giovedì 22 marzo 2018

Progetto Vita vent'anni di orgoglio piacentino

di Claudio Gallini


Un vero e proprio orgoglio piacentino è il programma “Progetto Vita” nato nel marzo del 1998 con lo scopo di prevenire la morte improvvisa causata dall'arresto cardiaco attraverso il posizionamento sul territorio di apparecchi defibrillatori, ma il progetto non si ferma a questo.


Questo è il logo di "Progetto Vita" realizzato da Paolo Panizzari

Il progetto di “Defribillazione Precoce” è stato concepito difatti dalla Dr.ssa Daniela Ascheri e dal Prof. Alessandro Capucci con il fine di dislocare in punti strategici della città una serie di defibrillatori semiautomatici, utilizzabili anche da personale non sanitario.

Intervenire tempestivamente con un defibrillatore entro cinque minuti da un arresto cardiaco è determinante per la salvezza della maggior parte delle aritmie come la fibrillazione ventricolare, la più pericolosa.

Da uno studio portato avanti dal Ministero della Salute, si deduce che la percentuale di sopravvivenza dopo un arresto cardiaco è del 2%, però in caso di defibrillazione nei primi cinque minuti sale addirittura al 50%.


La mappa dei defibrillatori dislocati a Piacenza e provincia grazie a "Progetto Vita"
(Clicca qui per visualizzare la mappa dal sito di Progetto Vita)

In vent'anni di operatività a Piacenza, questo progetto ha permesso di salvare oltre cento persone, un traguardo davvero ragguardevole che fa onore all'associazione e indirettamente alla nostra Piacenza, città capofila in questo progetto ammirato in tutto il mondo.

(Tratto da "Clarin", quotidiano argentino)




(Tratto da: "medicalxpress.com", rivista medica on line americana)


E’ importantissimo sia per gli adulti, sia per i bambini, imparare ad utilizzare, grazie alle semplicissime procedure guidate, questi piccoli defibrillatori in grado di salvare la vita di un individuo con attacco di cuore.


DAE = Defibrillatore Automatico Esterno

Questi in sintesi i punti della missione di “Progetto Vita” (dal sito: www.progetto-vita.eu)

- Contribuire a incrementare le conoscenze e le possibilità terapeutiche nell'ambito delle malattie cardiovascolari sia degli operatori sanitari che della popolazione allo scopo di ridurre l'incidenza e la mortalità di tali malattie.
- Promuovere ed incrementare studi e ricerche nell'ambito delle malattie cardiovascolari sia in Italia che all'Estero.
- Favorire attività culturali mediante conferenze, corsi di aggiornamento, congressi e pubblicazioni scientifiche; istituire borse di studio per la formazione medica con riferimento alle patologie cardiovascolari.
- Svolgere attività di informazione e di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sui problemi inerenti le discipline cardiovascolari con particolare risvolto sulle problematiche sociali ad esse correlate.
- Contribuire allo sviluppo, al miglioramento tecnologico delle istituzioni e ad ogni altra forma di organizzazione che abbia attinenza con le discipline cardiovascolari.
L'associazione in particolare si dedica alla ricerca di soluzioni per la prevenzione della morte improvvisa mediante l'utilizzo nella comunità di defibrillatori semiautomatici.

In particolare l'associazione ha promosso la nascita e sostiene il PRIMO PROGETTO EUROPEO di defibrillazione precoce "Progetto Vita" per la lotta contro la morte improvvisa, coinvolgendo associazioni di volontariato, enti pubblici e privati.

Per ottenere informazioni:

Tel. 0523 880336
E-mail: progettovita.piacenza@gmail.com
WEB:  http://www.progetto-vita.eu
Facebook: https://www.facebook.com/pg/Progetto.Vita.PC





Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.

giovedì 15 marzo 2018

A tòc e bucòn parlùm ad... spargnaccä e spatazzä

di Claudio Gallini


Due dialettismi piacentini molto comuni, derivati dal nostro bellissimo vernacolo, sono i verbi e sinonimi “spargnaccare” e “spatacciare” ossia schiacciare, maciullare o addirittura “affrittellare” come indicò Lorenzo Foresti nel suo prezioso Vocabolario Piacentino – Italiano edito, in terza edizione, nel 1883.



Fonte immagine: internet


Secondo il Tammi la voce, spargnaccä, deriva dal latino volgare “spataxare”, ossia battere, schiacciare e il richiamo con il sinonimo spatazzä è molto evidente.

Difatti come già anticipato il Foresti precisò nella sua definizione:

Spiaccicare, scofacciare, affrittellare. Comprimere tanto una cosa da renderla una frittella. In Toscana, “Fare una paniccia (una farinata a base di ceci NdA)”. “Mise sbadatamente quel peso sul piatto e fece una paniccia”. Affrittellare ha usato il Zann (Giovanni Zannoni NdA) dar busse di molte. “La badi che non venisse il marito ad affrittellarci”. Il medesimo uso potrebbe farsi di spiaccicare e scofacciare. Il verbo schiacciare vale in frangere ed è più proprio delle cose che hanno guscio.

Fonte immagine: internet


Nel nostro dialetto questi verbi richiamano altre voci quali: spatazzäda cioè uno schiacciamento rapido e violento, spatazzamëint o meglio uno schiacciamento e spatazzòn per richiamare una caduta quasi a spiaccicarsi al suolo; così come i corrispondenti spargnaccäda, spargnaccamëint e spargnaccòn.

Tra gli esempi che ci fornisce il Tammi vogliamo riportare:

L’ha spargnacä una vìpra, Ha schiacciato una vipera 

Oppure:

In mèzz alla folla am son ciappä una spatazzä a un pé, “In mezzo alla folla mi sono preso una schiacciata a un piede”.











Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 

giovedì 8 marzo 2018

Il cortile di Palazzo Farnese [Fotosfera]

Da questa foto sferica, eseguita da Claudio Gallini, sarà possibile tuffarsi virtualmente nel cortile dello splendido Palazzo Farnese a Piacenza.






giovedì 1 marzo 2018

A tòc e bucòn parlùm ad... taccòn!

A tòc e bucòn parlùm ad... taccòn!
di Claudio Gallini

Chissà quante volte avrete sentito pronunziare a Piacenza il termine dialettale: taccòn o ancor più frequentemente, il dialettismo, "taccone".

Da dove deriva questa parola? Proviamo ad approfondire.

Il "taccone" a dirla tutta è un vero e proprio termine della lingua italiana col significato di pezza, toppa, che viene cucita sugli indumenti, per riparare zone rotte o logore. 

Pantaloni pieni di "tacconi"...
(fonte immagine: www.liexpress.com)

Anche nel nostro dialetto, accade proprio così come nell'esempio:

fä un taccòn in si braghein rutt, "Fare una pezza sui pantaloni rotti".

Ma il taccòn lo puoi applicare anche alle scarpe, con un pezzo di cuoio, e comunque l'azione è sempre taccunä.

L'accezione più attuale e locale del termine, è proprio nata dal significato di "rattoppo"; una cosa riparata a volte purtroppo anche male, peggiorandone lo stato, giungendo così alla classica taccunäda, ossia una "tacconata".

Un taccòn, o taccunäda che sia, è oggi più che altro un'accezione per indicare una cosa fatta male, un qualcosa anche di brutto da vedere, anche d'inutile o che non funziona più.


Un taccòn ad lampadäri...
(Fonte immagine: http://www.casaetrend.it)


Tra vìa cul taccòn lé!, butta via quel taccone lì!

In taluni casi taccòn è sinonimo anche di ciàffar ovvero qualsiasi cosa di poco pregio o valore, rotta o inservibile.

Conoscete altri significati per questo termine? Attendiamo i vostri commenti.









Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 





giovedì 28 dicembre 2017

A tòc e bucòn parlùm d'anvëin

a cura di
Claudio Gallini



Agnellotti, agnolotti, anolini, cappelletti… per noi piacentini sono semplicemente anvëin! Guai a chiamarli diversamente, guai!

Anche l’autore de, “Il dialetto piacentino”, Leopoldo Cerri nel 1910 tenne a precisare che i primi citati, agnellotti e agnolotti, non sono di origine piacentina ma nemmeno gli anvëin che a suo pensiero sarebbero stati portati nel piacentino nei primordi del sec. XIX in concomitanza dell’invasione francese.

Il Cerri, a differenza di mons. Guido Tammi che non azzarda alcuna analisi etimologica, sostiene che la pasta ripiena più famosa a Piacenza derivi da en-vin poiché già allora era usanza annegare gli anvëin in una fondina ricolma di vino.

E’ bene precisare che gli anvëin piacentini si differenziano da altri prodotti simili dal ripieno che deve essere rigorosamente di stracotto e cotti nel cosiddetto “brodo di terza” ovverosia preparato con la carne di gallina, vitello e manzo.

Tra i motti legati a questa tipicità piacentina, il piatto per eccellenza natalizio, vogliamo riportarne qualcuno proprio dalla mano di mons. Tammi:

  • Fä la smòrfia fëin a i’ anvëin, ovverosia fare il difficile anche con un cibo prelibato come gli anvëin
  • Fä vegn sö i’ anvein ad Nadäl, cioè vomitare perfino gli anvëin di Natale a causa di una grande repulsione. 
  • Mangiä i’ anvein in testa a vöin, ossia mangiare gli anvëin in testa a qualcuno perché si è più alti. 
Si vuole poi citare anche il poeta Valente Faustini che nel suo celebrare i tortelli con la coda, i turtéi, altra eccellenza gastronomica locale, scriveva:

l’anvëin l’é un gran siùr, e al turtell l’é al so fattùr vale a dire che l’anolino è un gran signore e il tortello è il suo fattore.


E’ doveroso riportare la ricetta ufficiale e come tale facciamo riferimento alla compianta Carmen Artocchini dal suo volume: “Piacenza a tavola”, edito da Tip. Le. Co. Nel 2005.


Ingredienti:

farina bianca, uova (1 per ogni etto di farina), un pizzico di sale, stracotto, formaggio grana grattugiato, pane grattugiato, noce moscata, brodo.


Preparazione:

Con la mezzaluna tritate finemente lo stracotto e versatelo in una zuppiera unendovi il sugo rimasto nello stuòn (Il recipiente panciuto di coccio con il coperchio in cui avete cotto lo stracotto), il pane e il grana grattugiato, un pizzico di noce moscata e amalgamate bene al fine di ottenere un impasto omogeneo.
Con quattro etti di farina, le uova e un pizzico di sale, stendete una sfoglia sottile e tagliatela in strisce di dieci centimetri circa; su un lato disponete tante palline di ripieno alla distanza di cinque o sei centimetri. Ripregate la striscia in modo da coprirle, premete la pasta leggermente fra una palina e l’altra e tagliata gli anolini con l’apposita forma rotonda che li salda tutt’attorno impendendo -quando cuoceranno - che il ripieno esca.
Oppure usate un bicchiere di vetro, ricavando delle “mezze lune” che andranno premute tutt’attorno e, in caso, con un sapiente movimento delle dita permetteranno di ottenere la forma detta cappèl da prèt. Cuocete in brodo “in terza”. 




(fonte foto: http://www.piacenzamusei.it)




Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.





giovedì 21 dicembre 2017

Epigrafi Piacentine: Napoleone a Piacenza

a cura di Claudio Gallini

Attraversando la galleria del Palazzo del Governatore, in piazza dei Cavalli a Piacenza, chissà quanti piacentini avranno notato una particolare lapide, murata sotto il portico, senza darle troppa importanza ma che nella realtà ricorda il dominio di Napoleone nella nostra città.

La lapide che ricorda il dominio di Napoleone è murata sotto il portico del Palazzo del Governatore a Piacenza dal 1812.
(foto di Claudio Gallini)

La lapide riporta questa iscrizione:

Neapolioni Augusto
Germanicus Syriacus Sarmaticus
Anno qui est XXVIII
Post Opus Nova Forma
Reductione Pecunia Publica
1812

Il 7 maggio del 1796 Napoleone conquistò con molta facilità Piacenza, la quale pagò a caro prezzo questa invasione che scombussolò la città e l’intero Ducato sotto diversi aspetti che spaziarono dall'economico, al sociale e al politico.

Napoleone infatti portò nuove tasse da pagare, molte case furono confiscate e numerose opere d’arte furono trafugate e portate a Parigi, oltre al clima di terrore che si viveva in quegli anni; difatti i resistenti e i disobbedienti erano giustiziati in un perfetto clima dittatoriale.

La battaglia di Lodi in una rappresentazione di Myrbach-Rheinfeld.
(fonte immagine: Wikipedia)
Di contro però Napoleone nel 1805 introdusse il "Codice Civile Napoleonico" che disciplinava i rapporti tra Stato e civili e i rapporti tra gli stessi civili; avviò numerose migliorie nella pubblica amministrazione, nella sanità, nell'istruzione, potenziò l’agricoltura, e tanto altro.

La dominazione francese a Piacenza durò diciotto anni, poiché nel 1813 le celebrità napoleoniche terminarono con la disastrosa Campagna di Russia e il Ducato di Parma e Piacenza passò nelle mani di Maria Luigia d’Austria, ricordato da sempre come un periodo molto florido anche per la nostra città.

Un'immagine più ampia che mostra l'esatta collocazione della lapide dedicata a Napoleone e raggiungibile dalla galleria del palazzo del Governatore in Piazza de' Cavalli a Piacenza.
(foto di Claudio Gallini)






Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.