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giovedì 16 novembre 2017

Il Codex Usserianus Primus da Bobbio a Dublino?

di Claudio Gallini


Il Trinity College di Dublino, il prestigioso centro d'istruzione irlandese, custodisce presso la propria biblioteca numerosi antichi manoscritti tra cui un codice del sec. VII che con molta probabilità è proveniente dallo scriptorium di Bobbio.

giovedì 9 novembre 2017

Il museo della vite e del vino Fernando Pizzamiglio a La Tosa di Vigolzone, un vanto tutto piacentino!

di Claudio Gallini


A Vigolzone, sulle colline della val Nure, tra il silenzio e la pace della natura trova dimora l’azienda vitivinicola e agriturismo La Tosa dei fratelli Ferruccio Stefano Pizzamiglio.

In questo contesto fiabesco trova spazio, al primo piano dell'edifico, il primo e unico museo della regione Emilia Romagna dedicato alla vite e al vino, la vera vocazione di Ferruccio e Stefano.

Il museo è dedicato al padre Fernando che ha sempre sostenuto i figli in questo progetto di vita che li ha portati oggi ad essere un importante punto di riferimento mondiale nella produzione di vini piacentini d'eccellenza.

giovedì 2 novembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... gadàn

di Claudio Gallini


Meschino, misero, taccagno, bruco, tritone, sciatto, sciamannato, sette definizioni poco allegre che Lorenzo Foresti nel 1836 dava per l’epiteto che ancora sovente è pronunciato dai piacentini D.O.C., gadàn.

La definizione del Foresti aggiunge addirittura dei sinonimi dialettali quali sbindaòn e tartlòn e per quest’ultimo aggiunge la spiegazione di “gretto”.

giovedì 26 ottobre 2017

A Grazzano Visconti il giardino tra i dieci più belli d'Italia secondo la stampa inglese

A Grazzano Visconti il giardino tra i dieci più belli d'Italia secondo la stampa inglese
di Claudio Gallini

Con grande onore scopriamo da un articolo dell’illustre quotidiano britannico “theguardian” dello scorso luglio 2017, che il giardino del Castello di Grazzano Visconti è stato collocato terzo in una classifica tra i dieci giardini pubblici più belli che un turista inglese può trovare in Italia.

giovedì 19 ottobre 2017

Gli archi di Guadagnini da Piacenza fino in Australia

Gli archi di Guadagnini da Piacenza fino in Australia
di Claudio Gallini




Sfogliando il giornale australiano “The Advertiser”, leggiamo che la filantropa e amante della musica classica australiana Ulrike Klein, ha quasi completato il suo progetto da 6,1 milioni di dollari per portare in Australia ben due violini, un violoncello ed una viola costruiti dal liutaio piacentino del sec. XVIII, Giovanni Battista Guadagnini.

giovedì 12 ottobre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... panä, panäda e panadélla

A tòc e bucòn parlùm ad... panä, panäda e panadélla
di Claudio Gallini





Oggi la nostra rubrica dedicata al dialetto piacentino, vuole riscoprire, attraverso le parole panä, panäda e panadélla un piatto tipico della tradizione gastronomica emiliana, chiamato generalmente, in italiano, “panata”; si tratta di una ricetta molto povera, un tempo molto diffusa anche a Piacenza, soprattutto dal mondo rurale e meno abbiente.



Si tratta di un piatto di recupero del pane raffermo e sfogliando le ricette sapientemente catalogate dalla compianta Carmen Artocchini riusciamo a scoprire le versioni piacentine.


giovedì 5 ottobre 2017

Le pioniere piacentine del B&B in Irlanda per apprendere i segreti dell'ospitalità

Le pioniere piacentine del B&B in Irlanda per apprendere i segreti dell'ospitalità
di Claudio Gallini




Come dei veri topi d’archivio, abbiamo scovato un minuscolo trafiletto che parla della nostra Piacenza in una rivista irlandese nell'ultimo numero di settembre del 1994.

Ci riferiamo al periodico gratuito “Galway Advertiser”, un giornalino in essere dagli anni ’70, paragonabile, a grandi linee, al nostro “Corriere Padano”.

giovedì 21 settembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad… plattòn e scupplòn

A tòc e bucòn parlùm ad… plattòn e scupplòn
di Claudio Gallini


In questo nuovo appuntamento della nostra rubrica dedicata al dialetto piacentino, vorremmo trattare di scappellotti e scapaccioni, che il dizionario della lingua italiana Garzanti, edizione 2006, definisce in questo modo:

“colpo dato a mano aperta dietro il capo, soprattutto per punire i bambini (e talora con intenzione scherzosa)”.

(fonte immagine: https://godete.files.wordpress.com)
Quest’azione nel dialetto piacentino assume davvero diverse sfumature e cercheremo di raccogliere quelle più soventemente utilizzate.

Iniziamo con plattòn e con il relativo dialettismo locale “plattone”, il più nostrano di tutti i termini per indicare il classico schiaffo, magari preso da papà per una marachella o dalla fidanzata per ragioni che non andremo ad approfondire.

Vediamo un chiaro esempio:

Ciappä dü bèi plattòn dal papä, ossia, prendere due bei scapaccioni da papà.

Il lemma plattòn ha generato poi il suo abbreviativo pattòn, con identico significato, plattäda ossia una serie di sberle, ed il verbo plattä che potremmo tradurre in una sorta di cacofonia con, “scapaccionare”.


Un’altra espressione molto usata in tal senso è quella di quest’esempio:

Ciappä un bèl scupazzòn, cioè, ricevere un bel scapaccione.


La parola scupazzòn ha poi originato: scupazzäda ossia una serie scapaccioni e scupàzza che è sinonimo di scupazzòn.

Un altro modo a Piacenza per dare uno scappellotto a mano aperta è la classica, manatä una percossa già insita nel termine… una “manata”.


La carrellata degli schiaffi prosegue con: cuppòn, scòpla, scuccìn, scupplòt, scupplòn, scüffiòt, marlein e chi più ne ha più ne metta.



Voi ne conoscete altri di modi per indicare uno scapaccione?









Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.

giovedì 14 settembre 2017

C'era una volta a Piacenza... Umberto Locati e il caso della presunta visione mariana.

C'era una volta a Piacenza... Umberto Locati e il caso della presunta visione mariana.
di Claudio Gallini

Sicuramente molti piacentini assoceranno il nome di Umberto Locati all'omonima strada trasversale di via Emilia Pavese, un tempo dipartimento AUSL impiegato per i prelievi del sangue.

In realtà il Locati, nato a Castel San Giovanni (PC) il 4 marzo 1503 fu, oltre che autore della eccelsa seppur criticata opera quale “De Placentinae urbis origine, successu et laudibus” e tante altre, anche uno scrupoloso inquisitore operante a Piacenza tra il 1560 ed il 1566.

Egli entrò giovanissimo, all'età di diciassette anni, nel convento cittadino dell'Ordine dei predicatori di S. Giovanni in Canale, si laureò in teologia a Bologna ed insegnò in numerosi conventi domenicani dell’Italia settentrionale.


Nell'immagine un quadro raffigurante papa Pio V, grande amico di Umberto Locati.
(fonte immagine: https://12alle12.it/)


Egli conobbe Michele Ghisleri, colui che divenne papa Pio V, che sicuramente lo sostenne nella sua crescita all'interno della sfera ecclesiastica, soprattutto in qualità d’inquisitore.

Già nel 1558 fu nominato appunto inquisitore della città di Pavia e poi priore nel convento di S. Giovanni in Canale, nel periodo dove si stavano sistemando, nella stessa struttura religiosa, nuove prigioni utilizzate per l'Inquisizione.

Umberto Locati partecipò ampiamente all'edificazione delle carceri sia con grandi donazioni di tasca propria, sia impiegando il denaro proveniente dalle operazioni legate alle Inquisizioni.

Nel gennaio del 1560, come già scritto, fu chiamato a ricoprire la carica d’inquisitore a Piacenza, nomina che portò avanti sino al novembre 1566.

Leggiamo cosa scriveva lo stesso Locati nella sua “Cronica dell’origine di Piacenza” in merito all’anno 1560:

“[…] Nell’anno 1560 Bernardino Scoto Sabino Cardinale, fu fatto vescovo di Piacenza. Nell’anno medesimo Margarita Austria Farnese, moglie di Ottavio Duca di Piacenza, et di Parma diede principio ad un magnifico, et superbo palazzo in Piacenza in quel luogo dove era la Cittadella appresso Fodesta”.
Giulio Campi - Ritratto di Ottavio Farnese.
(Fonte immagine: Wikipedia).

La cronologia salta poi al 1562 ed il Locati tralascia di raccontare cosa accadde nel maggio del 1560 ma facciamo anzitutto una premessa importante.

Il Cinquecento è considerato dagli storici un secolo fondamentale nella storia d’Italia e d’Europa poiché in questo periodo si ruppe l’unità del cristianesimo d’Occidente.

E’ il secolo del fallimento del dialogo tra i cattolici ed i protestanti anche e soprattutto per la crudeltà dell’Inquisizione, il cui unico obiettivo era quello di ostacolare con la forza la libera interpretazione delle Sacre Scritture.

La Chiesa del tempo mise sullo stesso livello l’eretico, giudicato dal Tribunale dell’Inquisizione, ed il criminale.

A Piacenza l'Inquisizione esercitò sin dalla metà del sec. XIII ed Il tribunale fu sempre amministrato dai domenicani; dal 1564 al 1586 la sede inquisitoriale di Piacenza ebbe autorità anche su Parma (dove venne collocato un vicario).

Ma torniamo ad Umberto Locati.

Le fonti storiche ci tramandano che il 25 maggio 1560, a pochi mesi dalla carica in città, il nostro inquisitore piacentino fu implicato in un caso riguardante la presunta visione della “Vergina Maria” ad opera di una tale Margherita che nei verbali redatti venne così descritta:

“povera e di bassa conditione” e addirittura “vilissima” e “infimae plebis”.


Il delegato vescovile, interpellato a decretare se quanto raccontato dalla “miserabile” era un miracolo oppure un’eresia, deliberò che, al di là della presunta falsità, si sarebbe comunque dovuto erigere un tempio nel luogo esatto della presunta visione.


Tribunale dell'Inquisizione.
(Fonte immagine:http://www.linearossage.it/)

La decisione fu da subito condannata sia dalle autorità cittadine, sia da alte cariche domenicane che imposero al Locati di redigere un verbale e di trasmetterlo immediatamente a Roma per avere un parere.

La lettera fu indirizzata a Michele Ghisleri, al tempo Grande Inquisitore dell’Inquisizione Romana, il quale rispose che la totale responsabilità era del delegato vescovile e non del Locati.

Questa risposta, verosimilmente condizionata dall'amicizia che che esisteva tra il Ghisleri ed il Locati, non salvò la faccia a quest’ultimo non tanto nei confronti dei superiori domenicani, quanto con il duca Ottavio Farnese che ritenne doveroso, senza che ciò accadesse però, il rimpiazzo del Locati.


La copertina de: "Opus quod Iudiciale Inquisitorum dicitur ex diuersis theologis et i.v.d"
di Umberto Locati.

Negli anni a seguire il nostro inquisitore proseguì la sua attività debellando eretici a destra e manca aggiudicandosi nuovamente nel 1564 la carica di priore in San Giovanni in Canale.

Il Locati morì a Piacenza il 17 ottobre del 1587.

L'Inquisizione fu invece abolita a Piacenza una prima volta nel 1768, ma ricostituita nel 1780. 
Cessò per sempre di esistere nei primi anni del sec. XIX.

Da questo breve racconto speriamo di aver fatto luce, seppur molto sinteticamente, su un fatto avvenuto nella Piacenza del Cinquecento e che la via Locati da ora abbia per alcuni un significato che vada al di là dei ricordi di un centro sanitario.





Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.

giovedì 7 settembre 2017

A tòc e bucòn parlùm ad... rüd

di Claudio Gallini

Un dialettismo comunissimo tra tutti i piacentini di città e provincia è sicuramente il sostantivo “rudo”, un termine che provoca, a chi lo ascolta per la prima volta perché arriva da una città lontana, un certo imbarazzo. 

Ha vissuto questo sentimento sulla sua pelle mia moglie, ligure doc, quando ascoltò questa parola in una delle prime occasioni che si trovò qui a Piacenza e ricorda ancora oggi il mio stupore per il suo totale vuoto di conoscenza nei confronti di questo termine; è stata pertanto proprio lei a consigliarmi di trattare in questa sede di… “rudo”.

Ci riferiamo naturalmente al lemma dialettale “rüd”, ossia l’immondizia, la sporcizia ma anche il sudiciume, la sozzura in tutti i generi.


(immagine tratta da: http://newsfeed.time.com)


Andiamo subito al nocciolo della questione etimologica.

Il termine, come ci guida il Tammi, deriva dal latino “rudus” ovverosia, rottame di laterizi e ghiaie, macerie, difatti:
Rudus est maioer lapides contusi cum calce misti 
così leggiamo dagli appunti di architettura di Marco Vitrivio Pollione, architetto romano del I sec. a.C., riferendosi a come strutturare la base dei pavimenti.

(Consigliamo la lettura di questo articolo apparso nei mesi scorsi sul blog)

Per gli agricoltori, sia di pianura, sia delle nostre montagne, il “rudo” (rüd) è inoltre il letame usato per concimare i campi preparati alle coltivazioni, o “le terre” come piace dire a loro.

L’unica differenza linguistica tra il "rudo" di città e quello della montagna piacentina sta nell’articolo determinativo poiché in pianura si dirà “al rüd”, in montagna sarà invece pronunziato, ad esempio in alta val Nure, come “u rüd” (in talune zone, prossime alla zona ligure, può essere altresì, “u rüdu”) ma sempre di letame e spazzatura si sta trattando.

Vediamo un semplicissimo esempio:

Trà vìa al rüd, o anche Purtä ṡö al rüd“Gettare la spazzatura”, "Portare l'immondizia nel bidone in strada"

Sono da riportare poi alcune terminologie che derivano da “rüd”, quali: rüdarö, "lo spazzino"; rüdléint, "sporcaccione"; rüdä, "concimare".

Infine è interessante riportare l’utilizzo di “rüd” come avverbio di modo, per indicare “in grandi quantità”, “a volontà”.

Vediamo un esempio:

Ag n’éra a rüd, "Ce n’era in grandi quantità".







Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici.