venerdì 19 maggio 2017

C'era una volta a Piacenza... la prima caccia al tesoro motorizzata a Piacenza

A cura di 
Claudio Gallini


Dai “Quadernucci” di Giulio Cattivelli, oggi vorrei raccontarvi quella che è stata battezzata come la prima “Caccia al tesoro” a Piacenza, per lo meno motorizzata.

Secondo il mitico “Cat” la prima caccia al tesoro motorizzata piacentina ufficiale si tenne difatti nel maggio del 1954 e fu organizzata dall’ACI cittadina.
(Fonte immagine: http://www.loisirsmotorsport.fr)

La competizione, che prese avvio oltre sessant'anni fa, era divisa in due parti.

La prima era ovviamente da compiersi con l’automobile, un po’ per le distanze, un po’ per lo spirito dell’organizzazione e consisteva nell'identificazione di otto luoghi sparsi lungo la fascia pedemontana, che da Castell’Arquato giunge sino a Campremoldo, attraverso semplici indovinelli; la seconda, la più goliardica a parer mio, constava in alcuni rompicapo un po’ più difficili ma molto originali tra cui la conta di tutti i paracarri apposti lungo lo Stradone Farnese.

Tra gli indovinelli della prima parte Cattivelli ricordava il rebus relativo a Pigazzano, infatti scriveva:

“[…] bisognava infatti prendere un pino, dividerlo in due e inserirvi un volatile reso celebre da Rossini (gazza)”.

Egli riportava che alcune squadre, probabilmente poco pratiche di Piacenza e provincia o forse poco ferrate in musica, finirono addirittura a Piozzano tra lo stupore degli agricoltori e le imprecazioni dei ciclisti rimasti impolverati dal via vai di rimbombanti automobili che sfrecciavano sulle strade non asfaltate di allora.

I partecipanti al gioco sfioravano il centinaio di squadre e di questi solo la metà furono ammessi alla seconda parte dedicata a quiz un po’ più animati.

Da dieci rompicapi si dovevano ricavare dieci numeri la cui somma avrebbe restituito un numero telefonico.

Ricordiamo i lettori che al tempo non si doveva comporre lo "0523".

Tra i tanti indovinelli elencati ricordiamo:

“Cosa fa lieta al toto e trista a tavola?”

Avete indovinato? Il numero 13 naturalmente!


(Fonte immagine: http://www.verbacreative.com)


Un altro rompicapo chiedeva quante ossa ci sono in una mano! I concorrenti interpellarono medici di ogni sorta ed ognuno aveva una risposta discordante con l’altra causando un generale sconforto e sfiducia in questa competizione; ma le sorprese non mancarono fino alla fine della gara!

Il colpo finale fu quello di contare, come già anticipato, tutti i paracarri dello Stradone Farnese:

“Fissi e fessi, a destra e manca a contarli ci si stanca”, recitava lo scritto sul foglio consegnato ai concorrenti.

Dobbiamo immaginarci una colonna d’auto che partiva dal “Dolmen” sino a Piazzale Libertà.


Alcuni esemplari delle centinaia di paracarri presenti sullo Stradone Farnese a Piacenza
(Foto di Claudio Gallini)

I partecipanti non avevano ben chiaro se dovevano includere nella conta anche quelli spezzati o addirittura quelli rasi al suolo.

Sta di fatto che questa colonna procedeva a passo d’uomo con lo stupore generale dei passanti che vedevano sbucare dai finestrini queste strane figure attente a contare con il dito indice i paracarri.

Qualcuno iniziò a far dei calcoli e tentò di chiamare numeri a caso, altri provarono a chiamare il centralino dell’ACI per farsi dare la risposta esatta ma non tornavano i conti e furono pertanto squalificati.

Tra una risata e l’altra terminò così la prima caccia al tesoro piacentina il cui equipaggio vincitore era formato da:

Luigi Pellecchi, Umberto Moizo, Melchiorre Dadati, e Franco Conti alla guida di una FIAT 1100.

Sarebbe bello ritrovare qualcuno di questi partecipanti e farci raccontare le loro emozioni.  

Ma a proposito... Voi sapete quanti paracarri sono collocati sullo Stradone Farnese?









Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. Ha pubblicato diversi volumi e scrive oltre che sul blog Ripensando Piacenza anche per il quaderno di cultura locale, “L'Urtiga”.




venerdì 12 maggio 2017

S'àt dìg... scurnüssla

A cura di
Claudio Gallini



Un'antica filastrocca piacentina recita così:

Scurnüssla vé dal bàss, c'at darò pan e grass, c'at darò la ricuttèina, par la sìra e la mattèina.

che tradotta sarebbe:

"Lucciola scendi in basso, ti darò pane e lardo, ti darò la ricottina per la sera e la mattina".

In questa puntata tratteremo per l'appunto di lucciole, quei piccoli insetti che nel buio delle notti d'estate volteggiano, soprattutto vicino ai prati, con la caratteristica lucina che splende con moto alternativo.

In foto un esemplare di lucciola
(fonte immagine: www.lastampa.it)
La lucciola a Piacenza è chiamata appunto, scurnüssla.

Nel Vocabolario piacentino - italiano edito dalla Banca di Piacenza, mons. Tammi ci spiega molto chiaramente l'etimologia di questo lemma dialettale che deriverebbe dal latino culilùcida, ossia, "sedere lucente".

E' un termine dialettale molto originale e caratteristico della nostra città e di alcune zone limitrofe, come confermato dalla consultazione di alcuni atlanti linguistici.

Difatti intervistando un parmigiano, la chiamerà: lùzza, un cremonese: lüzentèn, a Milano: zirö, a Genova addirittura: ciabéla.

Il Vocabolario Piacentino - Italiano edito dalla Banca di Piacenza, ci riporta anche la variante: lüzarein. 

In alta val Nure è denominata, a titolo di curiosità, invece: lümèn, ma anche cõnchèn nella forma più arcaica.



Un simpatico disegno che illustra una "scurnüssla".
(fonte immagine: http://www.logomore.net).


Nel piacentino antico il Foresti ci conferma la voce: scôrnuzla, praticamente identica a quella odierna.
(NB: quella "ô" va letta come l'ou francese come four, forno).

Chiudo il mio brevissimo intervento con una piccola raccomandazione, invitando tutti voi a non prendere mai lucciole per lanterne… 





Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. Ha pubblicato diversi volumi e scrive oltre che sul blog "Ripensando Piacenza" anche per il quaderno di cultura locale, “L'Urtiga”.

domenica 7 maggio 2017

Personalità piacentine... Mario Morisi piacentino benemerito 2016, da Groppallo di Farini (PC) a Dole in Francia

A cura di
Claudio Gallini





E’ ormai cosa risaputa che il comprensorio di Groppallo, nel comune di Farini in provincia di Piacenza, è terra fertile non soltanto per la coltivazione di pregiati cereali e tuberi di magnificata considerazione, ma altresì può celebrare di aver dato radici e natali a personalità conosciute in tutto il mondo nel settore della cultura, delle arti, della cucina, e possiamo proseguire ab libitum



Tra queste figure del presente, vogliamo trattare in questa sede dello scrittore e giornalista italo francese Mario Morisi, già premiato piacentino benemerito nel 2016.


Mario Morisi in uno scatto di © Martin Gore

Chi è abbastanza pratico di queste zone ma non conosce nel profondo il mitico Morisi, avrà già prontamente associato il suo cognome allo splendido villaggio di Groppazzolo di Groppallo; difatti le radici di Mario Absentès (da Assente), con questo pseudonimo e molti altri firma spesso i suoi lavori, affondano proprio in quel borgo fiabesco che in epoche medievali era un dipartimento a sé con tanto di castello, oggi ahimè scomparso, una propria chiesa dotata di campanile, fortunatamente ancora in piedi, dove “Chi ‘d Muröra” (un tipico soprannome del posto) rappresentano e identificano la sua discendenza.


Di seguito si vuole dare una sintetica biografia di questa grande persona che, nonostante abiti e lavori in Francia, dove ha maturato un’apprezzabile notorietà, non dimentica mai di ispirarsi e citare le fondamenta della sua famiglia d’origine, dando lustro ai nostri luoghi piacentini e all’Italia.

Mario Morisi è nato il 1° gennaio 1951 a Neuilly-sur-Seine giusto poco meno di venti minuti dalla Tour Eiffel, a nord-ovest di Parigi, da Giovanni, capocantiere nel settore dell’isolamento termico emigrato in Francia dalla Valnure in tenera età, e da Janine, “una francesina allevata in mezzo a tante amiche italiane”, proprio come ce la rappresentò Mario sul suo sito (www.mariomoris.eu).

Egli trascorse i primi sette anni della sua vita viaggiando per la Francia in lungo e in largo con suo padre: da Marsiglia a Boulogne, da Dunkerque a Saint-André de l'Eure, passando per Pornichet fino a stabilirsi definitivamente nei pressi di Dole nel dipartimento del Giura nella regione della Franca Contea dove egli si formò.

Mario Morisi è il biografo ufficiale di Roberto Baggio in Francia.
(Foto: Archivio Morisi)
A Dole compì gli studi liceali, frequentò l’Università di Besançon fino a conseguire un master in filosofia presso la Facoltà di Lettere di Besançon, uno degli atenei più antichi d’Europa (1422) con una biblioteca di prim'ordine che supera i 160.000 volumi gelosamente conservati.

Al conseguimento della laurea egli si trasferì in Inghilterra, vicino a Birmingham, presso il “Solihull Sixth Form College” per lavorare come insegnante di francese e due anni dopo in Algeria nel Sahara algerino di El Oued, con la stessa missione.

In entrambi i casi giocò a calcio, anche da semi-professionista; fu una speranza del calcio, fino a giocare nelle selezione scolastica transalpina.

Di ritorno in patria Mario divenne il direttore della “MJC” (Maison des jeunes et de la culture, ossia la “Casa della gioventù e della cultura”); si tratta di strutture autonome distribuite in tutta la Francia che hanno la capacità di raccogliere lo sviluppo di iniziative giovanili, collegandole alla cultura in una prospettiva di educazione popolare, in piena linea con lo spirito del Morisi attuale.

Nel 1986 ebbe inizio la sua ricca produzione letteraria con la pubblicazione dei suo primo libro dal titolo: L'Émirat du tourbillon e Les Baskets d’Euripide che lo fecero apprezzare a livello nazionale.

Contestualmente divenne collaboratore del settimanale francese “L'Événement du jeudi”, uno news-magazine fondato sei mesi prima da Jean-François Kahn, contraddistinto per la sua indipendenza radicale e il suo carattere pungente.

Dal 1986 sino al 1988 lavorò come lettore e correttore di bozza nell’editoria e nella stampa, per poi diventare rewriter e “scrittore ombra”.

In questo periodo lavorò con la grande Arletty, Amanda Lear e Sam Bernett, famoso cronista rock degli anni ’60 ‘70.

Si trasferì poi a Marsiglia, dove fu scelto da Roland Dhordain, nota leggenda radiofonica francese, per guidare la redazione della rivista, “Revue des Caisses d’Epargne” (1989-1993).

In foto troviamo Mario Morisi con Arto Paasilinna, il grande autore finlandese.
(foto di: Joel Saras)
Nel 1990 nacque Laura, la sua unica e adorata figlia avuta, dalla compagna Suzanne.

In seguito creò un mensile gratuito originale a Marsiglia, la cui peculiarità era quella di essere satirico, pungente, indipendente e distribuito solo nei bar e nei luoghi culturali; quando lasciò Marsiglia, lo portò a Besançon, da capo editore, dove usci fino al 2000.

Nel 1996, iniziò a lavorare a un trittico su Roberto Baggio raccogliendo quasi duemila articoli e pezzi sul “Divin Codino”, mito del calcio mondiale.

Aiutato da una borsa "Stendhal", ne usci un romanzo, una “piece teatrale” di cui se n’è parlato in tutto il mondo e una biografia francese on-line.

7 agosto 2016 Mario Morisi riceve il riconoscimento dal titolo: "Piacentino nel Mondo"
presso la sala consigliare del Comune di Ponte dell'Olio (PC).
(Foto: Archivio Morisi).

Dal 2000 scrive gialli di successo, collabora a più testate, e diventa scrittore a tempo pieno, conducendo laboratori perfino nelle carceri. Da allora le sue produzioni sono davvero notevoli: undici componimenti narrativi, due saggi, parecchie novelle e un’opera teatrale musicale dal titolo “Orfeo Baggio”, andata in scena presso il Teatro dell'Opera di Besançon, davanti alle telecamere Rai, ricevendo recensioni da tutto il mondo.

Il suo lavoro è stato riconosciuto anche dall'assegnazione di due “Mission Stendhal” dal Ministero degli Esteri francese e di altrettante borse di studio conferitegli dal Consiglio Regionale della Franca Contea. 

Nel 2013, fu invitato al Louvres da Aurélie Filippetti, l’allora ministro dei Beni culturali, con trenta altri autori di origine straniera.

Giornalista dal 1988, collaborò con diversi giornali francesi, tra i quali Taktik, il primo settimanale gratuito di arte e spettacolo in Francia. Creò un mensile, L’Echo du Zinc, ma dal 2012, divide il suo tempo Francia e Italia. 

E’ rilevante segnalare un saggio in lingua italiana redatto da Morisi e incluso dei primi Quaderni dell’Arcimatto: “Brera, ce l’avevo a casa” scritto in onore di suo padre e del grande giornalista italiano Gianni Brera. “Gianèn da Muröra”, così era appellato suo padre a Groppazzolo, era per Mario un vero punto di riferimento che gli trasmise tante passioni come il “piacere per il sapere” e lo sport ed egli difatti lo iniziò al gioco del calcio raggiungendo notevoli soddisfazioni personali: selezioni regionali e nazionale scolastica under 17, fino a firmare contratti semi-professionistici in Francia e Inghilterra.

Tra l’altro Morisi si è fatto conoscere con “Les Baskets d’Euripide”, primo romanzo per azione, dove gli azionari diventavano protagonisti di una fiaba dai toni boccacciani. 

Fondò la “nouvelle poésie” con Charlie Schlingo, il geniale e solforoso cartoonista francese.

Incontrò Roberto Baggio e divenne il suo biografo in Francia.

Esplorò il grande nord e scrisse un romanzo in omaggio ad Arto Paasilinna, lo scrittore finlandese più famoso nel mondo.

Recentemente, ebbe l’onore di collaborare con Getty Images, la top agenzia vip, per “Kerguelen, peintre soldat”, il suo ultimo romanzo.

Nell’estate del 2016 Morisi è stato onorato del riconoscimento dal titolo: "Piacentino nel Mondo", assieme a Joe Ferdenzi e John Maschi giunti dagli USA che, come Mario, si sono contraddistinti all’estero per competenza e solidarietà.

Da agosto 2016, collabora con il quotidiano bresciano Brescia Oggi sul quale ogni settimana pubblica “Mine vaganti”, un editoriale molto pungente.

Tra le numerose pubblicazioni in lingua francese di Mario Morisi vogliamo ricordarne qualcuna:

L'Émirat du tourbillon, Vertiges du Nord, Paris.

Les Baskets d'Euripide, Vertiges/Carrère, Paris.

Dans la ville aux mille coupoles (récit), Éditions du Zinc, Besançon.

Mort à la Mère, Vauvenargues, Paris.

J’aurais ta peau Saxo, Vauvenargues, Paris.

Achevez Cendrillon, Vauvenargues, Paris.

Castor Paradiso, Tigibus, Besançon.

Le Monde selon Baggio, suivi de la pièce Orféo Baggio: L'Embarcadère, Paris.

Le Poisson d’Absentès, Dmo Dmo, Dole.

Le tragique destin postal de Jeanne Antide Vermot, Musées de Besançon.

Kerguelen, peintre soldat, Baudelaire, Lyon/Paris.

Soldata Sana ou les 1001 vies de Rosa Morisi Jones.

Mentre tra i romanzi in lingua italiana citiamo:

Baggio salva il Brescia (nouvelle à la une), Bresciaoggi, anno 32, n°145.

Brera, c’è l’avevo a casa, in I Quaderni dell'Arcimatto n°1", 2010, Limina, Arezzo.

In questi giorni Mario Morisi si sta battendo al fianco di Jean Luc Mélenchon, il fondatore della “France insoumise”, 19,59% al primo turno delle elezioni presidenziali transalpini per una ecosocialismo di rottura, in una Francia afflitta dalla stagnazione finanziaria, La “France insoumise”, secondo Morisi, è una medicina che servirebbe anche in Italia.

Lasciamo in disparte gli aspetti politici e attendiamo a braccia aperte l’arrivo annuale di Mario Morisi in Italia, agli esordi della prossima estate, per incontrarlo durante i tanti incontri culturali organizzati nella nostra provincia.












Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. Ha pubblicato diversi volumi e scrive oltre che sul blog Ripensando Piacenza anche per il quaderno di cultura locale, “L'Urtiga”.

giovedì 4 maggio 2017

la magia del Guercino a Piacenza, ha finalmente svelato una città per troppo tempo rimasta all'ombra di sè stessa.

La mostra del Guercino a Piacenza, dislocata nelle due prestigiose sedi di Palazzo Farnese e nella Cattedrale cittadina, sta dando a Piacenza un'esposizione mediatica senza dubbio a cui la città emiliana non era abituata.
Dal 4 marzo, data della sua inaugurazione, tutta la cittadinanza ha potuto constatare gli effetti positivi che un evento culturale di questa importanza porta a tutto il territorio. Tante associazioni di cittadini hanno fatto finalmente "squadra", proprio per raggiungere un obiettivo comune, quello di portare in alto Piacenza.
La domanda che mi pongo e, probabilmente non sono l'unico a farsi la medesima questione è: ma terminato questo bellissimo evento, Piacenza tornerà per anni ad essere la bella e semisconosciuta addormentata o trarrà un insegnamento concreto da questo fantastico evento culturale?
Recensioni lusinghiere relative all'evento ma anche alla città ospitante. Da un lato, mi inorgoglisce non poco che la città trovi finalmente il giusto spazio sui siti e sulle riviste nazionali ma, dall'altro, mi fa un po' "paura" pensare al post "Guercino"...

martedì 2 maggio 2017

S’at dig… ragò, regò, ragù

A cura di
Claudio Gallini

Noi piacentini siamo unici anche per alcune espressioni idiomatiche che ci identificano in maniera molto decisa. Quando ascoltiamo frasi del tipo: Cùst l’è un bell ragò, oppure Am so truvä in meṡ d’un ragò, vado dritto al senso di questo breve articolo.

La voce dialettale ragò indica difatti la confusione che puoi trovare in Piazza de’ Cavalli la sera dei “venerdì piacentini” o le mattine dei mercoledì e sabato intorno ai banchi del mercato cittadino ma altresì è un pasticcio, una situazione difficile da risolvere, un ragò insomma!

L’origine di questo lemma è ben spiegata nel vocabolario di mons. Tammi, edito dalla Banca di Piacenza, che per questa rubrica sarà un vero punto di riferimento. 


Il “ragò” deriverebbe dal francese “ragout” che a sua volta è generato dalla fusione del verbo ragouter e dal sostantivo gout ossia, “risvegliare il gusto”; chiaramente “ragò” richiama il pantagruelico “ragù” che oltre ad essere davvero gustoso è proprio una, passatemi il termine, confusione di carni e verdure, come il senso figurato che assume in particolar modo nel nostro vernacolo.

Il “ragò” è talmente parte di noi piacentini che viene utilizzato per esprimere in italiano corrente le situazioni prima descritte, come per le frasi, ad esempio, “Mio figlio ha combinato un bel ragò!”, oppure, “Ho un gran ragò in testa...”, e così via.

Il Foresti, altro vocabolario che sfoglieremo soprattutto per confrontare l’evoluzione dei termini dialettali piacentini, nel 1836 riportava già questa voce, alla quale l’autore dà questa definizione: “Cibreo e anche ragù. Voce dell’uso. Intingolo, manicaretto noto.”

A titolo di curiosità anche Francesco Cherubini, autore del famoso “Vocabolario milanese - italiano” fornisce la stessa definizione per ragò e aggiunge però questo esempio “Ragò de robba frùsta”.

Il Tammi inoltre contempla la variante: regò

E’ da riferire infine il vezzeggiativo raguttèin che non sminuisce in questo caso il buon ragù preparato dalla nonna, ma anzi lo elogia come nella frase, Ho mangiä un raguttèin tant bòn... am végna fàm ragàss!



(Fonte immagine: http://www.giallozafferano.it)












Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. Ha pubblicato diversi volumi e scrive oltre che sul blog Ripensando Piacenza anche per il quaderno di cultura locale, “L'Urtiga”.

martedì 25 aprile 2017

Epigrafi Piacentine... Felice Cavallotti

a cura di
Claudio Gallini




Riprende, dopo diversi mesi di fermo, la nostra rubrica chiamata Epigrafi Piacentine.



In questa puntata non tratteremo di un’iscrizione vera e propria, ma di una piccola scultura installata sul prospetto di un edificio del centro cittadino, in una zona non molto visibile e per tale ragione vogliamo fare luce su di essa e comprenderne il motivo di questa collocazione.




Il busto dedicato a Felice Cavallotti installato sulla facciata del Collegio di San Pietro

oggi in uso alla Biblioteca Comunale "Passerini Landi"
(Foto di Claudio Gallini) 



In via Roma al civico 72, quasi all'incrocio con via G. Carducci, troviamo la sede tardo cinquecentesca della collegiata di San Pietro adiacente all'omonima chiesa, oggi in uso alla Biblioteca Comunale Passerini Landi.



Sulla facciata di questo edificio, proprio al punto prima indicato, è posto un busto dedicato allo scrittore e politico milanese Felice Cavallotti (Milano 1842 - Roma 1898).

Tram in via Cavallotti a Piacenza, in una cartolina viaggiata in data 01/01/1921, edita da: D.G.P
un ringraziamento a Salvatore Battini per averci procurato questa bellissima immagine.

Non tratteremo in questa sede la biografia di Cavallotti, quanto il suo legame con la nostra città.

Felice Carlo Emanuele Cavallotti allacciò un rapporto continuo con Piacenza poiché qui iniziò la sua professione d’avvocato e dal 1880 al 1890, dalla XIV alla XVI legislatura, portò avanti la sua lunga carriera politica.

Una splendida cartolina datata 8-10-1908 edizioni G.G.P.
con il monumento dedicato a F. Cavallotti.
Un ringraziamento particolare a Stefano Beretta per averci messo a disposizione
questa bellissima immagine.
Egli fondò con Agostino Bertani il Partito Radicale italiano e nel 1863 fu eletto al Parlamento proprio grazie a fedeli amici quali Francesco Giarelli (giornalista piacentino) e Camillo Tassi (avvocato e parlamentare piacentino); quest’ultimo gli fece tra l’altro da padrino in un duello con il deputato conte Ferruccio Macola, che lo sfidò a morte nel marzo del 1898 a seguito di un diverbio.

Cartolina presumibilmente datata 1906-1907 appartenente all'Archivio Croce
dove è visibile il monumento installato in onore a Felice Cavallotti in piazzetta Santa Maria

Piacenza gli dedicò in passato l’attuale via e barriera Roma e inoltre una rappresentanza di cittadini, agli esordi del secolo scorso, gli volle dedicare un monumento che fu installato nella piazzetta Santa Maria in fondo alle vie Alberoni e Roma.


L’avvento del fascismo però cambiò le carte in tavola e da via e barriera Cavallotti, si tramutarono in via e barriera Roma e la statua di Cavallotti finì in un magazzino.

Oggi un po’ in secondo piano il busto di Cavallotti osserva mestamente la sua via, in attesa di una rivincita.










Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. Ha pubblicato diversi volumi e scrive oltre che sul blog Ripensando Piacenza anche per il quaderno di cultura locale, “L'Urtiga”.




giovedì 20 aprile 2017

C'era una volta a Piacenza... Piacenza crocevia da oltre due millenni

a cura di
Claudio Gallini


In virtù delle polemiche scaturite sui media locali, ma ancor prima sulla nostra pagina Facebook "Ripensando Piacenza", in merito all’esclusione della nostra città dai festeggiamenti dei 2200 anni di vita della via Emilia che collega Rimini a Piacenza, abbiamo pensato di raccogliere qualche informazione storica, molto chiara e sintetica, che possa far luce sulla spinosa diatriba viaria, perlomeno da questo punto di vista.

Dal sito www.2200anniemilia.it, creato ad hoc per l’evento, che lega assieme in questo contesto soltanto le città di Parma, Reggio Emilia e Modena, leggiamo:
“Tre città nel cuore della regione riflettono sulla loro storia più antica quando attorno alla Via Aemilia si radicò una cultura in grado di superare differenze etniche e campanilismi”.
la didascalia prosegue poi in questo modo:
“Modena e Parma, colonie fondate nel 183 a.C. e Reggio Emilia, istituita come forum negli stessi anni, condividono il fondatore Marco Emilio Lepido, il console a cui si deve la costruzione della Via Aemilia, destinata a diventare l’elemento unificante della regione che tuttora ne conserva il nome”. 
Per la redazione di questo articolo ci affideremo, oltre agli annalisti locali, anche agli scritti del geografo greco Strabone sfogliandone naturalmente i testi volgarizzati; ci riferiamo al trattato geografico più ampio dell'antichità, utile in questo caso per lo studio del mondo romano.

A quell’epoca, nel III sec. a.C., la conquista della Pianura Padana era un ghiotto obiettivo dell’Impero Romano sia in termini di crescita territoriale, sia in visione di un’espansione economica e militare.

Nel 220 a.C. per mano di Gaio Flaminio Nepote iniziò così la costruzione di una strada che collegava Roma al nord Italia; in un solo anno terminò infatti la cosiddetta via Flaminia che dalla capitale giungeva sino a Rimini.

Estratto del “Descriptio Totius Italiae, Qua Situs, Origines, Imperia Civitatum” del sec. XVI di Leandro Alberti.
Egli fa riferimento a Strabone ed in questo passo si scrive che Emilio Lepido condusse la via Emilia da Piacenza a Rimini per congiungerla con la Flaminia condotta da Roma a Rimini .

La stessa cosa fece poco più tardi, nel 189 a.C., Marco Emilio Lepido che, come ci racconta Cristoforo Poggiali, dopo aver vinto le popolazioni liguri, impiegò le stesse per la costruzione di una nuova strada “ampissima e comodissima” battezzata con il suo nome, via Emilia; una strada che non nacque però “ex novo”, ma ricalcò antichi cammini utilizzati dalla popolazioni etrusche e greche. 

Un asse viario, lungo 177 miglia romane (circa 300 chilometri) che da Piacenza arrivava al mar Adriatico e poi a Roma.

E’ sufficiente comunque ritornare a leggere Strabone per averne conferma:
“M. Emilio Lepido condusse la via da Piacenza ad Arimine (Rimini Nda) per congiungerla con la Flaminia condotta da Roma da G. Flaminio ad Arimine, la qual fu poi rassettata da Augusto”.

La porzione di Tavola Peutingeriana o Tabula Peutingeriana che ritroviamo nell'immagine (Fonte: Wikipedia) è una copia del XII-XIII secolo di un'antica carta romana che mostra le vie militari dell'Impero romano.
In questa porzione si scorge Piacenza (Placentia) con la via Emilia sino a Bologna (Bononia) e oltre.

Il Poggiali nel primo tomo delle Memorie storiche di Piacenza pubblicate nel 1757, rincalza nuovamente Strabone con queste parole:
“Siamo debitori di questa notizia a Strabone, [...] osservo l’Itininerario di S. Antonino e la Tavola Peutingeriana descriverci chiaramente la via Emilia secondo la mente di Strabone; cioè da Rimini, dove incominciava e si univa alla via Flaminia, venendo a Bologna, e a Piacenza e di qui ripiegandosi a Milano, Brescia, Verona fino ad Aquileia”.
e continua:
“Di questa via Emilia quella parte, che si stende da Piacenza, o piuttosto dalla Trebbia fino ai confini del Bolognese, ne’ secoli di mezzo fu chiamata anche via Claudia, come ricavasi da Strumenti e Scritture autentiche di que’ tempi”.
Anche lo scrittore bolognese Leandro Alberti in “Descrittione di tutta Italia”, volume edito duecento anni prima della preziosa pubblicazione del Poggiali riporta esattamente:
“[...] Ritornando al ponte del Reno che congiunge insieme la via Emilia (com’è detto) la qual via Emilia cominciava da Rimini e trascorrea a Piacenza [...]”.

La costruzione di una strada romana (Fonte immagine: www.capitolivm.it)
In questa bella immagine è rappresentato il metodo adottato dai romani per la costruzione di strade.
Si noti tra le didascalie una curiosità legata al nostro dialetto.
Con il termine "rudus" i romani indicavano proprio il pietrame di scarto, i rottami.

L’intera zona compresa fra il Po e le montagne fu da quel momento arrangiato in funzione della via Emilia che fungeva da spartiacque tra gli Appennini e la Pianura Padana.

Come abbiamo letto, Augusto la lastricò restaurandola e definendone il capolinea non a Piacenza ma ad una decina di chilometri dal centro, nei pressi del Trebbia come confermato dai ceppi militari augustei.

Piacenza è da secoli crocevia di tante vie di comunicazione, molto importanti non solo per l’aspetto commerciale, ma anche per quello militare e religioso.

Dalla nostra città partivano, già in antico, i collegamenti con città importanti quali Milano, Genova, Tortona e Pavia per citarne solo alcune; osservando le più antiche mappe di Piacenza, o ancora meglio nei nomi di alcune vie odierne, possiamo tracciarne ancora oggi facilmente la rotta.








Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. Ha pubblicato diversi volumi e scrive oltre che sul blog Ripensando Piacenza anche per il quaderno di cultura locale, “L'Urtiga”.