la “Famiglia Piasinteina”.

Una chiamata, una sorta d'ispirazione, era anche l’amore verso lo studio delle tradizioni locali e di tutto quello che è storia piacentina. 

Si vuole di seguito tracciare una sintetica bibliografia di Carmen Artocchini con le opere forse più conosciute, considerando che l’interrogazione sul sistema “OPAC” della Biblioteca Passerini Landi, restituisce oltre 140 pubblicazioni che portano il suo nome come unica autrice o come collaboratrice.

· Dal 1954 iniziò a collaborare con il Bollettino Storico Piacentino.

· Nel 1967 portò a stampa con Serafino Maggi il volume, “Castelli del piacentino nella storia e nella leggenda”.

· Nel 1971 e nel 1979 pubblicò, “Folklore piacentino: tradizioni, vita e arti e arti popolari”.

· Nel 1973 portò a stampa, “L’uomo cammina: sulle vie del piacentino dalla preistoria ad oggi”.

· Nel 1975 pubblicò “Le padrone di Parma e Piacenza”.

· Nel 1979 portò a stampa con Ersilio Fausto Fiorentini, “La medicina di Piacenza tra scienza e superstizione”.

· Nel 1983 pubblicò “Castelli piacentini”.

· Nel 1995 pubblicò, “Il ferro battuto nel piacentino”.

· Tra il 1997 ed il 2006 pubblicò quattro monografie dal titolo, “Tradizioni popolari piacentine”.

· Nel 1997 portò a stampa quello che tutti conoscono come “l’Artocchini”, ossia, “400 ricette della cucina piacentina”.

· Nel 2005 pubblicò, “Piacenza a tavola: ricette tipiche della cucina piacentina”.

· Nel 2007 pubblicò, “Le ricette di Natale: cinquanta ricette piacentine”.

· Nel 2011 portò a stampa, “Principesse, infante e duchesse: storie al femminile tra Farnese e Borbone”.

· Collaborò per la stesura dei volumi dedicati all’Ottocento ed il Novecento della “Storia di Piacenza”.

· Curò diverse voci nel “Dizionario biografico piacentino”.

Ho avuto altresì il grande onore di collaborare con lei, assieme a diversi altri autori, nel quaderno di cultura locale “L’urtiga” dove sin dal primo numero ha avuto la costanza di condividere interessantissimi studi.

Nel novembre del 2016, poco più di un mese prima della sua dipartita, la prof. Artocchini fu festeggiata a Palazzo Galli assieme a mons. Domenico Ponzini ed Ernesto Leone: tre amici della piacentinità celebrati con queste parole pronunciate dal patron Avv. Corrado Sforza Fogliani:

“Con le loro azioni hanno svolto studi nella società, nella difesa indomita della piacentinità e, con le loro pubblicazioni, un’azione a difesa dei valori della nostra terra intessendo relazioni importanti, scientifiche e amichevoli dimostrate anche dalle tante persone presenti in questa sala.“

Cara Carmen rimarrai sempre, attraverso il tuo ricordo e i tuoi lavori, nel cuore dei piacentini.



L'encomio a Carmen Artocchini in un servizio di Telelibertà proprio del 10 dicembre 2016






Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 



giovedì 30 novembre 2017

Le copertine di Pietro Perfetti nelle "Memorie Storiche della città di Piacenza" di Cristoforo Poggiali

di Claudio Gallini

Attraverso i frontespizi dei dodici volumi delle "Memorie storiche della città di Piacenza", compilati dallo storico ed erudito piacentino Cristoforo Poggiali (1721 - 1811), possiamo tuffarci nella Piacenza del Settecento, grazie a questi capolavori eseguiti da Pietro Perfetti (1725 - 1770), incisore a quel tempo e oggi sconosciuto ai più se non per aver intitolato una via del moderno quartiere Besurica.

Ritratto di Plinio il Vecchio ad opera di Pietro Perfetti sec. XVIII (acquaforte).
(fonte: http://www.lombardiabeniculturali.it).

Perfetti nacque a Piacenza nel 1725 nella zona dell’attuale via Garibaldi (ex via del Guasto) dove il padre aveva una bottega in cui operava come intagliatore e scultore; egli crebbe perciò in un ambiente dove l’arte era di casa e dal padre Odoardo respirò il profumo dell’estro, mantenendo la manualità, seppur rimpiazzando lo scalpello con il bulino e il legno con le lastre di rame.

Il bulino e l’incisione sono alla base di quasi tutto il suo repertorio artistico, rappresentando a trecentosessanta gradi la devozione popolare piacentina e non solo; con gli stessi strumenti ci ha lasciato delle splendide vedute di una Piacenza settecentesca attraverso le già citate illustrazioni apposte nei frontespizi delle Memorie Storiche di Cristoforo Poggiali.

Di seguito abbiamo riportato queste dodici prime pagine.


Tomo 1
Pietro Perfetti scultore.


Tomo 2
 Piazza detta di Cavalli di Piacenza.



Tomo 3
Palazzo Ducale di Piacenza detta la Cittadella.



Tomo 4
Prospetto del Palazzo Ducale detto di Madama verso il cortile.



Tomo 5
Prospetto del Collegio dei Signori Mercanti.







Tomo 6
Palazzo dei Signori Malvicini da Fontana Marchesi di Nibbiano.






Tomo 7
Palazzo de' Sig.ri Marchesi da Mandello.






Tomo 8
Palazzo de' Sig.ri Scotti, Marchesi di Vigoleno.






Tomo 9
Palazzo dei Signori Anguissola Conti della Cimafava.



Tomo 10
 Palazzo del sig. Conte Paolo Ferrari.


Tomo 11
Collegio Alberoniano di S. Lazzaro fuori di Piacenza de' Preti della Congregazione della Missione.





Tomo 12
Veduta in elevazione della Fiera di Piacenza.









Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 



giovedì 23 novembre 2017

Voi avete il callo da pisaréi?

di Claudio Gallini

Consultando il volume "Le ricette regionali italiane" di Anna Gosetti della Salda, mia moglie Stefania, curatrice della pagina Facebook di cucina "Il favoloso mondo di Stefie" mi ha fatto notare una bella curiosità sui nostri pisarèi e fasò che proprio non conoscevo.

L'autrice di questo bel volume scrive che tanto tempo fa quando la nuora veniva presentata alla suocera per la prima volta, quest'ultima controllava il pollice destro della ragazza per appurare la presenza dei calli, segni tipici della sua capacità a produrre i pisarèi.


(Immagine tratta da: http://leleccorniedidanita.blogspot.it)
Ecco come ce lo racconta Anna Gosetti della Salda:

I pisarei sono la gloria di Piacenza, assumendo qui la medesima importanza e notorietà delle tagliatelle di Bologna. Per una donna piacentina saper far bene i pisarei (significa riuscire a prepararli di dimensioni piccolissime, in modo che assorbano meglio il condimento) è considerato un grande merito. Si dice addirittura che per il passato, quando un ragazzo presentava alla famiglia la propria fidanzata per ottenere il consenso e l'approvazione della sua scelta, la suocera controllasse il pollice destro della ragazza. Se su di esso apparivano dei piccoli calli, segni evidenti di una provata esperienza di confezionatrice di pisarei, la fanciulla possedeva le premesse necessarie per essere una buona donna di casa e una brava cuoca; il matrimonio era quindi fattibile e sotto i migliori auspici. Leggenda forse, comunque è certo che per preparare questa pasta nel modo migliore occorrono un'abilità e un'arte nelle mani molto particolari. Si tratta di un piatto che una volta era assai popolare; oggi lo è forse meno, ma è considerato una curiosità gastronomica ed ha altresì l'onore di venire inserito anche in menu di pranzi importanti.

Voglio invece consigliarvi la lettura di un volume delle Edizioni Tarka, La cucina piacentina, storia e ricette di Andrea Sinigaglia e Mario Marini che in poco più di duecento pagine raccoglie la summa della gastronomia del nostro territorio tra aneddoti storici, dialetto e naturalmente ricette.


La copertina del libro "La cucina piacentina" Edizioni Tarka
Autori: Andrea Sinigaglia e Mario Marini








Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.

giovedì 16 novembre 2017

Il Codex Usserianus Primus da Bobbio a Dublino?

di Claudio Gallini


Il Trinity College di Dublino, il prestigioso centro d'istruzione irlandese, custodisce presso la propria biblioteca numerosi antichi manoscritti tra cui un codice del sec. VII che con molta probabilità è proveniente dallo scriptorium di Bobbio.

In foto il foglio 149v contenente l'unica decorazione sopravvissuta del Codex Usserianus Primus.
(fonte immagine: Biblioteca Trinity College Dublino).




Ci stiamo riferendo al Codex Usserianus Primus, un manoscritto molto danneggiato che alcuni paleografi datano all'inizio del sec. VII; il prezioso scritto, composto da 180 fogli scoloriti e molto lacunosi, sembrerebbe provenire da Bobbio, portato successivamente in Irlanda attraverso il continuo peregrinare di abati da e verso il Monastero di Bobbio durante tutto il Medioevo.


Il foglio 17r del Codex Usserianus Primus
(Fonte: Biblioteca digitale Trinity College di Dublino)


Il Codex Usserianus Primus non è altro che un "evangelario" scritto in un latino molto antico e questo esemplare ne rispetta l'ordine occidentale, ossia: Matteo, Giovanni, Luca e Marco.

Il vangelo di Matteo è quello più logorato, mentre quello di Luca è l'unico a presentare decorazioni e nominare tra l'altro i "ladroni" crocefissi con Gesù: Jonatas e Capnatas (Luca 23:32).

C'è un acceso dibattito tra gli esperti paleografi sul luogo esatto di stesura di questo importante documento sia storico, sia religioso.

Il monaco Anno dello Scriptorium dell'abbazia di Reichenau consegna al committente un Codice terminato.
(Fonte immagine: Wikipedia).

Esiste una fortissima similitudine con altri scritti eseguiti a Bobbio attorno al sec. VII e con alcuni tratti "italiani" come sostiene lo storico K. Henry, ma di contro lo storico britannico D. Dumville ne sostiene un'origine insulare, addirittura del sec. V, prima della fondazione del Monastero di Bobbio.

Rimaniamo nell'attesa che questa controversia venga risolta, fiduciosi di poter un giorno ammirare da vicino queste miniature eseguite dai monaci del Monastero di Bobbio, centro culturale del Medioevo europeo.

Cliccando qui potrete leggere un articolo, in lingua inglese, tratto dal sito del Trinity College di Dublino, dove viene trattata questa controversia.



Nel video troviamo il Codex Usserianus Primus in restauro presso il Trinity College di Dublino.



Da questo link sarà possibile invece sfogliare l'intero Codex Usserianus Primus grazie a delle scansioni ad altissima definizione






Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 


giovedì 9 novembre 2017

Il museo della vite e del vino Fernando Pizzamiglio a La Tosa di Vigolzone, un vanto tutto piacentino!

di Claudio Gallini


A Vigolzone, sulle colline della val Nure, tra il silenzio e la pace della natura trova dimora l’azienda vitivinicola e agriturismo La Tosa dei fratelli Ferruccio Stefano Pizzamiglio.

In questo contesto fiabesco trova spazio, al primo piano dell'edifico, il primo e unico museo della regione Emilia Romagna dedicato alla vite e al vino, la vera vocazione di Ferruccio e Stefano.

Il museo è dedicato al padre Fernando che ha sempre sostenuto i figli in questo progetto di vita che li ha portati oggi ad essere un importante punto di riferimento mondiale nella produzione di vini piacentini d'eccellenza.

Il lavoro dei fratelli Pizzamiglio è volto al raggiungimento di elevatissimi livelli qualitativi, sanciti anche da importanti riconoscimenti.

Il Museo della vite e del vino è stato pensato, progettato ed è nato con lo stesso identico criterio, nell'idea di approfondire e studiare i tradizionali metodi di vinificazione, ottenendo continui plausi dal mondo culturale e non solo.

In poche parole... se non lo avete mai visitato, il nostro spassionato consiglio è quello di raggiungere La Tosa, a Vigolzone, per conoscere la cordialità della famiglia Pizzamiglio che sarà lieta di farvi visitare il museo.

In calce a questo breve trafiletto troverete tutte le indicazioni e i contatti.

Fonte immagine: Pagina  Facebook de "La Tosa".
Il Museo della vite e del vino offre un percorso interattivo, molto adatto ai bambini, che cerca di ricreare l'ambiente di una vecchia cantina con l’esposizione di diversi esemplari, tutti risalenti al periodo compreso tra la fine del 1800 ed il 1930 e reperiti nella provincia di Piacenza, al fine di far conoscere le vecchie tecniche di produzione del vino. 

Una vista della sala del Museo della vite e del vino con in primo piano un antico filtro ad armadio.
(Fonte immagine: Pagina  Facebook de "La Tosa").

La collezione racchiude oltre cinquecento pezzi che raccontano della vitivinicoltura piacentina, tutti ordinati secondo un percorso di visita diviso per lavorazione e valorizzato da semplici indicazioni, immagini, video e sottofondi sonori.


Fonte: http://www.latosa.it
Ad integrare questo importante spazio culturale de “La Tosa”, c’è anche una biblioteca che raggruppa oltre 1000 volumi sul tema, nonché parecchi documenti, tutti appartenenti al periodo compreso tra i secoli XIV e XX.

L’angolo del bottaio, tavolo per la fabbricazione e restauro delle botti
(Fonte immagine: Pagina  Facebook de "La Tosa").

Il Museo della vite e del vino di Vigolzone è nato grazie alla collaborazione di diverse figure che si vogliono ricordare in questo elenco: 

Il comitato scientifico e la stesura dei testi è per cura di Ferruccio e Stefano Pizzamiglio.

La consulenza storica è del Prof. Mario Fregoni (Ordinario di Viticoltura presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza).

Il progetto l'allestimento e la grafica: Massimo Simini, Elena Albricci, Claudio Fiumicelli e Mario Fontana.

Le video produzioni sono di Enzo Genesini.

Le iconografie e le video illustrazioni sono per cura di: Andrea Rossi.

I testi di approfondimento sono di: don Paolo Camminati, Flaviano Celaschi, Claudio Gallini, Umberto Gandi e Stefano Pronti.

La colonna sonora: Maddalena Scagnelli e il gruppo musicale “Enerbia”.

L’allestimento è per cura di: Alberto Passerini e Claudio Sartori.




Per qualsiasi tipologia d'informazione, potete utilizzare i seguenti contatti:

Telefono: 0523 870727



Clicca qui per visualizzare sulla cartina il Museo della vite e del vino de LA TOSA





Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.