giovedì 30 novembre 2017

Le copertine di Pietro Perfetti nelle "Memorie Storiche della città di Piacenza" di Cristoforo Poggiali

di Claudio Gallini

Attraverso i frontespizi dei dodici volumi delle "Memorie storiche della città di Piacenza", compilati dallo storico ed erudito piacentino Cristoforo Poggiali (1721 - 1811), possiamo tuffarci nella Piacenza del Settecento, grazie a questi capolavori eseguiti da Pietro Perfetti (1725 - 1770), incisore a quel tempo e oggi sconosciuto ai più se non per aver intitolato una via del moderno quartiere Besurica.

Ritratto di Plinio il Vecchio ad opera di Pietro Perfetti sec. XVIII (acquaforte).
(fonte: http://www.lombardiabeniculturali.it).

Perfetti nacque a Piacenza nel 1725 nella zona dell’attuale via Garibaldi (ex via del Guasto) dove il padre aveva una bottega in cui operava come intagliatore e scultore; egli crebbe perciò in un ambiente dove l’arte era di casa e dal padre Odoardo respirò il profumo dell’estro, mantenendo la manualità, seppur rimpiazzando lo scalpello con il bulino e il legno con le lastre di rame.

Il bulino e l’incisione sono alla base di quasi tutto il suo repertorio artistico, rappresentando a trecentosessanta gradi la devozione popolare piacentina e non solo; con gli stessi strumenti ci ha lasciato delle splendide vedute di una Piacenza settecentesca attraverso le già citate illustrazioni apposte nei frontespizi delle Memorie Storiche di Cristoforo Poggiali.

Di seguito abbiamo riportato queste dodici prime pagine.


Tomo 1
Pietro Perfetti scultore.


Tomo 2
 Piazza detta di Cavalli di Piacenza.



Tomo 3
Palazzo Ducale di Piacenza detta la Cittadella.



Tomo 4
Prospetto del Palazzo Ducale detto di Madama verso il cortile.



Tomo 5
Prospetto del Collegio dei Signori Mercanti.







Tomo 6
Palazzo dei Signori Malvicini da Fontana Marchesi di Nibbiano.






Tomo 7
Palazzo de' Sig.ri Marchesi da Mandello.






Tomo 8
Palazzo de' Sig.ri Scotti, Marchesi di Vigoleno.






Tomo 9
Palazzo dei Signori Anguissola Conti della Cimafava.



Tomo 10
 Palazzo del sig. Conte Paolo Ferrari.


Tomo 11
Collegio Alberoniano di S. Lazzaro fuori di Piacenza de' Preti della Congregazione della Missione.





Tomo 12
Veduta in elevazione della Fiera di Piacenza.









Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 



giovedì 23 novembre 2017

Voi avete il callo da pisaréi?

di Claudio Gallini

Consultando il volume "Le ricette regionali italiane" di Anna Gosetti della Salda, mia moglie Stefania, curatrice della pagina Facebook di cucina "Il favoloso mondo di Stefie" mi ha fatto notare una bella curiosità sui nostri pisarèi e fasò che proprio non conoscevo.

L'autrice di questo bel volume scrive che tanto tempo fa quando la nuora veniva presentata alla suocera per la prima volta, quest'ultima controllava il pollice destro della ragazza per appurare la presenza dei calli, segni tipici della sua capacità a produrre i pisarèi.


(Immagine tratta da: http://leleccorniedidanita.blogspot.it)
Ecco come ce lo racconta Anna Gosetti della Salda:

I pisarei sono la gloria di Piacenza, assumendo qui la medesima importanza e notorietà delle tagliatelle di Bologna. Per una donna piacentina saper far bene i pisarei (significa riuscire a prepararli di dimensioni piccolissime, in modo che assorbano meglio il condimento) è considerato un grande merito. Si dice addirittura che per il passato, quando un ragazzo presentava alla famiglia la propria fidanzata per ottenere il consenso e l'approvazione della sua scelta, la suocera controllasse il pollice destro della ragazza. Se su di esso apparivano dei piccoli calli, segni evidenti di una provata esperienza di confezionatrice di pisarei, la fanciulla possedeva le premesse necessarie per essere una buona donna di casa e una brava cuoca; il matrimonio era quindi fattibile e sotto i migliori auspici. Leggenda forse, comunque è certo che per preparare questa pasta nel modo migliore occorrono un'abilità e un'arte nelle mani molto particolari. Si tratta di un piatto che una volta era assai popolare; oggi lo è forse meno, ma è considerato una curiosità gastronomica ed ha altresì l'onore di venire inserito anche in menu di pranzi importanti.

Voglio invece consigliarvi la lettura di un volume delle Edizioni Tarka, La cucina piacentina, storia e ricette di Andrea Sinigaglia e Mario Marini che in poco più di duecento pagine raccoglie la summa della gastronomia del nostro territorio tra aneddoti storici, dialetto e naturalmente ricette.


La copertina del libro "La cucina piacentina" Edizioni Tarka
Autori: Andrea Sinigaglia e Mario Marini








Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.

giovedì 16 novembre 2017

Il Codex Usserianus Primus da Bobbio a Dublino?

di Claudio Gallini


Il Trinity College di Dublino, il prestigioso centro d'istruzione irlandese, custodisce presso la propria biblioteca numerosi antichi manoscritti tra cui un codice del sec. VII che con molta probabilità è proveniente dallo scriptorium di Bobbio.

In foto il foglio 149v contenente l'unica decorazione sopravvissuta del Codex Usserianus Primus.
(fonte immagine: Biblioteca Trinity College Dublino).




Ci stiamo riferendo al Codex Usserianus Primus, un manoscritto molto danneggiato che alcuni paleografi datano all'inizio del sec. VII; il prezioso scritto, composto da 180 fogli scoloriti e molto lacunosi, sembrerebbe provenire da Bobbio, portato successivamente in Irlanda attraverso il continuo peregrinare di abati da e verso il Monastero di Bobbio durante tutto il Medioevo.


Il foglio 17r del Codex Usserianus Primus
(Fonte: Biblioteca digitale Trinity College di Dublino)


Il Codex Usserianus Primus non è altro che un "evangelario" scritto in un latino molto antico e questo esemplare ne rispetta l'ordine occidentale, ossia: Matteo, Giovanni, Luca e Marco.

Il vangelo di Matteo è quello più logorato, mentre quello di Luca è l'unico a presentare decorazioni e nominare tra l'altro i "ladroni" crocefissi con Gesù: Jonatas e Capnatas (Luca 23:32).

C'è un acceso dibattito tra gli esperti paleografi sul luogo esatto di stesura di questo importante documento sia storico, sia religioso.

Il monaco Anno dello Scriptorium dell'abbazia di Reichenau consegna al committente un Codice terminato.
(Fonte immagine: Wikipedia).

Esiste una fortissima similitudine con altri scritti eseguiti a Bobbio attorno al sec. VII e con alcuni tratti "italiani" come sostiene lo storico K. Henry, ma di contro lo storico britannico D. Dumville ne sostiene un'origine insulare, addirittura del sec. V, prima della fondazione del Monastero di Bobbio.

Rimaniamo nell'attesa che questa controversia venga risolta, fiduciosi di poter un giorno ammirare da vicino queste miniature eseguite dai monaci del Monastero di Bobbio, centro culturale del Medioevo europeo.

Cliccando qui potrete leggere un articolo, in lingua inglese, tratto dal sito del Trinity College di Dublino, dove viene trattata questa controversia.



Nel video troviamo il Codex Usserianus Primus in restauro presso il Trinity College di Dublino.



Da questo link sarà possibile invece sfogliare l'intero Codex Usserianus Primus grazie a delle scansioni ad altissima definizione






Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 


giovedì 9 novembre 2017

Il museo della vite e del vino Fernando Pizzamiglio a La Tosa di Vigolzone, un vanto tutto piacentino!

di Claudio Gallini


A Vigolzone, sulle colline della val Nure, tra il silenzio e la pace della natura trova dimora l’azienda vitivinicola e agriturismo La Tosa dei fratelli Ferruccio Stefano Pizzamiglio.

In questo contesto fiabesco trova spazio, al primo piano dell'edifico, il primo e unico museo della regione Emilia Romagna dedicato alla vite e al vino, la vera vocazione di Ferruccio e Stefano.

Il museo è dedicato al padre Fernando che ha sempre sostenuto i figli in questo progetto di vita che li ha portati oggi ad essere un importante punto di riferimento mondiale nella produzione di vini piacentini d'eccellenza.

Il lavoro dei fratelli Pizzamiglio è volto al raggiungimento di elevatissimi livelli qualitativi, sanciti anche da importanti riconoscimenti.

Il Museo della vite e del vino è stato pensato, progettato ed è nato con lo stesso identico criterio, nell'idea di approfondire e studiare i tradizionali metodi di vinificazione, ottenendo continui plausi dal mondo culturale e non solo.

In poche parole... se non lo avete mai visitato, il nostro spassionato consiglio è quello di raggiungere La Tosa, a Vigolzone, per conoscere la cordialità della famiglia Pizzamiglio che sarà lieta di farvi visitare il museo.

In calce a questo breve trafiletto troverete tutte le indicazioni e i contatti.

Fonte immagine: Pagina  Facebook de "La Tosa".
Il Museo della vite e del vino offre un percorso interattivo, molto adatto ai bambini, che cerca di ricreare l'ambiente di una vecchia cantina con l’esposizione di diversi esemplari, tutti risalenti al periodo compreso tra la fine del 1800 ed il 1930 e reperiti nella provincia di Piacenza, al fine di far conoscere le vecchie tecniche di produzione del vino. 

Una vista della sala del Museo della vite e del vino con in primo piano un antico filtro ad armadio.
(Fonte immagine: Pagina  Facebook de "La Tosa").

La collezione racchiude oltre cinquecento pezzi che raccontano della vitivinicoltura piacentina, tutti ordinati secondo un percorso di visita diviso per lavorazione e valorizzato da semplici indicazioni, immagini, video e sottofondi sonori.


Fonte: http://www.latosa.it
Ad integrare questo importante spazio culturale de “La Tosa”, c’è anche una biblioteca che raggruppa oltre 1000 volumi sul tema, nonché parecchi documenti, tutti appartenenti al periodo compreso tra i secoli XIV e XX.

L’angolo del bottaio, tavolo per la fabbricazione e restauro delle botti
(Fonte immagine: Pagina  Facebook de "La Tosa").

Il Museo della vite e del vino di Vigolzone è nato grazie alla collaborazione di diverse figure che si vogliono ricordare in questo elenco: 

Il comitato scientifico e la stesura dei testi è per cura di Ferruccio e Stefano Pizzamiglio.

La consulenza storica è del Prof. Mario Fregoni (Ordinario di Viticoltura presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza).

Il progetto l'allestimento e la grafica: Massimo Simini, Elena Albricci, Claudio Fiumicelli e Mario Fontana.

Le video produzioni sono di Enzo Genesini.

Le iconografie e le video illustrazioni sono per cura di: Andrea Rossi.

I testi di approfondimento sono di: don Paolo Camminati, Flaviano Celaschi, Claudio Gallini, Umberto Gandi e Stefano Pronti.

La colonna sonora: Maddalena Scagnelli e il gruppo musicale “Enerbia”.

L’allestimento è per cura di: Alberto Passerini e Claudio Sartori.




Per qualsiasi tipologia d'informazione, potete utilizzare i seguenti contatti:

Telefono: 0523 870727



Clicca qui per visualizzare sulla cartina il Museo della vite e del vino de LA TOSA





Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. 

giovedì 2 novembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... gadàn

di Claudio Gallini


Meschino, misero, taccagno, bruco, tritone, sciatto, sciamannato, sette definizioni poco allegre che Lorenzo Foresti nel 1836 dava per l’epiteto che ancora sovente è pronunciato dai piacentini D.O.C., gadàn.

La definizione del Foresti aggiunge addirittura dei sinonimi dialettali quali sbindaòn e tartlòn e per quest’ultimo aggiunge la spiegazione di “gretto”.


(Fonte immagine: http://cdn2.ubergizmo.com) 

La consultazione invece del Vocabolario piacentino – italiano compilato da mons. Guido Tammi e pubblicato dalla Banca di Piacenza nel 1998 alla voce gadàn, ci restituisce una moderna trasposizione con le voci: “allocco”, “babbeo”, “semplicione” e addirittura “contadino”.

Facciamo ora qualche esempio con l'uso del nostro dialetto:

A l’è un povar gadàn, ossia, "è un povero semplicione".

oppure:

Alla fera gnirà dalla campagna una folla ad gadàn, ovvero, "In fiera accorrerà una folla di contadini".

Da gadàn derivano inoltre l’accrescitivo gadanòn, il diminutivo, gadanèin ed il peggiorativo, gadanüss.


In foto ritrovamo alcuni esemplari di "Garofano d'India"o meglio di "gadàn".
(fonte immagine: www.elicriso.it). 

Il Tammi ci fornisce altresì un secondo significato di gadàn, ovvero il nome di un bel fiore giallo chiamato “Garofano d’India” (Tagetes Erecta) che un tempo era utilizzato dai giovani contadini come abbellimento da mettere sulla giacca, infilato nell'occhiello.

In conclusione vogliamo segnalare che anche in Piemonte e nel milanese questa parola è utilizzata con lo stesso significato di “sciocco”, “stupido”.














Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.