martedì 26 novembre 2013

Ernesto Gelati venditore piacentino, dei tempi passati, di merce ...stagionale!

Il collage di memorie firmato da Lino Gallarati è davvero ricco di personalità piacentine che come abbiamo detto per il “Lòlu”, in un mio precedente pezzo, non andrebbero mai dimenticate.Una figura poliedrica del commercio locale, che si vuole descrivere invece ora, è quella di Ernesto Gelati, un venditore ambulante che esercitò la sua professione per tanti anni in Piemonte ma che a Piacenza, ormai decano del mestiere, aveva portato al culmine attorno agli anni cinquanta. Turinu, così era anche appellato per la sua lunga permanenza in terra sabauda, era organizzato in base alle stagioni e proponeva i suoi prodotti seguendo gli eventi del tempo. C’era il periodo dei limoni, poi la stagione dei fiammiferi, ed era facile trovarlo in piazza dei Cavalli con la sua cassettina, mentre in novembre si attrezzava efficacemente con dei barattoli pieni di crisantemi da offrire ai propri clienti. Trascorso il periodo di Santi e Morti, era invece semplice incontrarlo vicino alla chiesa di San Francesco o in via XX Settembre a vendere Lunari e Solitari che lo stesso Gallarati, tipografo, gli forniva già negli anni seguenti al secondo conflitto mondiale.
In estate invece il nostro Ernesto si cimentava nella vendita delle belle e buone angurie provenienti da San Giorgio al grido di “Taglio, taglio rosso”, oppure con il suo cesto di vimini, ben sistemato sulla bicicletta, pieno di pesci freschi strillando “bei vìv, bei vìv”!
Gelati, piacentino del sasso DOC, nacque nel quartiere di Sant’Agnese e se fosse ancora vivo sarebbe una preziosissima miniera di ricordi della Piacenza popolare di una volta, della Piacenza che nemmeno nei libri si può leggere, perché di rado vengono ricordati questi personaggi quasi folkloristici.
Chi l’ha conosciuto, come lo stesso Gallarati che ne racconta nella sua Antologia di Ricordi, lo descrive come una persona dalla memoria portentosa capace di riesumare tantissimi protagonisti della Piacenza dei tempi andati che ahimè nessun potrà più ricordare.

articolo di: Claudio Gallini

Ernesto Gelati intento alla vendita di fiori (fonte Antologia di ricordi, Lino Gallarati, p. 30)


articolo di: Claudio Gallini

lunedì 18 novembre 2013

Ma chi non ha mai letto il “Libro del Moroni”?


A chi non è mai capitato di sentirsi dire da un piacentino D.O.C. la tipica frase: “Te studiä in sal libar dal Muròn”?
Ebbene vi devo confessare che nelle mie ultime ricerche su oratori e chiese della provincia, mi è davvero capitato di prendere in mano uno dei tanti volumi scritti da Gaetano Moroni in tema di storia della Chiesa.
Anche Guido Tammi, nel suo prezioso vocabolario “Piacentino-Italiano”, edito dalla Banca di Piacenza, conferma, e nello stesso tempo smentisce, che il famoso “Libar dal Muron” tante volte citato dai nostri concittadini più anziani, potrebbe riferirsi al Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni.
L’opera si compone di centotre volumi, più altri sei volumi d’indici, scritti tra il 1840 e il 1861 dal cav. Gaetano Moroni che, oltre a esser stato uno dei più importanti bibliofili italiani, fu oltretutto il maggiordomo personale dei pontefici Pio IX e Gregorio XVI.
Il Tammi ci riporta altresì anche la possibile associazione della frase, utilizzata spesso e volentieri come uno sberleffo, con l’autore di un libro di medicina, tale Sebastiano Moroni vissuto nel XVI secolo.
La derisione che avanza questa frase piacentina è ancora più ampia in questo caso enfatizzato così: “l’ha studiä al libar da Muròn, pö al studia, pö al dveinta cuiòn” come a dire di una persona che si vanta di una grande dottrina ma altresì che alla fine non ha capito nulla di quello che ha letto.
In conclusione mi sento di appoggiare la tesi che il Muròn, cui si riferisce il nostro proverbio, è assolutamente legato alla raccolta dell’erudito Gaetano Moroni, testi fondamentali per lo studio della nostra Chiesa.

articolo di: Claudio Gallini






lunedì 11 novembre 2013

Chi era costui? Carlo Uttini, il cugino di Giuseppe Verdi e grande pedagogista italiano.


Ogni città, come la nostra Piacenza, nasconde dei piccoli particolari che spesso sono ignorati; un dettaglio inosservato, ma dal grande significato storico e culturale, è un piccolo e anonimo busto posto in una rientranza di via San Giuliano, poco prima di sfociare in via Romagnosi.
Questa scultura, a mio parere poco curata e valorizzata, delinea i tratti di una figura dalla duplice valenza per la nostra città poiché Carlo Uttini è stato, oltre che un grande pedagogista italiano, anche il cugino del maestro Giuseppe Verdi.
L’iscrizione apposta vicino al busto recita così: "A tramandare ai posteri onorata memoria del sapiente educatore canonico don Carlo Uttini per oltre cinquant’anni propugnatore indefesso della cristiana nazionale pedagogia, gli amici e ammiratori".
Nato a Saliceto il 3 maggio 1822, morto in questo istituto il 3 aprile 1902.
La storia di questa figura ci racconta che Carlo Uttini nacque a Saliceto di Cadeo; egli fu insegnante di lettere ma soprattutto di pedagogia oltre che rettore del collegio femminile di Sant’Agostino.
Le sue nuove teorie pedagogiche le poté però mettere in pratica solo nel 1867 quando aprì a Piacenza, proprio lì dove è posto oggi il busto, il “Giardino d’Infanzia” e dalle sue parole comprendiamo il significato di questa sua istituzione:
Che cosa è cotesto Giardino d’infanzia? dimandano molti. E forse taluno risponde: E’ un nome inventato per attrarre: a somiglianza delle figure smaglianti di certe botteghe […] No, il nostro Giardino d’infanzia non è nulla di questo, […] Il nostro Giardino non è asilo, e ricovero di bambini dalla carità cittadina aperto per educare i figli abbandonati dal povero…” (C. UTTINI, Il giardino d’infanzia, Piacenza, 1871.

"Il GIARDINO D'INFANZA",
Piacenza, 1871. - di
C. UTTINI
Tra i suoi scritti più importanti ricordiamo inoltre “Educhiamo!” del 1874, “Nuova compendia di pedagogia e didattica” del 1884, “L'era nuova dell'educazione in Italia” del 1851, “I primi sei anni di vita” del 1880 e tanti altri che hanno dato le basi della moderna scuola di pedagogia italiana.
Piacenza gli ha dedicato solo una strada che da via Pietro Cella si congiunge alla strada Malchioda, ma nel resto d’Italia, soprattutto nel settore pedagogico è tuttora un’istituzione tanto da far parte degli “Annali di storia dell’educazione e delle Istituzioni scolastiche”.
La figura di Carlo Uttini si meriterebbe davvero più luce e non di rimanere soltanto una scultura annerita e deteriorata oltre che trascurata.
L’appartenenza alla famiglia di Luigia Uttini, madre di Giuseppe Verdi, rappresenterebbe un forte appiglio anche per far leva sulla piacentinità del Maestro, che tutto il mondo vede appartenere però pienamente alla città di Parma.

Busto di Carlo Uttini a Piacenza
foto di: © Claudio Gallini
articolo di: Claudio Gallini


martedì 5 novembre 2013

Piacenza una città dai grandi e piccoli particolari. Piazzetta Tempio, i Templari e la famiglia nobile Marliani.


Lo spunto per questo breve articolo, l’ho avuto da un’utente del nostro gruppo Facebook Ripensando Piacenza (https://www.facebook.com/groups/ripensandopiacenza/) che chiedeva notizie in merito all’effige di un piccolo leone scolpita su un muro di un palazzo posto in piazzetta Tempio all’angolo con via San Giovanni.


il Blasone della Famiglia Marliani - fonte: Torelli p. 78


L’edificio in questione, dalla facciata molto ornata, è per gli appassionati di storia e architettura locale, il cosiddetto palazzo Marliani, o più precisamente Marliani-Anguissola, posto al n° 56 della già menzionata piazzetta.
Per i piacentini è più facile ricordare che in questa piazza è posta l’opera di Bruno Cassinari denominata “Cavallo scodato con cavaliere” e donata dall’artista alla nostra città nel 1985 o ancora meglio nominare il vicino palazzo settecentesco della Prefettura appartenuto ai nobili Scotti di Vigoleno.
Se invece si vuole approfondire la storia di quest’antico largo, dobbiamo partire dal suo nome che non lascia niente al caso, poiché proprio dove oggi troneggia l’opera del Cassinari, i monaci cavalieri dell’ordine dei Templari costruirono, attorno al XII secolo, il loro centro di culto.
Con alterne vicende che portarono il tempio a essere distrutto e ricostruito per diverse volte, durante la seconda guerra mondiale fu completamente raso al suolo e oggi rimane solo il toponimo di via e Piazzetta Tempio a ricordarci che Piacenza fu un punto strategico per i pellegrini diretti in Terra Santa.
Ma tornando al simbolo scolpito sul palazzo Marliani, non possiamo che ricondurre quel leone al blasone della nobile famiglia di origini milanesi e stabilitasi a Piacenza nella seconda metà del XV secolo.

il Blasone dei Marliani, scolpito sulla facciata
di Palazzo Marliani-Anguissola - © Claudio Gallini


Il proprietario di quel bel palazzo, ancora oggi apprezzabile al n° 56 di piazzetta Tempio come si scriveva all'attacco di questo pezzo, fu un tale Giovanni Marliani che oltretutto acquistò terreni nei pressi di Pittolo dove ancora oggi esiste la località “La Marliana”.
Questa famiglia diede a Piacenza vescovi, arcipreti, giuristi, dottori e giudici; i Marliani giunsero a Piacenza già nobili conquistando, per la loro particolare agiatezza, l’appartenenza ai collegi più importanti della città seppur la loro discendenza si estinse attorno al 1700.
 

Claudio Gallini

Palazzo Marliani Anguissola - © Claudio Gallini