#RipensandoPiacenza
https://www.facebook.com/groups/ripensandopiacenza
Voglio iniziare questo 2014. con un sentito ringraziamento verso il
nostro Sindaco "buono" e "triste" e verso i nostri amministratori
comunali. Grazie a voi, anche per l'ultima notte dell'anno, si è deciso
di rendere la nostra "Piazza" il luogo più triste e desolato d'Italia.
In un periodo di crisi economica come quello attuale dove, ogni città ha
allestito qualche evento in base alle ristrettezze pecuniarie
del momento. il Comune di Piacenza, per discostarsi dalle altre realtà
italiane, ha deciso di non fare un bel niente col risultato finale, di
ottenere (come sempre!) una piazza e un centro, triste, buio e
desolato.
Voi penserete: "Sai che novità!", "ci sono ben altri
problemi a cui pensare", etc... Io, allora, potrei ribattere così: Fra
un anno, ci sarà l'Expo2015 a Milano;
I nostri politici, continuano a
farneticare che, l'esposizione milanese, sarà un evento irripetibile
per il territorio piacentino. Io, invece, penso che saremo assolutamente
impreparati a ricevere indirettamente un evento di tale portata.
Piacenza, nonostante presentasse criticità e situazioni assolutamente
migliorabili, era addirittura molto più avanti e ambiziosa nelle sue
scelte alcuni anni fa rispetto ad oggi .
Mai, dal dopoguerra ad
oggi, la città è stata così ferma e abbandonata a se stessa. Sfido,
chiunque mi ribatterà, a dinostrarmi il contrario. Non amo politicizzare
le discussioni e, vi pregherei, di rispondere cercando di restare al di
fuori delle posizioni partitiche a cui apartenete.
Ad esempio, ad
onor del vero, non mi sta piacendo affatto il comportamento
dell'opposizione che, a logica, dovrebbe cercare di correggere e
contestare le scelte non condivise fatte dalla giunta. Invece, ci si
arena solo in discussioni banali fra le parti e non si affrontano temi
che possano far crescere realmente Piacenza. Chiariamoci subito: non
intendo importante la questione dell'ultimo dell'anno ma, a livello di
promozione territoriale, lasciando di notte un centro storico deserto,
buio e abbandonaro a se stesso, che pubblicità vogliamo dare allo
stesso?
Ogni realtà italiana, in base alle proprie possibilità
economiche, ha creato eventi che potessero aggregare i cittadini e i
possibili turisti.
Perchè, Piacenza deve SEMPRE distinguersi negativamente?
Massimo Mazzoni
mercoledì 1 gennaio 2014
martedì 24 dicembre 2013
La statua di sant’Antonino a Piacenza
Da
oltre dieci anni ruota incessantemente in fondo al Pubblico Passeggio
a Piacenza, proprio dove oggi una rotonda le fa da cornice; non ci
stiamo riferendo a una trottola o a una giostra come a qualcuno piace
paragonarla, ma alla statua simbolo della cristianità piacentina, il
simulacro dedicato al nostro Santo, e donato ai piacentini da
benefattori.
Ebbene
sì, un complicato congegno elettromeccanico permette alla statua di
sant’Antonino di ruotare di ben novanta gradi ogni ora, e
proteggere così tutte le parti della nostra città, come in un rito
apotropaico di tutto rispetto.
Le
vicende legate a questo emblema sono tantissime e ricche di dettagli,
ma in questa sede saranno trattate sinteticamente con il solo scopo
di fissare alcuni dati importanti e condividere alcune peculiarità
circa quest’opera straordinaria.
L’idea
di donare una statua con l’effige di sant’Antonino a Piacenza
nacque dall’unione di numerosi Club legati al territorio e con il
sostegno inoltre delle amministrazioni locali, Diocesi e Fondazioni.
L’opera
fu progettata dal Maestro piacentino Sergio Brizzolesi che dopo aver
realizzato il bozzetto con la visione di un giovane soldato del
cristianesimo che regge con una mano lo stendardo cittadino e con
l’altra una croce, stupì i presenti che promossero questa
concezione innovativa di sant’Antonino.
Allo
stesso tempo però, si avviò un meccanismo poco felice, soprattutto
tra i cittadini che puntarono il dito verso questa realizzazione, sia
per i costi e soprattutto per la sistemazione della stessa.
La
discussione sulla posizione fu accesissima, tanto che si pensò di
aprire un referendum sul giornale locale e le proposte dibattute
furono in elenco: p.zza Sant’Antonino, presso la stazione
ferroviaria, a barriera Torino, nella piazzetta di Santa Maria in
Cortina, accanto al cavallo di Cassinari in piazzetta Tempio oltre
che all’attuale e definitiva posizione che sbaragliò tutte le
altre.
Purtroppo
il progetto stava quasi per arenarsi a causa dei continui dissensi
dei cittadini che toglievano entusiasmo ai promotori finché un bel
giorno arrivò da oltre oceano la proposta di un individuo che voleva
accollarsi tutte le spese di fusione, progetto e realizzazione.
Si
trattava di Piero Mussi un piacentino emigrato negli anni ’70 in
California e oggi importante punto di riferimento negli U.S.A. nel
settore delle fusioni artistiche.
Una
volta realizzata, l’opera fu imbarcata e attraverso il canale di
Panama s’indirizzò verso il mar Mediterraneo seguendo forse rotte
colombiane fino al porto di Genova.
Da
quel 10 novembre 2001 il crocevia, Corso Vittorio Emanuele - via
Genova, ha perso quella banalità che non lo distingueva da nessun
altro quadrivio cittadino, da allora è un punto di riferimento e
attrazione per cittadini e turisti.
Invito,
soprattutto i dissidenti, quelli che non hanno mai apprezzato questo
cantone di storia recente della nostra città, ad avvicinarsi e
osservare ogni dettaglio, non solo della statua ma anche del
basamento.
articolo di: Claudio
Gallini
Alcuni
siti consigliati:
Sergio
Brizzolesi: http://www.sergiobrizzolesi.net
Artworks
Foundry (Piero Mussi): http://www.artworksfoundry.com
![]() |
Didascalia Foto: la statua è posta a verifiche statico-dinamiche prima della posa definitiva.
Fonte Foto: (D. PONZINI, Antonino di Piacenza, TIP.LE.CO., 2001) |
martedì 26 novembre 2013
Ernesto Gelati venditore piacentino, dei tempi passati, di merce ...stagionale!
Il collage di memorie firmato da Lino Gallarati è davvero ricco di personalità piacentine che come abbiamo detto per il “Lòlu”, in un mio precedente pezzo, non andrebbero mai dimenticate.Una figura poliedrica del commercio locale, che si vuole descrivere invece ora, è quella di Ernesto Gelati, un venditore ambulante che esercitò la sua professione per tanti anni in Piemonte ma che a Piacenza, ormai decano del mestiere, aveva portato al culmine attorno agli anni cinquanta. Turinu, così era anche appellato per la sua lunga permanenza in terra sabauda, era organizzato in base alle stagioni e proponeva i suoi prodotti seguendo gli eventi del tempo. C’era il periodo dei limoni, poi la stagione dei fiammiferi, ed era facile trovarlo in piazza dei Cavalli con la sua cassettina, mentre in novembre si attrezzava efficacemente con dei barattoli pieni di crisantemi da offrire ai propri clienti. Trascorso il periodo di Santi e Morti, era invece semplice incontrarlo vicino alla chiesa di San Francesco o in via XX Settembre a vendere Lunari e Solitari che lo stesso Gallarati, tipografo, gli forniva già negli anni seguenti al secondo conflitto mondiale.
In estate invece il nostro Ernesto si cimentava nella vendita delle belle e buone angurie provenienti da San Giorgio al grido di “Taglio, taglio rosso”, oppure con il suo cesto di vimini, ben sistemato sulla bicicletta, pieno di pesci freschi strillando “bei vìv, bei vìv”!
Gelati, piacentino del sasso DOC, nacque nel quartiere di Sant’Agnese e se fosse ancora vivo sarebbe una preziosissima miniera di ricordi della Piacenza popolare di una volta, della Piacenza che nemmeno nei libri si può leggere, perché di rado vengono ricordati questi personaggi quasi folkloristici.
Chi l’ha conosciuto, come lo stesso Gallarati che ne racconta nella sua Antologia di Ricordi, lo descrive come una persona dalla memoria portentosa capace di riesumare tantissimi protagonisti della Piacenza dei tempi andati che ahimè nessun potrà più ricordare.
articolo di: Claudio Gallini
articolo di: Claudio Gallini
In estate invece il nostro Ernesto si cimentava nella vendita delle belle e buone angurie provenienti da San Giorgio al grido di “Taglio, taglio rosso”, oppure con il suo cesto di vimini, ben sistemato sulla bicicletta, pieno di pesci freschi strillando “bei vìv, bei vìv”!
Gelati, piacentino del sasso DOC, nacque nel quartiere di Sant’Agnese e se fosse ancora vivo sarebbe una preziosissima miniera di ricordi della Piacenza popolare di una volta, della Piacenza che nemmeno nei libri si può leggere, perché di rado vengono ricordati questi personaggi quasi folkloristici.
Chi l’ha conosciuto, come lo stesso Gallarati che ne racconta nella sua Antologia di Ricordi, lo descrive come una persona dalla memoria portentosa capace di riesumare tantissimi protagonisti della Piacenza dei tempi andati che ahimè nessun potrà più ricordare.
articolo di: Claudio Gallini
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articolo di: Claudio Gallini
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lunedì 18 novembre 2013
Ma chi non ha mai letto il “Libro del Moroni”?
A
chi non è mai capitato di sentirsi dire da un piacentino D.O.C. la
tipica frase: “Te studiä in sal libar dal Muròn”?
Ebbene
vi devo confessare che nelle mie ultime ricerche su oratori e chiese
della provincia, mi è davvero capitato di prendere in mano uno dei
tanti volumi scritti da Gaetano Moroni in tema di storia della
Chiesa.
Anche
Guido Tammi, nel suo prezioso vocabolario “Piacentino-Italiano”,
edito dalla Banca di Piacenza, conferma, e nello stesso tempo
smentisce, che il famoso “Libar dal Muron” tante volte citato dai
nostri concittadini più anziani, potrebbe riferirsi al Dizionario
di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri
giorni.
L’opera
si compone di centotre volumi, più altri sei volumi d’indici,
scritti tra il 1840 e il 1861 dal cav. Gaetano Moroni che, oltre a
esser stato uno dei più importanti bibliofili italiani, fu
oltretutto il maggiordomo personale dei pontefici Pio IX e Gregorio
XVI.
Il
Tammi ci riporta altresì anche la possibile associazione della
frase, utilizzata spesso e volentieri come uno sberleffo, con
l’autore di un libro di medicina, tale Sebastiano Moroni vissuto
nel XVI secolo.
La
derisione che avanza questa frase piacentina è ancora più ampia in
questo caso enfatizzato così: “l’ha studiä al libar da Muròn,
pö al studia, pö al dveinta cuiòn” come a dire di una persona
che si vanta di una grande dottrina ma altresì che alla fine non ha
capito nulla di quello che ha letto.
In
conclusione mi sento di appoggiare la tesi che il Muròn,
cui si riferisce il nostro proverbio, è assolutamente legato alla
raccolta dell’erudito Gaetano Moroni, testi fondamentali per lo
studio della nostra Chiesa.
articolo di: Claudio
Gallini
lunedì 11 novembre 2013
Chi era costui? Carlo Uttini, il cugino di Giuseppe Verdi e grande pedagogista italiano.
Ogni
città, come la nostra Piacenza, nasconde dei piccoli particolari che
spesso sono ignorati; un dettaglio inosservato, ma dal grande
significato storico e culturale, è un piccolo e anonimo busto posto
in una rientranza di via San Giuliano, poco prima di sfociare in via
Romagnosi.
Questa
scultura, a mio parere poco curata e valorizzata, delinea i tratti di
una figura dalla duplice valenza per la nostra città poiché Carlo
Uttini è stato, oltre che un grande pedagogista italiano, anche il
cugino del maestro Giuseppe Verdi.
L’iscrizione
apposta vicino al busto recita così: "A
tramandare ai posteri onorata memoria del sapiente educatore canonico
don Carlo Uttini per oltre cinquant’anni propugnatore indefesso
della cristiana nazionale pedagogia, gli amici e ammiratori".
Nato a Saliceto il 3 maggio 1822, morto in questo istituto il 3 aprile 1902.
Nato a Saliceto il 3 maggio 1822, morto in questo istituto il 3 aprile 1902.
La
storia di questa figura ci racconta che Carlo Uttini nacque a
Saliceto di Cadeo; egli fu insegnante di lettere ma soprattutto di
pedagogia oltre che rettore del collegio femminile di Sant’Agostino.
Le sue
nuove teorie pedagogiche le poté però mettere in pratica solo nel
1867 quando aprì a Piacenza, proprio lì dove è posto oggi il
busto, il “Giardino d’Infanzia” e dalle sue parole comprendiamo
il significato di questa sua istituzione:
“Che
cosa è cotesto Giardino d’infanzia? dimandano molti. E forse
taluno risponde: E’ un nome inventato per attrarre: a somiglianza
delle figure smaglianti di certe botteghe […] No, il nostro
Giardino d’infanzia non è nulla di questo, […] Il nostro
Giardino non è asilo, e ricovero di bambini dalla carità cittadina
aperto per educare i figli abbandonati dal povero…” (C. UTTINI,
Il giardino d’infanzia, Piacenza, 1871.
![]() |
| "Il GIARDINO D'INFANZA", Piacenza, 1871. - di C. UTTINI |
Tra i
suoi scritti più importanti ricordiamo inoltre “Educhiamo!” del
1874, “Nuova compendia di pedagogia e didattica” del 1884, “L'era
nuova dell'educazione in Italia” del 1851, “I primi sei anni di
vita” del 1880 e tanti altri che hanno dato le basi della moderna
scuola di pedagogia italiana.
Piacenza
gli ha dedicato solo una strada che da via Pietro Cella si congiunge
alla strada Malchioda, ma nel resto d’Italia, soprattutto nel
settore pedagogico è tuttora un’istituzione tanto da far parte
degli “Annali di storia dell’educazione e delle Istituzioni
scolastiche”.
La
figura di Carlo Uttini si meriterebbe davvero più luce e non di
rimanere soltanto una scultura annerita e deteriorata oltre che
trascurata.
L’appartenenza
alla famiglia di Luigia Uttini, madre di Giuseppe Verdi,
rappresenterebbe un forte appiglio anche per far leva sulla
piacentinità del Maestro, che tutto il mondo vede appartenere però
pienamente alla città di Parma.
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| Busto di Carlo Uttini a Piacenza foto di: © Claudio Gallini |
articolo di: Claudio
Gallini
martedì 5 novembre 2013
Piacenza una città dai grandi e piccoli particolari. Piazzetta Tempio, i Templari e la famiglia nobile Marliani.
Lo
spunto per questo breve articolo, l’ho avuto da un’utente del
nostro gruppo Facebook Ripensando Piacenza
(https://www.facebook.com/groups/ripensandopiacenza/)
che chiedeva notizie in merito all’effige di un piccolo leone
scolpita su un muro di un palazzo posto in piazzetta Tempio
all’angolo con via San Giovanni.
![]() |
| il Blasone della Famiglia Marliani - fonte: Torelli p. 78 |
L’edificio
in questione, dalla facciata molto ornata, è per gli appassionati di
storia e architettura locale, il cosiddetto palazzo Marliani, o più
precisamente Marliani-Anguissola, posto al n° 56 della già
menzionata piazzetta.
Per i
piacentini è più facile ricordare che in questa piazza è posta
l’opera di Bruno Cassinari denominata “Cavallo scodato con
cavaliere” e donata dall’artista alla nostra città nel 1985 o
ancora meglio nominare il vicino palazzo settecentesco della
Prefettura appartenuto ai nobili Scotti di Vigoleno.
Se
invece si vuole approfondire la storia di quest’antico largo,
dobbiamo partire dal suo nome che non lascia niente al caso, poiché
proprio dove oggi troneggia l’opera del Cassinari, i monaci
cavalieri dell’ordine dei Templari costruirono, attorno al XII
secolo, il loro centro di culto.
Con
alterne vicende che portarono il tempio a essere distrutto e
ricostruito per diverse volte, durante la seconda guerra mondiale fu
completamente raso al suolo e oggi rimane solo il toponimo di via e
Piazzetta Tempio a ricordarci che Piacenza fu un punto strategico per
i pellegrini diretti in Terra Santa.
Ma
tornando al simbolo scolpito sul palazzo Marliani, non possiamo che
ricondurre quel leone al blasone della nobile famiglia di origini
milanesi e stabilitasi a Piacenza nella seconda metà del XV secolo.
![]() |
| il Blasone dei Marliani, scolpito sulla facciata di Palazzo Marliani-Anguissola - © Claudio Gallini |
Il
proprietario di quel bel palazzo, ancora oggi apprezzabile al n° 56
di piazzetta Tempio come si scriveva all'attacco di questo pezzo, fu
un tale Giovanni Marliani che oltretutto acquistò terreni nei pressi
di Pittolo dove ancora oggi esiste la località “La Marliana”.
Questa
famiglia diede a Piacenza vescovi, arcipreti, giuristi, dottori e
giudici; i Marliani giunsero a Piacenza già nobili conquistando, per
la loro particolare agiatezza, l’appartenenza ai collegi più
importanti della città seppur la loro discendenza si estinse attorno
al 1700.
Claudio Gallini
Claudio Gallini
![]() |
| Palazzo Marliani Anguissola - © Claudio Gallini |
martedì 24 settembre 2013
Quando Piacenza era imitata in Europa...
Quarant'anni fa, quando le banche non erano ancora diventate semplici strumenti in mano a potenti politici o finanziari, ma esercitavano la loro vera attività di mercato. Nell'europa, che ancora si avviava verso speranze crollate poi nella crisi degli ultimi anni; alcuni illuminati banchieri, decisero di dare vita a una forma nuova di collaborazione internazionale che avrebbe dovuto facilitare e accelerare le diverse transazioni fra i loro istituti. Fu così, che agli albori degli anni 70, il "Banco di Roma" per l'Italia, la "Commerzbank" per la Germania e il "Credit Lyonnais" per la Francia, avviarono accordi di cooperazione che, fra l'altro, oltre all'indubbio successo dell'iniziativa, valse alle tre banche il prestigioso premio della Comunita Europea "Carlo Magno". Oggi, purtroppo, il "Banco di Roma" non esiste più, vittima di sporche mene politiche e finanziarie (di cui il pregiudicato Geronzi è stato uno degli ultimi attori) e le banche, in gran parte, soprattutto le maggiori, hanno confinato la loro capacità e intelligenza operativa, se tutto va bene, nei servizi Bancomat...
Un ricordo della positiva esperienza vissuta negli anni passati, si può tuttavia trovare, fra le altre testimonianze di rilievo, fra le pagine della rendicontazione di bilancio del 1972 del "Credit Lyonnais" di Parigi, il quale, per illustrare i risultati delle attività di collaborazione tra le banche, pensò di raffigurare in un unico "Palazzo ideale", tre immagini reali di altrettanti sedi delle banche stesse. E, per quanto concerneva l'Italia, fu scelta proprio la fotografia del palazzo ove aveva sede
la filiale di Piacenza del "Banco di Roma", l'antica casa della associazione dei Notai piacentini, il cui simbolo figura tuttora sul palazzo sito in Piazza Cavalli (due mani che si stringono a simboleggiare la fiducia reciproca nei patti sottoscritti), successivamente il Palazzo piacentino, fu sede anche della "Banca Popolare Piacentina". Questa costruzione, ebbe così la ventura di rappresentare il nostro paese un po' in tutto il mondo (anche se furono pochi coloro che se ne resero davvero conto).
Un ricordo della positiva esperienza vissuta negli anni passati, si può tuttavia trovare, fra le altre testimonianze di rilievo, fra le pagine della rendicontazione di bilancio del 1972 del "Credit Lyonnais" di Parigi, il quale, per illustrare i risultati delle attività di collaborazione tra le banche, pensò di raffigurare in un unico "Palazzo ideale", tre immagini reali di altrettanti sedi delle banche stesse. E, per quanto concerneva l'Italia, fu scelta proprio la fotografia del palazzo ove aveva sede
la filiale di Piacenza del "Banco di Roma", l'antica casa della associazione dei Notai piacentini, il cui simbolo figura tuttora sul palazzo sito in Piazza Cavalli (due mani che si stringono a simboleggiare la fiducia reciproca nei patti sottoscritti), successivamente il Palazzo piacentino, fu sede anche della "Banca Popolare Piacentina". Questa costruzione, ebbe così la ventura di rappresentare il nostro paese un po' in tutto il mondo (anche se furono pochi coloro che se ne resero davvero conto).
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| Sede del Credit Lyonnais a Parigi |
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| Sede del Banco di Roma a Piacenza |
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| Simbolo dell'associazione dei Notai, posto sulla sede dell'ex "Banco di Roma" in Piazza Cavalli |
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| Simbolo della città di Piacenza, posto sulla sede dell'ex "Banco di Roma" in Piazza Cavalli |
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