giovedì 16 novembre 2017

Il Codex Usserianus Primus da Bobbio a Dublino?

di Claudio Gallini


Il Trinity College di Dublino, il prestigioso centro d'istruzione irlandese, custodisce presso la propria biblioteca numerosi antichi manoscritti tra cui un codice del sec. VII che con molta probabilità è proveniente dallo scriptorium di Bobbio.

In foto il foglio 149v contenente l'unica decorazione sopravvissuta del Codex Usserianus Primus.
(fonte immagine: Biblioteca Trinity College Dublino).




Ci stiamo riferendo al Codex Usserianus Primus, un manoscritto molto danneggiato che alcuni paleografi datano all'inizio del sec. VII; il prezioso scritto, composto da 180 fogli scoloriti e molto lacunosi, sembrerebbe provenire da Bobbio, portato successivamente in Irlanda attraverso il continuo peregrinare di abati da e verso il Monastero di Bobbio durante tutto il Medioevo.


Il foglio 17r del Codex Usserianus Primus
(Fonte: Biblioteca digitale Trinity College di Dublino)


Il Codex Usserianus Primus non è altro che un "evangelario" scritto in un latino molto antico e questo esemplare ne rispetta l'ordine occidentale, ossia: Matteo, Giovanni, Luca e Marco.

Il vangelo di Matteo è quello più logorato, mentre quello di Luca è l'unico a presentare decorazioni e nominare tra l'altro i "ladroni" crocefissi con Gesù: Jonatas e Capnatas (Luca 23:32).

C'è un acceso dibattito tra gli esperti paleografi sul luogo esatto di stesura di questo importante documento sia storico, sia religioso.

Il monaco Anno dello Scriptorium dell'abbazia di Reichenau consegna al committente un Codice terminato.
(Fonte immagine: Wikipedia).

Esiste una fortissima similitudine con altri scritti eseguiti a Bobbio attorno al sec. VII e con alcuni tratti "italiani" come sostiene lo storico K. Henry, ma di contro lo storico britannico D. Dumville ne sostiene un'origine insulare, addirittura del sec. V, prima della fondazione del Monastero di Bobbio.

Rimaniamo nell'attesa che questa controversia venga risolta, fiduciosi di poter un giorno ammirare da vicino queste miniature eseguite dai monaci del Monastero di Bobbio, centro culturale del Medioevo europeo.

Cliccando qui potrete leggere un articolo, in lingua inglese, tratto dal sito del Trinity College di Dublino, dove viene trattata questa controversia.



Nel video troviamo il Codex Usserianus Primus in restauro presso il Trinity College di Dublino.



Da questo link sarà possibile invece sfogliare l'intero Codex Usserianus Primus grazie a delle scansioni ad altissima definizione






Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 


giovedì 9 novembre 2017

Il museo della vite e del vino Fernando Pizzamiglio a La Tosa di Vigolzone, un vanto tutto piacentino!

di Claudio Gallini


A Vigolzone, sulle colline della val Nure, tra il silenzio e la pace della natura trova dimora l’azienda vitivinicola e agriturismo La Tosa dei fratelli Ferruccio Stefano Pizzamiglio.

In questo contesto fiabesco trova spazio, al primo piano dell'edifico, il primo e unico museo della regione Emilia Romagna dedicato alla vite e al vino, la vera vocazione di Ferruccio e Stefano.

Il museo è dedicato al padre Fernando che ha sempre sostenuto i figli in questo progetto di vita che li ha portati oggi ad essere un importante punto di riferimento mondiale nella produzione di vini piacentini d'eccellenza.

Il lavoro dei fratelli Pizzamiglio è volto al raggiungimento di elevatissimi livelli qualitativi, sanciti anche da importanti riconoscimenti.

Il Museo della vite e del vino è stato pensato, progettato ed è nato con lo stesso identico criterio, nell'idea di approfondire e studiare i tradizionali metodi di vinificazione, ottenendo continui plausi dal mondo culturale e non solo.

In poche parole... se non lo avete mai visitato, il nostro spassionato consiglio è quello di raggiungere La Tosa, a Vigolzone, per conoscere la cordialità della famiglia Pizzamiglio che sarà lieta di farvi visitare il museo.

In calce a questo breve trafiletto troverete tutte le indicazioni e i contatti.

Fonte immagine: Pagina  Facebook de "La Tosa".
Il Museo della vite e del vino offre un percorso interattivo, molto adatto ai bambini, che cerca di ricreare l'ambiente di una vecchia cantina con l’esposizione di diversi esemplari, tutti risalenti al periodo compreso tra la fine del 1800 ed il 1930 e reperiti nella provincia di Piacenza, al fine di far conoscere le vecchie tecniche di produzione del vino. 

Una vista della sala del Museo della vite e del vino con in primo piano un antico filtro ad armadio.
(Fonte immagine: Pagina  Facebook de "La Tosa").

La collezione racchiude oltre cinquecento pezzi che raccontano della vitivinicoltura piacentina, tutti ordinati secondo un percorso di visita diviso per lavorazione e valorizzato da semplici indicazioni, immagini, video e sottofondi sonori.


Fonte: http://www.latosa.it
Ad integrare questo importante spazio culturale de “La Tosa”, c’è anche una biblioteca che raggruppa oltre 1000 volumi sul tema, nonché parecchi documenti, tutti appartenenti al periodo compreso tra i secoli XIV e XX.

L’angolo del bottaio, tavolo per la fabbricazione e restauro delle botti
(Fonte immagine: Pagina  Facebook de "La Tosa").

Il Museo della vite e del vino di Vigolzone è nato grazie alla collaborazione di diverse figure che si vogliono ricordare in questo elenco: 

Il comitato scientifico e la stesura dei testi è per cura di Ferruccio e Stefano Pizzamiglio.

La consulenza storica è del Prof. Mario Fregoni (Ordinario di Viticoltura presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza).

Il progetto l'allestimento e la grafica: Massimo Simini, Elena Albricci, Claudio Fiumicelli e Mario Fontana.

Le video produzioni sono di Enzo Genesini.

Le iconografie e le video illustrazioni sono per cura di: Andrea Rossi.

I testi di approfondimento sono di: don Paolo Camminati, Flaviano Celaschi, Claudio Gallini, Umberto Gandi e Stefano Pronti.

La colonna sonora: Maddalena Scagnelli e il gruppo musicale “Enerbia”.

L’allestimento è per cura di: Alberto Passerini e Claudio Sartori.




Per qualsiasi tipologia d'informazione, potete utilizzare i seguenti contatti:

Telefono: 0523 870727



Clicca qui per visualizzare sulla cartina il Museo della vite e del vino de LA TOSA





Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 

giovedì 2 novembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... gadàn

di Claudio Gallini


Meschino, misero, taccagno, bruco, tritone, sciatto, sciamannato, sette definizioni poco allegre che Lorenzo Foresti nel 1836 dava per l’epiteto che ancora sovente è pronunciato dai piacentini D.O.C., gadàn.

La definizione del Foresti aggiunge addirittura dei sinonimi dialettali quali sbindaòn e tartlòn e per quest’ultimo aggiunge la spiegazione di “gretto”.


(Fonte immagine: http://cdn2.ubergizmo.com) 

La consultazione invece del Vocabolario piacentino – italiano compilato da mons. Guido Tammi e pubblicato dalla Banca di Piacenza nel 1998 alla voce gadàn, ci restituisce una moderna trasposizione con le voci: “allocco”, “babbeo”, “semplicione” e addirittura “contadino”.

Facciamo ora qualche esempio con l'uso del nostro dialetto:

A l’è un povar gadàn, ossia, "è un povero semplicione".

oppure:

Alla fera gnirà dalla campagna una folla ad gadàn, ovvero, "In fiera accorrerà una folla di contadini".

Da gadàn derivano inoltre l’accrescitivo gadanòn, il diminutivo, gadanèin ed il peggiorativo, gadanüss.


In foto ritrovamo alcuni esemplari di "Garofano d'India"o meglio di "gadàn".
(fonte immagine: www.elicriso.it). 

Il Tammi ci fornisce altresì un secondo significato di gadàn, ovvero il nome di un bel fiore giallo chiamato “Garofano d’India” (Tagetes Erecta) che un tempo era utilizzato dai giovani contadini come abbellimento da mettere sulla giacca, infilato nell'occhiello.

In conclusione vogliamo segnalare che anche in Piemonte e nel milanese questa parola è utilizzata con lo stesso significato di “sciocco”, “stupido”.














Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 

giovedì 26 ottobre 2017

A Grazzano Visconti il giardino tra i dieci più belli d'Italia secondo la stampa inglese

A Grazzano Visconti il giardino tra i dieci più belli d'Italia secondo la stampa inglese
di Claudio Gallini

Con grande onore scopriamo da un articolo dell’illustre quotidiano britannico “theguardian” dello scorso luglio 2017, che il giardino del Castello di Grazzano Visconti è stato collocato terzo in una classifica tra i dieci giardini pubblici più belli che un turista inglese può trovare in Italia.

Il giardino del castello di Grazzano Visconti
(Foto di: Dario Fusaro/Archivio Grandi Giardini Italiani)

Davanti a quello di Grazzano Visconti, la graduatoria del giornale londinese inserisce al primo posto il Giardino Barberini del Palazzo Pontificio a Castel Gandolfo (Roma) e al secondo posto quello di Villa Reale di Marlia, a Lucca.

Qui di seguito trovate la recensione originale al parterre del castello di Grazzano Visconti per mano di Judith Wade, giornalista di "theguardian".

(Immagine tratta da: www.theguardian.com)
Judith Wade scrive, traducendo in italiano, queste belle parole:
"Questo maestoso castello del sec. XIV è ancora sede della famiglia Visconti ed è dove il regista Luchino Visconti ha trascorso la sua infanzia. Le vie s'intrecciano in una zona boscosa dove i cipressi, i pini e le querce sono stati coltivati ​​in pieno splendore. Il parterre italiano è colorato e ordinato, punteggiato di statue sui piedistalli. Le rose e le ortensie aggiungono colore e varietà in estate, e c'è un cottage per i bambini. Il vicino villaggio di Grazzano Visconti è stato creato in stile neo-medievale dal nonno del duca".
Tra gli altri giardini inseriti in quest'analisi lo stesso articolo riporta:

Villa della Pergola ad Alassio (SV), i giardini di San Giuliano a Siracusa, Castello San Pelagio in provincia di Padova, i giardini di Isola del Garda, sull'omonimo lago, il Negombo a Ischia (NA), Palazzo Malingri a Cuneo e Palazzo Patrizi tra le montagne e il lago a Bracciano in provincia di Roma.

Una vetrina di tutto rispetto che porterà sicuramente turismo nel bellissimo borgo valnurese.

E' doveroso sottolineare inoltre che il giardino del Castello di Grazzano Visconti rientra nel circuito "Grandi Giardini d'Italia", un network d'eccellenza per questo settore.

Qui trovate l'articolo originale in lingua inglese










Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 

giovedì 19 ottobre 2017

Gli archi di Guadagnini da Piacenza fino in Australia

Gli archi di Guadagnini da Piacenza fino in Australia
di Claudio Gallini




Sfogliando il giornale australiano “The Advertiser”, leggiamo che la filantropa e amante della musica classica australiana Ulrike Klein, ha quasi completato il suo progetto da 6,1 milioni di dollari per portare in Australia ben due violini, un violoncello ed una viola costruiti dal liutaio piacentino del sec. XVIII, Giovanni Battista Guadagnini.



Ulrike Klein all'interno della sala concerti presso la sua proprietà di Ngeringa nei pressi di Mt Barker con i musicisti ASO Stephen King e Sharon Draper (fonte immagine: "The Advertiser")..


Guadagnini, lo "Stradivari" piacentino è sicuramente sconosciuto alla maggior parte nei nostri concittadini; egli nacque a Bilegno di Borgonovo Val Tidone il 23 giugno 1711 ed è ricordato come un grande maestro liutaio specializzato in strumenti ad arco quali viole, violini e violoncelli dal 1729 circa, fino alla morte nel 1786 seppur i suoi primi strumenti siano riconducibili soltanto al 1742-1743.


Un esemplare di violino costruito da G.B. Guadagnini nel 1757.
(Fonte: internet)


La benefattrice, originaria di Adelaide, è attualmente al di sotto di “solo” 70.000 $ dal suo obiettivo di 6.183.188 $ per finanziare questo progetto.


Tre strumenti sono stati già completamente finanziati e trasferiti all’organizzazione culturale no profit denominata UKARIA, dove i musicisti australiani potranno utilizzarli in perpetuo. 




L’ultimo strumento, il secondo violino, è stato realizzato a Piacenza (1748-49) e sarà trasferito in Australia quando saranno trovati gli ultimi 70.000 dollari, entro la fine dell'anno, spera Ulrike.


L'articolo completo e originale lo potete trovare qui


Qui invece trovate un video che spiega, in lingua inglese, lo scopo del progetto ma potrete osservare anche gli esemplari di archi già arrivati ad Adelaide, alcuni fabbricati proprio a Piacenza da Guadagnini.














Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 

giovedì 12 ottobre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... panä, panäda e panadélla

A tòc e bucòn parlùm ad... panä, panäda e panadélla
di Claudio Gallini





Oggi la nostra rubrica dedicata al dialetto piacentino, vuole riscoprire, attraverso le parole panä, panäda e panadélla un piatto tipico della tradizione gastronomica emiliana, chiamato generalmente, in italiano, “panata”; si tratta di una ricetta molto povera, un tempo molto diffusa anche a Piacenza, soprattutto dal mondo rurale e meno abbiente.



Si tratta di un piatto di recupero del pane raffermo e sfogliando le ricette sapientemente catalogate dalla compianta Carmen Artocchini riusciamo a scoprire le versioni piacentine.


Un tipico piatto di "panàda" (Fonte immagine: http://mangiarebuono.it)



L’ingrediente principe, come già indicato e insito nel nome della ricetta è il pane raffermo al quale dobbiamo aggiungere olio (o burro), sale, acqua e formaggio grana.



La prof. ssa Artocchini consiglia di far soffriggere in un tegame l’olio (o burro), quindi mettervi delle fette sottili di pane indurito; aggiungere tanta acqua da coprire il pane, aggiungere il sale e far bollire fintantoché l’acqua non sia evaporata. Le fette andrebbero servite in un piatto fondo cosparse di formaggio grattugiato.

Dal vocabolario del Foresti del 1836 scoviamo qualcosa di simile ma con il nome di panà e descritta come una sorta di minestra fatta di pane e aggiunge: 
“Panà. Sincope di Appannà lo stesso che Lös. (appannato, torbido Nda) V.”.
Anche in questo caso ci viene in aiuto Carmen Artocchini con la ricetta originale piacentina.

In un litro d’acqua è necessario far bollire un etto di lardo pestato con un cucchiaio d’olio d’oliva; una volta che il miscuglio è arrivato a ebollizione bisogna versarlo in una terrina dove si avranno disposte delle fette di pane casereccio; a piacimento è possibile coprire il pane con del formaggio grattugiato.

Un piatto di "panà" o "panӓ" (fonte immagine: http://mangiarebuono.it)


Il Tammi la chiama invece panӓ e aggiunge dei modi di dire quale: avé al sarvell ad panӓ, ovvero essere di poca levatura come se il cervello fosse costituito da panata.

Questo piatto con piccoli varianti di preparazione ma con gli stessi ingredienti, è chiamato sulle nostre montagne panadélla preparato soprattutto ai neonati come una sorta di omogeneizzato e consumato un tempo nel giorno di Pasqua.










Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.


giovedì 5 ottobre 2017

Le pioniere piacentine del B&B in Irlanda per apprendere i segreti dell'ospitalità

Le pioniere piacentine del B&B in Irlanda per apprendere i segreti dell'ospitalità
di Claudio Gallini




Come dei veri topi d’archivio, abbiamo scovato un minuscolo trafiletto che parla della nostra Piacenza in una rivista irlandese nell'ultimo numero di settembre del 1994.

Ci riferiamo al periodico gratuito “Galway Advertiser”, un giornalino in essere dagli anni ’70, paragonabile, a grandi linee, al nostro “Corriere Padano”.





In queste poche righe si scrive di una visita in Irlanda avvenuta a quel tempo ad opera di due piacentine, Barbara Tagliaferri e Lucia Cella accompagnate da altre signore, interessate ad apprendere i segreti dell’ospitalità nei “Bed & Breakfast” irlandesi.

L’articolo recita difatti così nella traduzione in italiano:

“L'Associazione Town & Country Homes ha ospitato un gruppo di signore italiane la scorsa settimana come parte di un programma comunitario - N.O.W. (Nuove opportunità per le donne NdA).
Le signore italiane provenivano dal distretto di Piacenza sul fiume Po tra Milano, Bologna e Genova e sono state in Irlanda per studiare come sono gestiti qui i B&B anche dal punto di vista commerciale.
L'obiettivo generale è stato quello di creare opportunità per aumentare l'occupazione e integrare i redditi familiari nella regione di Piacenza per queste signore interessate alla creazione di B&B".

L'Associazione Town & Country Homes è un organismo tuttora in essere che rappresenta tutti i Bed and Breakfast irlandesi.


Nella foto ritroviamo (da sinistra verso destra): Very Feaney dell'associazione "Town & Country Homes"; Barbara Tagliaferri da Piacenza; Brian Flynn, "West Regional Tourism Manager"; Barbara Joyce da Piacenza; Catriona Bruzz.
(di fronte) Interprete, originaria di Piacenza ma residente a Galway; Mary Mc Loughlin (Salthill) Town & Country Homes Association; Lucia Cella, da Piacenza; Patricia Greaney (Lower Salthill), Associazione Town & Country Homes Association.


Sarebbe bellissimo poter contattare queste signore (Barbara Tagliaferri e Lucia Cella), probabilmente qualche utente iscritto al gruppo "Ripensando Piacenza" le potrebbe addirittura conoscere, e farci raccontare da loro questa esperienza nella terra di San Colombano.










Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 

giovedì 21 settembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad… plattòn e scupplòn

A tòc e bucòn parlùm ad… plattòn e scupplòn
di Claudio Gallini


In questo nuovo appuntamento della nostra rubrica dedicata al dialetto piacentino, vorremmo trattare di scappellotti e scapaccioni, che il dizionario della lingua italiana Garzanti, edizione 2006, definisce in questo modo:

“colpo dato a mano aperta dietro il capo, soprattutto per punire i bambini (e talora con intenzione scherzosa)”.

(fonte immagine: https://godete.files.wordpress.com)
Quest’azione nel dialetto piacentino assume davvero diverse sfumature e cercheremo di raccogliere quelle più soventemente utilizzate.

Iniziamo con plattòn e con il relativo dialettismo locale “plattone”, il più nostrano di tutti i termini per indicare il classico schiaffo, magari preso da papà per una marachella o dalla fidanzata per ragioni che non andremo ad approfondire.

Vediamo un chiaro esempio:

Ciappä dü bèi plattòn dal papä, ossia, prendere due bei scapaccioni da papà.

Il lemma plattòn ha generato poi il suo abbreviativo pattòn, con identico significato, plattäda ossia una serie di sberle, ed il verbo plattä che potremmo tradurre in una sorta di cacofonia con, “scapaccionare”.


Un’altra espressione molto usata in tal senso è quella di quest’esempio:

Ciappä un bèl scupazzòn, cioè, ricevere un bel scapaccione.


La parola scupazzòn ha poi originato: scupazzäda ossia una serie scapaccioni e scupàzza che è sinonimo di scupazzòn.

Un altro modo a Piacenza per dare uno scappellotto a mano aperta è la classica, manatä una percossa già insita nel termine… una “manata”.


La carrellata degli schiaffi prosegue con: cuppòn, scòpla, scuccìn, scupplòt, scupplòn, scüffiòt, marlein e chi più ne ha più ne metta.



Voi ne conoscete altri di modi per indicare uno scapaccione?









Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.

giovedì 14 settembre 2017

C'era una volta a Piacenza... Umberto Locati e il caso della presunta visione mariana.

C'era una volta a Piacenza... Umberto Locati e il caso della presunta visione mariana.
di Claudio Gallini

Sicuramente molti piacentini assoceranno il nome di Umberto Locati all'omonima strada trasversale di via Emilia Pavese, un tempo dipartimento AUSL impiegato per i prelievi del sangue.

In realtà il Locati, nato a Castel San Giovanni (PC) il 4 marzo 1503 fu, oltre che autore della eccelsa seppur criticata opera quale “De Placentinae urbis origine, successu et laudibus” e tante altre, anche uno scrupoloso inquisitore operante a Piacenza tra il 1560 ed il 1566.

Egli entrò giovanissimo, all'età di diciassette anni, nel convento cittadino dell'Ordine dei predicatori di S. Giovanni in Canale, si laureò in teologia a Bologna ed insegnò in numerosi conventi domenicani dell’Italia settentrionale.


Nell'immagine un quadro raffigurante papa Pio V, grande amico di Umberto Locati.
(fonte immagine: https://12alle12.it/)


Egli conobbe Michele Ghisleri, colui che divenne papa Pio V, che sicuramente lo sostenne nella sua crescita all'interno della sfera ecclesiastica, soprattutto in qualità d’inquisitore.

Già nel 1558 fu nominato appunto inquisitore della città di Pavia e poi priore nel convento di S. Giovanni in Canale, nel periodo dove si stavano sistemando, nella stessa struttura religiosa, nuove prigioni utilizzate per l'Inquisizione.

Umberto Locati partecipò ampiamente all'edificazione delle carceri sia con grandi donazioni di tasca propria, sia impiegando il denaro proveniente dalle operazioni legate alle Inquisizioni.

Nel gennaio del 1560, come già scritto, fu chiamato a ricoprire la carica d’inquisitore a Piacenza, nomina che portò avanti sino al novembre 1566.

Leggiamo cosa scriveva lo stesso Locati nella sua “Cronica dell’origine di Piacenza” in merito all’anno 1560:

“[…] Nell’anno 1560 Bernardino Scoto Sabino Cardinale, fu fatto vescovo di Piacenza. Nell’anno medesimo Margarita Austria Farnese, moglie di Ottavio Duca di Piacenza, et di Parma diede principio ad un magnifico, et superbo palazzo in Piacenza in quel luogo dove era la Cittadella appresso Fodesta”.
Giulio Campi - Ritratto di Ottavio Farnese.
(Fonte immagine: Wikipedia).

La cronologia salta poi al 1562 ed il Locati tralascia di raccontare cosa accadde nel maggio del 1560 ma facciamo anzitutto una premessa importante.

Il Cinquecento è considerato dagli storici un secolo fondamentale nella storia d’Italia e d’Europa poiché in questo periodo si ruppe l’unità del cristianesimo d’Occidente.

E’ il secolo del fallimento del dialogo tra i cattolici ed i protestanti anche e soprattutto per la crudeltà dell’Inquisizione, il cui unico obiettivo era quello di ostacolare con la forza la libera interpretazione delle Sacre Scritture.

La Chiesa del tempo mise sullo stesso livello l’eretico, giudicato dal Tribunale dell’Inquisizione, ed il criminale.

A Piacenza l'Inquisizione esercitò sin dalla metà del sec. XIII ed Il tribunale fu sempre amministrato dai domenicani; dal 1564 al 1586 la sede inquisitoriale di Piacenza ebbe autorità anche su Parma (dove venne collocato un vicario).

Ma torniamo ad Umberto Locati.

Le fonti storiche ci tramandano che il 25 maggio 1560, a pochi mesi dalla carica in città, il nostro inquisitore piacentino fu implicato in un caso riguardante la presunta visione della “Vergina Maria” ad opera di una tale Margherita che nei verbali redatti venne così descritta:

“povera e di bassa conditione” e addirittura “vilissima” e “infimae plebis”.


Il delegato vescovile, interpellato a decretare se quanto raccontato dalla “miserabile” era un miracolo oppure un’eresia, deliberò che, al di là della presunta falsità, si sarebbe comunque dovuto erigere un tempio nel luogo esatto della presunta visione.


Tribunale dell'Inquisizione.
(Fonte immagine:http://www.linearossage.it/)

La decisione fu da subito condannata sia dalle autorità cittadine, sia da alte cariche domenicane che imposero al Locati di redigere un verbale e di trasmetterlo immediatamente a Roma per avere un parere.

La lettera fu indirizzata a Michele Ghisleri, al tempo Grande Inquisitore dell’Inquisizione Romana, il quale rispose che la totale responsabilità era del delegato vescovile e non del Locati.

Questa risposta, verosimilmente condizionata dall'amicizia che che esisteva tra il Ghisleri ed il Locati, non salvò la faccia a quest’ultimo non tanto nei confronti dei superiori domenicani, quanto con il duca Ottavio Farnese che ritenne doveroso, senza che ciò accadesse però, il rimpiazzo del Locati.


La copertina de: "Opus quod Iudiciale Inquisitorum dicitur ex diuersis theologis et i.v.d"
di Umberto Locati.

Negli anni a seguire il nostro inquisitore proseguì la sua attività debellando eretici a destra e manca aggiudicandosi nuovamente nel 1564 la carica di priore in San Giovanni in Canale.

Il Locati morì a Piacenza il 17 ottobre del 1587.

L'Inquisizione fu invece abolita a Piacenza una prima volta nel 1768, ma ricostituita nel 1780. 
Cessò per sempre di esistere nei primi anni del sec. XIX.

Da questo breve racconto speriamo di aver fatto luce, seppur molto sinteticamente, su un fatto avvenuto nella Piacenza del Cinquecento e che la via Locati da ora abbia per alcuni un significato che vada al di là dei ricordi di un centro sanitario.





Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.

giovedì 7 settembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... rüd

A tòc e bucòn parlùm ad... rüd
di Claudio Gallini


Un dialettismo comunissimo tra tutti i piacentini di città e provincia è sicuramente il sostantivo “rudo”, un termine che provoca, a chi lo ascolta per la prima volta perché arriva da una città lontana, un certo imbarazzo. 

Ha vissuto questo sentimento sulla sua pelle mia moglie, ligure doc, quando ascoltò questa parola in una delle prime occasioni che si trovò qui a Piacenza e ricorda ancora oggi il mio stupore per il suo totale vuoto di conoscenza nei confronti di questo termine; è stata pertanto proprio lei a consigliarmi di trattare in questa sede di… “rudo”.

Ci riferiamo naturalmente al lemma dialettale “rüd”, ossia l’immondizia, la sporcizia ma anche il sudiciume, la sozzura in tutti i generi.


(immagine tratta da: http://newsfeed.time.com)


Andiamo subito al nocciolo della questione etimologica.

Il termine, come ci guida il Tammi, deriva dal latino “rudus” ovverosia, rottame di laterizi e ghiaie, macerie, difatti:
Rudus est maioer lapides contusi cum calce misti 
così leggiamo dagli appunti di architettura di Marco Vitrivio Pollione, architetto romano del I sec. a.C., riferendosi a come strutturare la base dei pavimenti.

(Consigliamo la lettura di questo articolo apparso nei mesi scorsi sul blog)

Per gli agricoltori, sia di pianura, sia delle nostre montagne, il “rudo” (rüd) è inoltre il letame usato per concimare i campi preparati alle coltivazioni, o “le terre” come piace dire a loro.

L’unica differenza linguistica tra il "rudo" di città e quello della montagna piacentina sta nell’articolo determinativo poiché in pianura si dirà “al rüd”, in montagna sarà invece pronunziato, ad esempio in alta val Nure, come “u rüd” (in talune zone, prossime alla zona ligure, può essere altresì, “u rüdu”) ma sempre di letame e spazzatura si sta trattando.

Vediamo un semplicissimo esempio:

Trà vìa al rüd, o anche Purtä ṡö al rüd“Gettare la spazzatura”, "Portare l'immondizia nel bidone in strada"

Sono da riportare poi alcune terminologie che derivano da “rüd”, quali: rüdarö, "lo spazzino"; rüdléint, "sporcaccione"; rüdä, "concimare".

Infine è interessante riportare l’utilizzo di “rüd” come avverbio di modo, per indicare “in grandi quantità”, “a volontà”.

Vediamo un esempio:

Ag n’éra a rüd, "Ce n’era in grandi quantità".







Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.