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giovedì 6 aprile 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... raṡdùra (razdùra)

A cura di
Claudio Gallini


Una parola dialettale pronunciata dai piacentini forse più un tempo rispetto ad oggi è radùra e raṡdùr, che potremmo rispettivamente identificare con la massaia e il capo famiglia.

Un tempo la raṡdùra era inquadrata come la donna di casa (la suocera o la mamma) alla quale bisognava portare un doveroso rispetto, le nuore probabilmente anche un giustificato timore, e ad ella bisognava sottostare e obbedire.

Lo scrivente, che ha radici dell’alta val Nure, può aggiungere altresì che la raṡdùra di montagna chiamata più comunemente mamà, nunéna o nòna, impartiva anche precisi ordini quali la cura della stalla col relativo bestiame, la manutenzione del pollaio, il lavoro nei campi, e altri lavori spesso umilianti.

Tutte le donne di casa erano quindi dipendenti dalla raṡdùra che dal marito aveva sovente la procura dell’amministrazione delle entrate e delle uscite familiari; quando una nuora doveva acquistare anche un grembiule nuovo era costretta a chiederle il denaro ma poche volte la domanda veniva accettata.

La versione maschile raṡdùr è invece orientata al marito della massaia ovvero il capo famiglia, il Signore che governava l’azienda agricola che in campagna potremmo identificare col mezzadro, responsabile del buon andamento della famiglia; quando veniva a mancare il marito, la moglie amministrava a trecentosessanta gradi l’intera famiglia. 

In tutta l’Emilia ritroviamo questa voce che a Bologna, ad esempio, suona come arzdòura arzdòur, o in Romagna come azdòra azdòr con lievi varianti a seconda della zona; questa è una voce tipicamente emiliana che deriva dal latino regere con il significato di “reggitrice” ma anche di direttrice. 

Nell'uso corrente diremmo semplicemente, massaia e “capoccia” per l’uomo.

A titolo di curiosità Lorenzo Foresti, nel suo vocabolario piacentino-italiano del 1836, ci riporta la voce in questo modo: razdòra razdòr

I confini linguistici, infine, non sempre rispettano quelli provinciali, difatti troviamo questo lemma, con le dovute variazioni linguistiche, anche ai confini provinciali dell’Emilia verso nord, come nel pavese, nel cremonese o nel mantovano per citarne solo alcuni.








(In foto una raṡdùra degli anni '30 del sec. XX, Archivio A. Morisi)







Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici, fonte d'ispirazione per le sue ricerche.

martedì 24 marzo 2015

EPIGRAFI PIACENTINE: Anton Domenico Rossi (1788 - 1861)

Dopo una lunga assenza della rubrica “Epigrafi piacentine”, eccoci nuovamente sul campo con la descrizione dell’inscrizione apposta sulla casa dello storico, avv. Anton Domenico Rossi, che ritroviamo in via San Giovanni al civico, 22. La lapide, apposta nel 1931 in concomitanza della celebrazione dello storico, recita in questo modo:

ANTON DOMENICO ROSSI
1788 - 1861
GIURECONSULTO E STORICO
DELLA CITTÀ BENEMERITO
PER ESERCITATE MAGISTRATURE
PER ALTI SENSI DI FILANTROPIA
VOLGARIZZÒ PRIMO
LE MEMORIE DI PIACENZA
AL CITTADINO INTEGERRIMO
IN QUESTA CASA CHE FU SUA

Q. M. P.

LA R.A DEPUTAZ.NE DI STORIA PATRIA
MCMXXXI (IX)
___
___

Anton Domenico Rossi, nacque a Santo Stefano d’Aveto nel gennaio del 1788, in provincia di Genova, ma si sentì da sempre piacentino, passando concretamente tutta la sua vita in città e partecipando alacremente alla divulgazione della storia di Piacenza con la realizzazione della grande opera “Ristretto di storia patria ad uso de' piacentini” edita dalla tipografia Torchi Del Majno tra il 1829 e il 1833.
Ogni anno la stessa tipografia sfornò un volume del Rossi così da racchiudere in cinque tomi la storia di Piacenza dalla sua fondazione fino a quella raccontata dal vivo dall’autore, vissuta sul campo dallo stesso. Lo storico fondò le sue ricerche su importanti scrittori locali del passato, quali il Poggiali per citarne solo uno, ma produsse una storia di Piacenza quasi tascabile, “ristretta” come recita il titolo, in grado di arrivare al piacentino senza farlo annoiare e nel contempo istruirlo.Un nome importante quale Nasalli Rocca definì questo lavoro come “la fonte a stampa unica, sicura, per l’ultimo Settecento e per il primo Ottocento piacentino”. L’opera è ancora oggi la prima fonte da consultare per iniziare a studiare la storia di Piacenza. Egli morì a S. Stefano d’Aveto, dove si ritirò qualche tempo prima della sua dipartita, nel gennaio del 1861 nel pieno della causa risorgimentale.
Oltre al “Ristretto di storia patria...”, Anton Domenico Rossi ci ha lasciato altre opere come:
“Cenni necrologici intorno al conte Giambattista Anguissola di Vigolzone”


Piacenza, Del Maino, 1846; “La riconoscenza cantata che si dedica a S.M. la principessa imperiale Maria Luigia”, Piacenza, Tipografia del Majno, 1826 e alla stessa principessa dedicò quasi tutti i suoi scritti.E’ possibile raggiungere l’epigrafe all’indirizzo sopraindicato o virtualmente da casa attraverso Street View di

Google Maps, cliccando all’indirizzo sottostante.

CLICCA QUI

https://www.google.it/maps/@45.051444,9.690551,3a,90y,212.39h,96.78t/data=!3m4!1e1!3m2!1s4nvkQTBSPNd

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La consultazione dal vero dei volumi di Anton Domenico Rossi è possibile invece raggiungendo, ad esempio, la locale biblioteca Passerini Landi di Piacenza.

foto e testi sono di: Claudio Gallini

Epigrafe dell'avv. Anton Domenico Rossi,
che ritroviamo in via San Giovanni al civico, 22.
“Ristretto di storia patria ad uso de' piacentini”




sabato 21 febbraio 2015

Piacenza, Parma e Reggio Emilia. Scontro d'alta velocità

In questi giorni, fra l'altro a pochissimi dall'inizio dell'esposizione universale di Milano, "Reggio Emilia", tramite il loro assessore alla mobilità, Mirko Tutino, sta intraprendendo una battaglia politica contro le limitrofe città di Parma e Piacenza. "Ree", secondo l'assessore reggiano, di aver richiesto delle fermate aggiuntive ai numerosi treni "freccia rossa" che si fermano nella nuova stazione "Medio Padana di Reggio Emilia" (un vero capolavoro architettonico, progettato dall'architetto spagnolo SantiagoCalatrava e, inaugurato nel giugno 2013).
Ecco, la mia considerazione in merito, è la seguente: Ma i cittadini Reggiani, che usufruiscono di questa struttura pubblica, costata 79 milioni di euro allo Stato Italiano, con quale pretesa si arrogano il diritto di voler decidere quali siano le fermate che i  "Freccia Rossa" dovranno effettuare.
Capisco che, in un'Italia che vive ancora di stupidi campanilismi (ed io, sono il primo ad esserlo!), ognuno tenda a portare "l'acqua al proprio mulino" ma, da un politico che riveste una carica istituzionale, anche se di una città, mi aspetterei comportamenti un pochino più maturi e seri.
da "LIBERTÀ" del 15/02/2015

venerdì 25 luglio 2014

"Strä dritta" - l'unione fra il mondo civile e quello religioso

Via XX settembre, nota via commerciale cittadina, è così denominata in ricordo del 20 settembre 1870, data in cui le truppe italiane entrarono in Roma aprendo una breccia a Porta Pia e sconfissero le truppe papaline.
La centralissima Via, chiamata originariamente "Strà dritta", unisce le due piazze principali di Piacenza, quella civile (Piazza dei Cavalli) e quella religiosa (Piazza Duomo) e, rappresenta di fatto, una delle arterie più importanti della città. Costeggia la via l'imponente chiesa di San Francesco, basilica duecentesca avente la facciata rivolta verso Piazza dei Cavalli. via XX settembre, come ho già ricordato, sbocca in Piazza Duomo e, ammirandola da Via Mazzini si può notare una bellissima visuale caratterizzata dalla facciata di San Francesco e da quella della nostra bellissima cattedrale dedicata a Santa Giustina e a Santa Maria Assunta

Via XX Settembre (Strä dritta)- "ieri"cartolina appartenente alla collezione privata di  Salvatore Battini
da notare, lo storico negozio "Casa di Bianco" a sinistra della strada

cartolina edita L.F.P. di L. Fagnola
Foto della ROTALFOTO di Milano una


Via XX Settembre (Strä dritta) - "oggi"
foto di proprietà di: Massimo Mazzoni

mercoledì 4 giugno 2014

PIACENZA - degrado a "Bastione Campagna"



 lo dico a voce alta, abbiamo una classe dirigente incompetente e imbarazzante nel suo far poco e in malomodo!!!
L'ho già detto più volte: lungi da me indirizzare le discussioni su mere tematiche politiche, specialmente all'interno di questo blog che deve restare assolutamente apoltico. Chi mi conosce personalmente, sa quanto sia assolutamente disinteressato alla politica. Per questa mia "mancanza", sono anche spesso tacciato di irresponsabilità da chi mi conosce...
Ma arrivo al dunque: stamattina (04/06/2014), sono finalmente riuscito a visitare l'appena "recuperato" Bastione Campagna (18/05/2014); lo spettacolo che mi sono trovato di fronte è stato desolante: erba rada, alta e un'assoluta mancanza di manutenzione. Vorrei ricordare che non sono trascorse nemmeno due settimane dalla sua apertura. Vogliamo scommettere quale sarà la sua situazione fra sei mesi?
Comunque, riporto alcune foto scattate questa mattina, le conclusioni le lascio a voi...
Poi, datemi pure del polemico a cui non va mai bene niente, le immagini parlano chiaramente, molto più delle mie parole!
Piacenza, merita molto di più!!!
Massimo Mazzoni


PIACENZA - Bastione Campagna
PIACENZA - Bastione Campagna

PIACENZA - Bastione Campagna
PIACENZA - Bastione Campagna
PIACENZA - Bastione Campagna

martedì 3 giugno 2014

Il volto del diavolo, sull'immagine della "Madonna delle rose" di San Damiano

Non sono molto numerosi attualmente gli abitanti del borgo di San Damiano , in comune di San Giorgio P.no, ancorchè nei secoli scorsi potesse vantare una certa rilevanza nell'ambito dell'economia agricola della zona.Suo vanto è pure l'aeroporto militare sorto negli anni '30 che porta il suo nome. Ma se San Damiano ha ancora una qualche fama "internazionale", lo si deve ad una apparizione della Madonna che una donna del luogo ebbe, a suo dire, qualche decennio fa. La "veggente" (si chiamava Rosa Quattrini) è morta ormai da tempo, ma tuttora la località è meta di pellegrinaggi (sopratutto provenienti da Francia e Belgio) di fedeli certi della realtà delle visioni avute dalla predetta Mamma Rosa, nonostante le autorità religiose si siano sempre dichiarate decisamente diffidenti al riguardo. Ciononpertanto il flusso di visitatori ad un certo punto - siamo negli anni '70/'80- prese una tale importanza, che ci fu chi, nella speranza di una nuova Lourdes, fiutò l'affare e così, dopo le bancarelle con immagini sacre, coroncine, acqua benedetta, ceri e quant'altro, spuntarono case di accoglienza, ristoranti, agriturismi e persino un albergo con sala congressi. Per quanto al momento la faccenda sembra essersi alquanto ridimensionata qualcuno ha potuto approfittarne per migliorare la propria situazione , suscitando ovviamente molte perplessità sulla realtà delle visioni di Mamma Rosa. Al punto che ci fu chi ci vide... lo zampino del diavolo. Manco a dirlo spuntò anche la "prova" dell'intervento del maligno. In fatti in uno scatto fotografico della statua della Vergine, eretta là nei pressi del pero (fiorito in inverno) ove si sarebbe manifestata la Madonna, appare abbastanza chiara - per un gioco di luci e ombre - il classico ritratto di Satana, con corna e occhi grifagni.E' certo che non si tratta di un fotomontaggio poichè l'editore che ordinò la fotografia e realizzò le cartoline venne a conoscenza di ciò che si vedeva nel suo prodotto solo dopo che un venditore di dette cartoline glielo fece presente richiedendo altre numerose ristampe. Ciascuno può pensare ciò che vuole della vicenda, ma se qualche anno dopo - in località Cà dell'Orso a pochi chilometri da San Damiano - ci fu qualcun altro che pretese, con scarso successo in verità, di aver avuto visioni analoghe, molti dubbi sono concessi.
testo di: Giuseppe C. Piva

La Madonna delle Rose di San Damiano (PC)

particolare del volto del diavolo, sull'immagine della
"Madonna delle Rose" di San Damiano (PC)

particolare del volto del diavolo, sull'immagine della
"Madonna delle Rose" di San Damiano (PC)

domenica 1 giugno 2014

LA PREDICA D'UN PIASINTEIN (don Luigi Bearesi - 1995)

Trasposizione in versi dialettali di una nota barzelletta: rapporti scherzosi tra piacentini e parmensi. Poesia soltanto comica.


Un prett piasintein
l'ha fatt al capplàn
dadlà dai cunfein,
in mezz ai pramzàn.

- Incö av parlarò
dal prim paradis:
Adamo l'è un om
tütt cör e surris.

Ma Eva l'è birba,
un brütt elemeint:
ag piäs mangiä un pum,
la crëda al sarpeint.

Sta donna balurda
l'è zù ad tramuntana;
ma sìv al mutìv?
A l'è una pramzana! -

La gint la barbotta:
- Stu prett a l'è un urs! -
E dop una stmana
gh'è un ätar discurs.

- Incò av parlarò
di prim dü giuvnott:
Abele l'è un sant,
Caino, un galiott!

Un dé stu birbant
l'insülta al fradell,
e po col bastòn
al g'ha fatt la pell!

Che brütt assassein,
l'è propri un villàn;
ma sìv al mutìv?
L'è un killer pramzàn! -

La gint dess la scatta:
- Ma senta, che uffesa! -
E dop una stmana
gh'è al vescuv in cesa.

- Incò av parlarò
dell'Ultima Cena:
i Dudas i'enn mucch,
al Cristo l'è in pena.

Is mëttan a tävla
cicoria ed agnell;
ma i spettan un bris,
ag manca un fradell.

L'è Giuda in ritärdi,
al brütt traditur:
par treinta tullein
al veinda al Signur.

Al véra la porta,
l'è propri un avär;
l'admanda suttvus:
- Co gh'è da magnär?

Poesia in vernacolo di Don Luigi Beraresi, passata dalla "Famiglia Piasinteina" ai propri corsisti, durante il corso di dialetto tenuto annualmente all'interno della propria sede.
Consiglio a tutti di parteciparvi nelle future edizioni. Il nostro dialetto non va disperso; è un patrimonio che va assolutamente conservato e diffuso.
http://famigliapiasinteina.com/


venerdì 2 maggio 2014

"T'AL DIG IN PIASINTEIN" - "T'e pö luc che bell"

https://www.facebook.com/groups/ripensandopiacenza

Vecchia rubrica, curata dal compianto critico cinematografico Giulio Cattivelli, estratta dal periodico della Banca di Piacenza, "Banca Flash"


il semplice "luc", dal suono secco come una frustata, è il più diffuso epiteto ingiurioso del nostro dialetto.
Trasparente abbreviazione dell'italiano "allocco", colto e disusato, in pratica viene spesso ammorbidito dalla bonarietà di un intercalare domestico, sia nell'accrescitivo e peggiorativo "lucatàs" e nella sua scherzosa variante "lucchètti". Il comparativo "pö luc che bell" (più sciocco che bello), perfeziona e insieme mitiga l'intenzione offensiva del termine introducendo una nota di ricercatezza umoristica data appunto dal raffronto fra due qualità di ordine diverso, una negativa e l'altra positiva.
infine l'antica e popolare espressione "luc da fera", dovrebbe accentuare l'ingiuria, sottolineando un grado particolarmente elevato ed eccezionale di stupidità, tale da meritare l'esibizione come feomeno da baraccone.

Testo di Giulio Cattivelli - (Banca Flash della Banca di Piacenza)

martedì 22 aprile 2014

PIACENZA - La lapide sparita di Palazzo Gotico

https://www.facebook.com/groups/ripensandopiacenza

Avete mai visto sul lato destro del nostro Gotico,a mezza altezza,sul marmo bianco,quelle quattro borchie pendenti nel vuoto?Guardatele meglio e chiedetevi perchè stanno li' e cosa ci stanno a fare.Vi spiego l'arcano : servivano per sostenere una lapide che vi era infissa fino agli anni Cinquanta e poi è misteriosamente sparita. Occorre dire che generalmente le lapidi non sono semplici pietre grezze e recano scolpita su un lato ben allisciato una dicitura. Anche nel nostro caso la dicitura ( il cui tenore io ignoro) c'era , ma era stata resa illeggibile in quanto addossata alla parete del Gotico stesso,per cui la parte visibile era ....il dorso della lapide, ovviamente grezzo. Secondo quanto appresi anni fa dallo storico Emilio Ottolenghi sulla parte anteriore di detta lapide sarebbe stata incisa la motivazione di una condanna inflitta ad un non meglio precisato ecclesiastico per reati indefiniti. Sarebbe stato disdicevole che il fatto e la pena inflitta potessero essere esposti permanentemente al pubblico ludibrio : d'altronde il giudice aveva stabilito che la sentenza dovesse essere immortalata sulla pietra ed esposta sulla pubblica via. Fu trovata la soluzione : sentenza incisa sul marmo,lapide esposta a ...rovescio! Lo spirito italico di sempre!Il mistero avrebbe potuto (e dovuto) essere chiarito una volta per tutte leggendo una buona volta cosa c'era scritto : senonché chi tentò di delucidarlo ebbe la luminosa idea di affidare la rimozione della lapide a maestranze inaffidabili che, per rimuoverla, la fecero precipitare a terra provocandone la completa distruzione.Questo è quanto mi è stato riferito,non sono in grado di accertarne l'esattezza : la sola cosa certa è che la pietra c'era ed è sparita.

testo di Giuseppe C. Piva

integro il testo di Giuseppe Piva, con un'annotazione dello studioso Giorgio Eremo che, in un articolo apparso sul quotidiano LIBERTÀ del 15/02/2009, segnala la presenza della lastra sul "Gotico" fino agli anni sessanta; mentre, nelle foto in foto scattate nel 1971, la lastra era misteriosamente sparita.



la lastra ancora presente sul lato sinistro del "Gotico"
(© Archivio storico di Libertà)





venerdì 18 aprile 2014

T'AL DIG IN PIASINTEIN - "trid c'me la büla"

https://www.facebook.com/groups/ripensandopiacenza

Vecchia rubrica, curata dal compianto critico cinematografico Giulio Cattivelli, estratta dal periodico della Banca di Piacenza, "Banca Flash"


"trid c'me la büla"

La "büla" sarebbe la "pula", l'infimo cascame della trebbiatuta costituito dall'involucro dei chicchi (in piacentino anche "rësca"); e l'immagine è una delle tante, di cui è ricchissimo il lessico popolare, per indicare una condizione di estrema indigenza (e anche isolatamente "trid, ossia "tritato" accoglie già il senso materiale e figurato di logoro, consunto dalle avversità soprattutto economiche). Fra le altre espressioni equivalenti o affini ricorderemo "nüd c'me un beg" (nudo come un bruco), "scianc c'me un lädar" (stracciato come un ladro), "c'me l'üsel in s'la rama" (come l'uccello sul ramo), cioè sperduto, senza nido.

Testo di Giulio Cattivelli - (Banca Flash della Banca di Piacenza)