giovedì 22 giugno 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... madgòn

a cura di 
Claudio Gallini


Alla fine del sec. XIX fu emessa una legge (la n. 5849 del 22 dicembre 1888) in cui si obbligava a possedere una laurea nel caso si volesse esercitare la figura di medico, ostetrica, veterinario, dentista e così via.

In questo modo si volevano escludere dall'esercizio della professione medica tutte quelle figure che fino a prima avevano lavorato liberamente come: “mediconi”, “levatrici” e cose simili.

Un medicastro d'altri tempi...
(Fonte immagine: https://it.pinterest.com/) 

I racconti dei miei nonni, e dei miei genitori, non sono però così lontani nel tempo da quando la parola madgòn ogni tanto veniva pronunciata anche a casa mia.

Nonostante lo Stato avesse richiamato sindaci e prefetti, in concomitanza della promulgazione della legge prima citata, a controllare e denunciare ogni tipo di attività illecita, il “medicone” riscuoteva, soprattutto nei centri più rurali e poveri, più fiducia rispetto ad un dottore di tutto rispetto. 


Nel disegno vediamo una "levatrice" del passato all'opera durante un parto in casa.
(Fonte immagine: http://www.ecodibiella.it) 

Solo con l’avvento del “Medico condotto” si è probabilmente iniziato a veder pian piano sfumare queste figure; la “levatrice non laureata" ha invece resistito sino all'ultimo parto avvenuto in casa. 

Il medicone curava spesso con impiastri, decotti e cose simili ma quando egli si affidava invece a pratiche che stavano al confine tra la magia e la religione, dimostrava davvero il suo essere poco professionale. 

A Piacenza i medicastri erano chiamati, come ci suggerisce mons. Tammi, i duttùr dal bòn marcä, ovvero i dottori a buon mercato, ma a dirla tutta non valevano proprio niente. 

I creduloni, quelli che alle medicine preferivano la “stregoneria”, rispondevano di contro: 

Al val po al pel d’un madgòn che deṡ gran dutturon, ossia “vale di più il pelo di un medicone che non dieci gran dottoroni”. 

Concludiamo con la semplice analisi etimologica che ci arriva come accrescitivo di medico che a sua volta deriva dal latino “medicus”.

Voi avete mai conosciuto un madgòn?







Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.

mercoledì 14 giugno 2017

C'era una volta a Piacenza... siccità e alluvioni nella storia di Piacenza

a cura di
Claudio Gallini





Le cronache sul clima degli ultimi decenni sembrano essere sempre più nefaste; i giornali trattano con molta frequenza di alluvioni, siccità, ondate di calore, eventi estremi in genere.



Alluvione dell'ottobre 1907 a Piacenza.
Questa è strada S. Agnese (via A. Genocchi).
A sinistra, l'oratorio di S. Agnese, protettrice dei barcaioli, demolito nei primi mesi del 1919.
Foto di Giulio Milani - Immagine inserita su gentile concessione di Giovanna Cremona.



Notizie ahimè all'ordine del giorno e che ci riguardano molto da vicino. 



Il ricordo dell’alluvione che colpì Piacenza e molte zone della provincia nell'autunno del 2015 è ancora vivo.



Abbiamo inoltre la sensazione che questi eventi si stiano intensificando con prospettive di danni economici, sistemi produttivi messi al tappeto e purtroppo anche feriti per non dire peggio.

Alluvione a Roncarolo di Mortizza nel 1926, si mettono in salvo gli animali
(foto inserita su gentile concessione di Giovanni Corgnati).


Ma nel passato le questioni climatiche erano tutte rose e fiori?



Siamo andati a sfogliare alcuni volumi delle cronache passate, scritti da autori di tutto rispetto quali: P. M. Campi, U. Locati e C. Poggiali.


Guardate cosa abbiamo trovato senza troppe pretese di approfondimento.

Il Campi, nella sua opera “Dell'historia ecclesiastica di Piacenza”, scrisse che nel 1371 Piacenza fu colpita da una tremenda siccità e arsura perché da tanti mesi non era piovuto.

il canonico scrisse poi che per tale ragione il vescovo Cocconato ordinò una processione nel mese di agosto e fu aperta la tomba di S. Antonino nel chiostro di S. Maria in Cortina e riportò esattamente:

“la Divina bontà fece scendere per tutto il piacentino abbondevole pioggia, che oltre ad umettare i secchi campi, ristorò gli afflitti corpi humani”.
Piena del Po, anno 1907, in foto via Mazzini
(Foto di Giulio Milani)

Anche Umberto Locati, nella sua “Cronica dell'origine di Piacenza“ riporta di una grande siccità che colpì il nostro territorio nel 1562:
“Nell’anno 1562 fu tanta la siccità sul Piacentino, che dal Febraio infino all’Ottobre, et quindi infino alla fine dell’anno mai venne pioggia dal cielo. Per la qual cosa la maggior parte de pozzi et delle fonti rimasero secche et prive del loro solito humore”.
e proseguì:
“Ma peggio fu, che quella siccità si trasse dietro una grandissima carestia di fromento et d’ogni sorte di legumi in tanto, che il fromento, sotto la verga andò ad uno scudo lo staio”.
Il racconto del Locati prosegue indicando tutte le precauzioni prese dal Duca di Piacenza per evitare carestie ma soprattutto rincari, visto che i cereali non sarebbero bastati per sei mesi; dal Piemonte attraverso il Po arrivarono dei sacchi di frumento, segale, legumi in aiuto alla nostra popolazione.

L’anno successivo, il 1563, fu invece abbondante e ricco d’ogni cosa, “da pomi et noci inflori” come ci riferisce sempre il Locati.

Un’ immagine della piena del 13 novembre 1951 quando il livello del fiume raggiunse i 10,25 m lambendo le arcate del ponte ferroviario.
(Fonte immagine: http://blog.libero.it/occhiobello/9476557)

Il Poggiali, in merito al febbraio del 1663, scriveva così:
“[...] che per la gran neve caduta in questo tempo, li sortumi erano tanto bassi, che seccarono in Piacenza la maggior parte dei pozzi, e il Po venne tanto magro, che fu guazzato con cavalli, cosa per ricordo d’uomini non più udita”.
Per l'anno 1683 riportava queste righe:
“Fu talmente asciutto l’inverno di quest’anno e parte della Primavera eziando, che del Febbraio e Marzo vedevasi la polvere per le strade così copiosa ed arida, come nel Luglio, e nell’agosto. Non s’ebbero piogge, non nevi, non nebbie di sorta veruna, ma durò sempre eguale un ostinato sereno bellissimo, dal Novembre dell’Anno scorso (1682 Nda), fino al fine Aprile di questo, in che si ottenne la tanto sospirata, e necessaria pioggia, per intercessione di Nostra Signora del Popolo”.
Nel novembre del 1705 Piacenza fu colpita da una straordinaria inondazione del Po che provocò seri danni alla nostra città; così scriveva Cristoforo Poggiali:
“Addì 3 Novembre 1705 seguì una grandissima, ed affatto straordinaria inondazione del Po, con danno immenso del nostro Stato, e rovina intera di molte famiglie, le quali avevano i loro poderi vicino a quel Fiume”.
e proseguì:
“Arrivarono le acque fino a Fombio e dalla banda di qua, entrate nella stessa Città, allagarono tutta la Contrada, chiamata Strada Nuova, fin’oltre Chiesa di S. Maria di Borghetto. Molte furono le case diroccate dall’impeto della corrente, molte le bestie, ed anche persone annegate, e moltissimi i poderi coperti di sabbia, e renduti infruttiferi per più Anni”.
Piacenza cinquecentesca.
(fonte immagine: https://www.portaleabruzzo.com)


L’anno 1707 è ricordato negli annali come un altro anno di siccità e inondazioni come leggiamo sempre dalla mano del Poggiali:

“[...] e ciò atteso la penuria di grani, e de’ foraggi, che si prova nel corrente Anno, per la siccità della scorsa Estate, e le straordinarie inondazioni ultimamente accadute”:

Allo stesso modo scriveva nelle cronache di dieci anni dopo:

“Una sì ostinata ed esiziale siccità provossi nel Piacentino parte del Verno, e quasi tutta la Primavera, e l’Estate dell’Anno 1718, ch’io non saprei dire, se nelle Storie nostre memoria trovisi d’altra maggiore”

Il Poggiali nacque tre anni dopo e presumibilmente queste notizie gli giunsero direttamente dai suoi congiunti, e proseguì:

“Difatti non leggo, che in altra congiuntura giammai, come in questa, tante, e sì devote Processioni, preghiere solenni, limosine generali [...] Solamente trovo notato che, essendo venuto nel giorno 12 di Luglio un gagliardo temporale con acqua, che durò circa un’ora, e mezzo, ristorò alquanto la campagna sitibonda (che ha bisogno di sete Nda), ed arsa da più di sei mesi”.

Un’ora e mezza d’acqua non erano sufficienti e per il bisogno urgentissimo di pioggia, si scrisse che due giorni dopo fu portata in processione per la città la statua di san Nicola di Bari; il Poggiali aggiunse che vi fu una grande partecipazione di cittadini, tutti in “abito di penitenza” e torce accese in mano.



A questo punto mi pongo la domanda: 



Sta davvero cambiando il clima o sta cambiando il modo di informare le persone sul clima stesso? 



Voi cosa ne pensate ?




Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.




venerdì 9 giugno 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... cunfanòn

A cura di 
Claudio Gallini


Il ritornello di una canzone piacentina, molto conosciuta, recita così:

La g'ha scussalein russ
cmè i cunfanòn di prä,
la camiṡötta biànca
cla sa tütta 'd bugä;
du bèi ucciòn celèst
ch'i fan innamurä.
L'è la po bèlla fiòla
ca végna in sal marcä!

L'avete riconosciuta vero? 

Si tratta di "Scussalein russ". 

E' una delle più belle canzoni cantate con il nostro dialetto, grazie alla musica del maestro Pierino Testori, con il testo di Egidio Carella.

A dirla tutta il testo del maestro Carella nacque come una poesia e quel grembiule indossato dalla graziosa ragazza descritta nel poema è di color rosso, un rosso così vivo che ricorda i cunfanòn, ovvero i papaveri che d'estate crescono spontanei nei prati cittadini e di campagna.


In talune zone del piacentino è denominato altresì gunfanòn, quindi a ricordarci meglio l'origine del termine. 

Infatti l'assonanza con "gonfalone", "confalone", non è a caso come ci riporta mons. Guido Tammi nella sua preziosa opera, il Vocabolario piacentino - italiano edito dalla Banca di Piacenza; difatti il colore di questo fiore sarebbe il rosso fiamma utilizzato spesso nei vessilli.


Uno scatto da primo premio eseguito dal fotografo Massimo Mazzoni
con un bel papavero cresciuto nei pressi del Pubblico Passeggio a Piacenza

In alta val Nure, a titolo di curiosità, la radice del lemma rimane la stessa ma, attraverso un suono piuttosto nasale, diviene, cõnfanòn

Curiosando ai confini del "piacentino" possiamo citare brevemente il papavero genovese: papàvo, quello milanese: pupulàna, nell'estremo alessandrino orientale invece è: fantinéta, e nel cremonese risulterebbe: campanìn.

Terminiamo questo appuntamento dedicato al dialetto, con l'invito ad ascoltare la bellissima canzone Scussalein russ che vi rallegrerà sicuramente. 








Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.


venerdì 2 giugno 2017

Upilio Faimali domatore piacentino dimenticato

a cura di
Claudio Gallini


A Gropparello e a Pontenure, in provincia di Piacenza, esistono rispettivamente un vicolo ed una via dedicate ad una persona davvero poco conosciuta ai tanti, ma che a metà del sec. XIX era considerata addirittura il più grande domatore italiano, seppur famoso principalmente all'estero.

Ci stiamo riferendo alla figura di Upilio Faimali di cui proveremo a raccontarne concisamente la storia, facendo fede a quanto scritto da Paolo Mantegazza in “Upilio Faimali memorie di un domatore di belve” e su quanto indicato nel “Nuovo Dizionario biografico piacentino”.



La copertina de:
"Upilio Faimali, Memorie di un domatore di Belve"
Compilate dall'amico di Famali, Paolo Mantegazza nel 1879.


Upilio nacque a Gropparello, in val Vezzeno, nell’agosto del 1824 da un’umile famiglia e, nemmeno adolescente, decise di emigrare Oltralpe compiendo un lungo viaggio, anche a piedi, di oltre cinquecento chilometri, fino ad arrivare a Colmar nella regione francese dell’Alsazia.

Nella ridente cittadina alsaziana Upilio si fece assumere nel circo di Didier Gautier e dopo poco tempo fu già in grado di esibirsi in spettacoli impressionanti.

In questo circo infatti, iniziò la sua carriera da funambolo con i cavalli ed imparò inoltre ad ammaestrare una scimmia, alla quale faceva cavalcare pantere, e altri felini feroci.

Le cronache ricordano successivamente che a Varsavia il Faimali presentò per la prima volta il numero della scimmia che, indossando una divisa da militare, piroettava sulla schiena di un cane ottenendo numerosi applausi.

La carriera del domatore piacentino fu da subito un gran successo soprattutto per le tecniche di ammaestramento da lui utilizzate per la doma degli animali feroci quali: pantere, iene, lupi, etc.; egli infieriva alle bestie dei potentissimi schiaffi, anziché adottare l’uso classico di fruste e forconi, acquistando in poco tempo davvero tantissima popolarità.


Un'immagine di Upilio Faimali tratta da:
"Upilio Faimali, Memorie di un domatore di Belve"
di Paolo Mantegazza.


Così scriveva di lui Paolo Mantegazza:

“Il domatore di fiere non è un uomo volgare, e basti vedere quanto ne siano rari tipi perfetti, e come talune province (Piacenza) sembrano serbarsene il privilegio e trasmetterne le virtù di padre in figlio. A fare un distinto domatore non basta il coraggio, non basta la forza, non l'agilità; ci vuole un'armonia perfetta di molte e singolari virtù”.

La storia del Faimali fu anche segnata da eventi poco fausti, soprattutto sul finire dell’Ottocento quando, acquisite in dote tutte le fiere dal rinomato circo Bidel (sposò difatti la vedova di L. Bidel), vide per ben tre volte morire l’intero serraglio a causa dell’antracite che causò delle irrimediabili infezioni.

Egli non demorse e decise di recarsi personalmente in nord Africa per recuperare nuovi animali coadiuvato da altri uomini. In oltre duecento giorni di permanenza, riuscirono a catturare quasi trenta felini che portarono via mare in Europa. 

Upilio (anche Opilio) Faimali riprese così un’intensa attività circense concentrata soprattutto in Francia ed in Germania creando nuovi shows; il successo di quel momento fu la rievocazione della caccia in Africa.

Egli entrava in una grande gabbia vestito da arabo e iniziava a lottare con le belve sempre con l’ausilio dei suoi forti ceffoni; una messinscena che provocava forti emozioni al pubblico e che riempiva i titoli dei giornali con in primo piano le foto del Faimali con la testa dentro le fauci di un leone.

Egli si guadagnò il soprannome di “re dei giaguari” per il coraggio e la celebrità conquistata durante i suoi spettacoli che gli causavano però, nel corso del tempo, mutilazioni, ferite e in più occasioni mise a repentaglio la vita.

All'età di cinquant'anni decise, soprattutto su pressioni della moglie di quel momento, di cedere l’intero serraglio e ritirarsi in terra piacentina a Pontenure, paese natale della consorto Albertina Parenti.


Egli morì a Pontenure nel 1894.







Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.

venerdì 26 maggio 2017

C'era una volta a Piacenza... Un elefante in mostra a Piacenza

a cura di
Claudio Gallini





In un post pubblicato tempo fa sul gruppo Facebook di Ripensando Piacenza, un'amica ci chiedeva  se in epoca moderna fosse transitato a Piacenza un elefante, perché letto in un libro in suo possesso; ho immediatamente aperto il cassetto dei ricordi in merito ad un racconto che lessi nelle prime pagine dell’ultimo volume delle “Memorie Storiche della città di Piacenza”, compilato da Cristoforo Poggiali.



Stemma del comune di Gossolengo (fonte: Wikipedia)


Riportiamo di seguito quanto scritto dall’annalista piacentino:

"Toccò nel gennaio corrente (1655 Nda) ai nostri concittadini il piacere nelle italiane contrade assai raro di veder, contemplare coi propri loro occhi un elefante, che fu condotto in Piacenza da certi todeschi, i quali, mediante una discreta mancia, lo mostravan al popolo sotto alle Volte delle piazza, là dove facevasi il Corpo di Guardia delli Soldati".

poi aggiunse:

"Assai caro nondimeno tal piacere costò a certo giovane, il quale, avendo mostrato per burla di dare un pomo al detto animale e poi avendoglielo negato, fu ragione, che esso animale sdegnatosi, con il naso, a tromba lo gettò in aria, e caduto per terra lo calpestò con i piedi, in maniera che non si poté aiutare per la qual cascata il giovane morì; fu sepolto in Sant'Ilario".

e concluse:

"Ed ecco una nuova conferma dell’antico proverbio, che insegna, essere un’imprudenza somma, e una cosa di pericol sempre piena l’addomesticarsi e trescare con chi ha forze maggiori di noi".

Quella dei pachiderma che passano a Piacenza dev'essere davvero un’abitudine poiché secondo una leggenda molto antica, Annibale, che sappiamo essere transitato giusto per una battaglia dalle nostri parti dotato di questi grossi animali, lasciò in cura alle genti di Gossolengo un elefante sfregiato durante gli scontri sul Trebbia. 



Ancora oggi, per tale ragione, lo stemma del comune di Gossolengo raffigura proprio un elefante, in memoria di questo leggendario racconto.

Fonte Immagine: https://www.eurogiochisrl.it
Un simpatico utente del gruppo Facebook ha addirittura proposto di posizionarne uno gonfiabile nel bel mezzo di Piazza Cavalli, cosa ne pensate?









Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.










Che nessuno tocchi l'insegna storica del cinema IRIS!


Domenica 28 maggio, il Cinema Iris di Piacenza cesserà definitivamente la sua attività.
Per la nostra città sarà l'ennesima perdita di un'attività commerciale storica, l'ennesimo "pugno allo stomaco" al nostro già sofferente centro storico.
Personalmente, dato che già è successo in passato con altre attività storiche della città. mi auguro che la vecchia insegna IRIS non venga rimossa.
Massimo Mazzoni



foto dell'Archivio Leonardi - tratta dalla pubblicazione "Prossimamente su Questo schermo" i Gian Carlo Andreoli

venerdì 19 maggio 2017

C'era una volta a Piacenza... la prima caccia al tesoro motorizzata a Piacenza

A cura di 
Claudio Gallini


Dai “Quadernucci” di Giulio Cattivelli, oggi vorrei raccontarvi quella che è stata battezzata come la prima “Caccia al tesoro” a Piacenza, per lo meno motorizzata.

Secondo il mitico “Cat” la prima caccia al tesoro motorizzata piacentina ufficiale si tenne difatti nel maggio del 1954 e fu organizzata dall’ACI cittadina.
(Fonte immagine: http://www.loisirsmotorsport.fr)

La competizione, che prese avvio oltre sessant'anni fa, era divisa in due parti.

La prima era ovviamente da compiersi con l’automobile, un po’ per le distanze, un po’ per lo spirito dell’organizzazione e consisteva nell'identificazione di otto luoghi sparsi lungo la fascia pedemontana, che da Castell’Arquato giunge sino a Campremoldo, attraverso semplici indovinelli; la seconda, la più goliardica a parer mio, constava in alcuni rompicapo un po’ più difficili ma molto originali tra cui la conta di tutti i paracarri apposti lungo lo Stradone Farnese.

Tra gli indovinelli della prima parte Cattivelli ricordava il rebus relativo a Pigazzano, infatti scriveva:

“[…] bisognava infatti prendere un pino, dividerlo in due e inserirvi un volatile reso celebre da Rossini (gazza)”.

Egli riportava che alcune squadre, probabilmente poco pratiche di Piacenza e provincia o forse poco ferrate in musica, finirono addirittura a Piozzano tra lo stupore degli agricoltori e le imprecazioni dei ciclisti rimasti impolverati dal via vai di rimbombanti automobili che sfrecciavano sulle strade non asfaltate di allora.

I partecipanti al gioco sfioravano il centinaio di squadre e di questi solo la metà furono ammessi alla seconda parte dedicata a quiz un po’ più animati.

Da dieci rompicapi si dovevano ricavare dieci numeri la cui somma avrebbe restituito un numero telefonico.

Ricordiamo i lettori che al tempo non si doveva comporre lo "0523".

Tra i tanti indovinelli elencati ricordiamo:

“Cosa fa lieta al toto e trista a tavola?”

Avete indovinato? Il numero 13 naturalmente!


(Fonte immagine: http://www.verbacreative.com)


Un altro rompicapo chiedeva quante ossa ci sono in una mano! I concorrenti interpellarono medici di ogni sorta ed ognuno aveva una risposta discordante con l’altra causando un generale sconforto e sfiducia in questa competizione; ma le sorprese non mancarono fino alla fine della gara!

Il colpo finale fu quello di contare, come già anticipato, tutti i paracarri dello Stradone Farnese:

“Fissi e fessi, a destra e manca a contarli ci si stanca”, recitava lo scritto sul foglio consegnato ai concorrenti.

Dobbiamo immaginarci una colonna d’auto che partiva dal “Dolmen” sino a Piazzale Libertà.


Alcuni esemplari delle centinaia di paracarri presenti sullo Stradone Farnese a Piacenza
(Foto di Claudio Gallini)

I partecipanti non avevano ben chiaro se dovevano includere nella conta anche quelli spezzati o addirittura quelli rasi al suolo.

Sta di fatto che questa colonna procedeva a passo d’uomo con lo stupore generale dei passanti che vedevano sbucare dai finestrini queste strane figure attente a contare con il dito indice i paracarri.

Qualcuno iniziò a far dei calcoli e tentò di chiamare numeri a caso, altri provarono a chiamare il centralino dell’ACI per farsi dare la risposta esatta ma non tornavano i conti e furono pertanto squalificati.

Tra una risata e l’altra terminò così la prima caccia al tesoro piacentina il cui equipaggio vincitore era formato da:

Luigi Pellecchi, Umberto Moizo, Melchiorre Dadati, e Franco Conti alla guida di una FIAT 1100.

Sarebbe bello ritrovare qualcuno di questi partecipanti e farci raccontare le loro emozioni.  

Ma a proposito... Voi sapete quanti paracarri sono collocati sullo Stradone Farnese?






Claudio Gallini è perito industriale e appassionato studioso di storia locale e di dialetti, soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonti d'ispirazione per le sue ricerche.