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Contenitore di tutte le eccellenze di cui il Territorio piacentino dispone. Senza alcuna presunzione, vorrebbe creare dibattiti ed idee utili per dare uno slancio culturale ad una città ed una provincia con grandi potenzialità, solo minimamente sfruttate. questo blog non ha alcuna tendenza politica.
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venerdì 2 agosto 2013
lunedì 22 luglio 2013
lunedì 8 luglio 2013
detti piacentini
#RipensandoPiacenza #Piacenza #ProfessorParaboschi #Dialetto #dialettoPiacentino #PiacenzaNelCuore
piccoli aneddoti sul nostro amato dialetto raccontati con gran simpatia e precisione dal professor Paraboschi
Vi consiglio di ascoltarlo e, se volete, diffondetelo. Il contenuto del video, è davvero bello!
lunedì 29 aprile 2013
I fortini ottocenteschi a Piacenza
La storia locale ci tramanda che il Ducato di Parma e Piacenza passò sotto il controllo
austriaco in concomitanza del trattato di Vienna (18 novembre 1738) che sancì tra l’altro la
fine dell’epoca napoleonica per far posto all’altissima Maria Luigia d’Asburgo.
Leggendo gli stessi atti dell’epoca, conservati negli archivi locali, si può rilevare che gli
stessi ordinavano la presenza fissa di una guarnigione austriaca presso la nostra città,
perché giudicata una zona strategica ai fini militari.
Il primo obiettivo delle truppe austriache fu quello di rimaneggiare il sistema difensivo
locale che constava delle sole mura farnesiane, tra l’altro in pessime condizioni; cosicché
si valutò di creare dei nuovi avamposti in grado di migliorare le tattiche difensive delle
milizie asburgiche.
A distanza di poco meno di due chilometri dalle stesse mura cittadine furono quindi
edificati dei fortilizi che potessero controllare le principali vie di accesso alla città.
Lungo le vie Emilia, rispettivamente a Sant’Antonio e San Lazzaro, a nord vicino a San
Rocco al porto e anche nei pressi delle strade che portano in val Trebbia e val Nure,
proprio dove oggi sorge il Parco della Galleana, furono costruiti dei fortini militari.
Lo storico locale A. Siboni, in un articolo apparso su Libertà nel ’79, racconta che questi
castrum erano formati da fossati e rialzi con attorno dei muri in mattoni in grado di
conservare munizioni e cibo nel caso di lunghe permanenze al loro interno.
E poi aggiunge che “tra un forte e l’altro, in posizione più arretrata, venivano le ridotte,
fatte di semplici rilevati di terra, piazzati in luoghi ritenuti più adatti alla difesa”.
Le vecchie mura, come scritto in precedenza, furono restaurate e in corrispondenza delle
porte furono eretti nuovi torrioni di cui rimane traccia oggi sia a Porta Borghetto sia a Porta
Fodesta.
Il primo fortino a essere stato eretto fu quello di San Lazzaro esattamente nel 1852.
Il fortino della Galleana fu invece edificato nel febbraio del 1859.
Con l’unità d’Italia e l’annessione della nostra terra al Piemonte, queste opere difensive
furono rivalutate e migliorate grazie a militari, progettisti e ingegneri quali il generale
Manfredo Fanti e il progettista militare ing. Luigi Federico Menabrea.
Proprio quest’ultimo, giunto a Piacenza nel 1860, progettò un campo trincerato sulla falsa
riga di quanto fece già a Bologna l’anno prima; la muraglia urbana fu congiunta al Po con
due trinceramenti, e furono restaurati tutti i fortini austriaci già presenti compreso quello
ancora oggi collocato all’interno del parco di via Manfredi.
In questo periodo storico Piacenza, intesa come piazzaforte, non aveva nulla da invidiare
alle vicine Genova, Bologna, Pavia e Alessandria.
Di questa grande serie di avamposti militari oggi ne rimangono ben poche tracce poiché
nel 1903 un decreto sancì l’abolizione delle servitù militari a Piacenza decretando il
decadimento delle stesse.
Quello che oggi troviamo attorniato da vegetazione all’interno del Parco della Galleana,
si meriterebbe più attenzione per rivalutare la nostra storia, il nostro contributo all’unità
d’Italia passato anche attraverso quei muri.
Claudio Gallini
austriaco in concomitanza del trattato di Vienna (18 novembre 1738) che sancì tra l’altro la
fine dell’epoca napoleonica per far posto all’altissima Maria Luigia d’Asburgo.
Leggendo gli stessi atti dell’epoca, conservati negli archivi locali, si può rilevare che gli
stessi ordinavano la presenza fissa di una guarnigione austriaca presso la nostra città,
perché giudicata una zona strategica ai fini militari.
Il primo obiettivo delle truppe austriache fu quello di rimaneggiare il sistema difensivo
locale che constava delle sole mura farnesiane, tra l’altro in pessime condizioni; cosicché
si valutò di creare dei nuovi avamposti in grado di migliorare le tattiche difensive delle
milizie asburgiche.
A distanza di poco meno di due chilometri dalle stesse mura cittadine furono quindi
edificati dei fortilizi che potessero controllare le principali vie di accesso alla città.
Lungo le vie Emilia, rispettivamente a Sant’Antonio e San Lazzaro, a nord vicino a San
Rocco al porto e anche nei pressi delle strade che portano in val Trebbia e val Nure,
proprio dove oggi sorge il Parco della Galleana, furono costruiti dei fortini militari.
Lo storico locale A. Siboni, in un articolo apparso su Libertà nel ’79, racconta che questi
castrum erano formati da fossati e rialzi con attorno dei muri in mattoni in grado di
conservare munizioni e cibo nel caso di lunghe permanenze al loro interno.
E poi aggiunge che “tra un forte e l’altro, in posizione più arretrata, venivano le ridotte,
fatte di semplici rilevati di terra, piazzati in luoghi ritenuti più adatti alla difesa”.
Le vecchie mura, come scritto in precedenza, furono restaurate e in corrispondenza delle
porte furono eretti nuovi torrioni di cui rimane traccia oggi sia a Porta Borghetto sia a Porta
Fodesta.
Il primo fortino a essere stato eretto fu quello di San Lazzaro esattamente nel 1852.
Il fortino della Galleana fu invece edificato nel febbraio del 1859.
Con l’unità d’Italia e l’annessione della nostra terra al Piemonte, queste opere difensive
furono rivalutate e migliorate grazie a militari, progettisti e ingegneri quali il generale
Manfredo Fanti e il progettista militare ing. Luigi Federico Menabrea.
Proprio quest’ultimo, giunto a Piacenza nel 1860, progettò un campo trincerato sulla falsa
riga di quanto fece già a Bologna l’anno prima; la muraglia urbana fu congiunta al Po con
due trinceramenti, e furono restaurati tutti i fortini austriaci già presenti compreso quello
ancora oggi collocato all’interno del parco di via Manfredi.
In questo periodo storico Piacenza, intesa come piazzaforte, non aveva nulla da invidiare
alle vicine Genova, Bologna, Pavia e Alessandria.
Di questa grande serie di avamposti militari oggi ne rimangono ben poche tracce poiché
nel 1903 un decreto sancì l’abolizione delle servitù militari a Piacenza decretando il
decadimento delle stesse.
Quello che oggi troviamo attorniato da vegetazione all’interno del Parco della Galleana,
si meriterebbe più attenzione per rivalutare la nostra storia, il nostro contributo all’unità
d’Italia passato anche attraverso quei muri.
Claudio Gallini
Fonte: raccolta iconografica Biblioteca Comunale di Piacenza
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giovedì 18 aprile 2013
La Chiesa di San Lorenzo - l'ennesimo tesoro, privato ai piacentini
Come già evidenziato più volte in questo blog, la città di Piacenza vive situazioni assolutamente paradossali.
Spesso, noi piacentini, lamentiamo il fatto che la nostra città abbia ben poco da offrire in termini turistici e culturali; su questa affermazione, non mi sono mai trovato molto concorde, in quanto ritengo che per storia e monumenti, Piacenza possa offrire contenuti culturali equivalenti ad alcune realtà ben più blasonate della nostra.
Inoltre, noi piacentini, ci "permettiamo" di lasciare marcire testimonianze artistiche di assoluto pregio. Gli esempi, in questo caso si sprecano: La Chiesa e il convento di Santagostino, Il convento di Santa Chiara sullo stradone Farnese, la Chiesa e l'anneso chiostro del Carmine in via Borghetto. Inoltre, anche se spesso viene ignorata, voglio ricordare la bellissima chiesa San Lorenzo e il suo monastero (purtroppo oggi scomparso). Queste strutture, furono edificate nel 1333, per volontà dei padri carmelitani. La chiesa, piuttosto grezza nella sua facciata, internamente, regala uno spettacolo maestoso, costituito da forme gotiche e preziose decorazioni scultoree in stile barocco. Purtroppo, furono coperti d'intonaco gli antichi affreschi trecenteschi e quattrocenteschi. Fortunatamente, i mesesimi, furono recentemente scoperti, strappati e posti all'interno dei musei civici di Palazzo Farnese.
La maggiorparte delle opere d'arte, contenute in San Lorenzo, andarono disperse in seguito alla soppressione della chiesa nel 1810. In seguito, il tempio fu adibito come stalla e come magazzino militare.
Dove, attualmente sorge "Palazzo madama", la dimora voluta da Margherita D'Austria, vi erano dei porticati e delle botteghe, in cui si svolgevano le fiere dei cambi fino al 1660. Queste botteghe, furono trasferite a fianco di Palazzo Farnese.
Come detto, questa chiesa ha dovuto subire nei secolo pesantissimi sfregi. Ritengo tristissimo che, ancora ai nostri giorni, quest'edificio debba continuare ad essere ignorato e dimenticato dai nostri amministratori attuali e passati!
Massimo Mazzoni
testi e foto, sono tratti dalla pubblicazione di Giorgio Fiori, "Il centro storico di Piacenza" edito dalla casa editrice T.E.P. di Piacenza
Spesso, noi piacentini, lamentiamo il fatto che la nostra città abbia ben poco da offrire in termini turistici e culturali; su questa affermazione, non mi sono mai trovato molto concorde, in quanto ritengo che per storia e monumenti, Piacenza possa offrire contenuti culturali equivalenti ad alcune realtà ben più blasonate della nostra.
Inoltre, noi piacentini, ci "permettiamo" di lasciare marcire testimonianze artistiche di assoluto pregio. Gli esempi, in questo caso si sprecano: La Chiesa e il convento di Santagostino, Il convento di Santa Chiara sullo stradone Farnese, la Chiesa e l'anneso chiostro del Carmine in via Borghetto. Inoltre, anche se spesso viene ignorata, voglio ricordare la bellissima chiesa San Lorenzo e il suo monastero (purtroppo oggi scomparso). Queste strutture, furono edificate nel 1333, per volontà dei padri carmelitani. La chiesa, piuttosto grezza nella sua facciata, internamente, regala uno spettacolo maestoso, costituito da forme gotiche e preziose decorazioni scultoree in stile barocco. Purtroppo, furono coperti d'intonaco gli antichi affreschi trecenteschi e quattrocenteschi. Fortunatamente, i mesesimi, furono recentemente scoperti, strappati e posti all'interno dei musei civici di Palazzo Farnese.
La maggiorparte delle opere d'arte, contenute in San Lorenzo, andarono disperse in seguito alla soppressione della chiesa nel 1810. In seguito, il tempio fu adibito come stalla e come magazzino militare.
Dove, attualmente sorge "Palazzo madama", la dimora voluta da Margherita D'Austria, vi erano dei porticati e delle botteghe, in cui si svolgevano le fiere dei cambi fino al 1660. Queste botteghe, furono trasferite a fianco di Palazzo Farnese.
Come detto, questa chiesa ha dovuto subire nei secolo pesantissimi sfregi. Ritengo tristissimo che, ancora ai nostri giorni, quest'edificio debba continuare ad essere ignorato e dimenticato dai nostri amministratori attuali e passati!
Massimo Mazzoni
testi e foto, sono tratti dalla pubblicazione di Giorgio Fiori, "Il centro storico di Piacenza" edito dalla casa editrice T.E.P. di Piacenza
mercoledì 10 aprile 2013
La nobile famiglia Dattari in una lapide in San Sisto
Una chiesa piacentina che non ha bisogno di speciali presentazioni è certamente quella di San Sisto poiché oltre a essere molto conosciuta da tutti i cittadini, è anche famosa in tutto il mondo per aver custodito al suo interno il famoso dipinto “La Madonna Sistina” di Raffaello per quasi duecento anni.
Personalmente lo reputo uno dei più importanti templi della città, non soltanto per le sue ricchezze artistiche e architettoniche, ma sicuramente per le sue origini: una chiesa voluta, attorno all’anno 874, dalla regina Angilberga d’Alsazia moglie dell’imperatore Lodovico il Pio. Quest’analisi non vuole raccontare nulla di più di quanto si conosca su questo tempio, ma piuttosto vuole provare a esporre la storia di una piccola lapide posta sul pavimento all’ingresso della chiesa, che solitamente è coperta da un tappeto.
Era tanto che non entravo in San Sisto e un sabato pomeriggio trovandomi nelle vicinanze di piazza Cittadella, sentii un forte desiderio di ritornare in quella chiesa, certo che questa volta l’avrei trovata aperta.
Quel giorno la fortuna mi aiutò davvero molto e finalmente riuscii ad ammirare nuovamente da vicino le pregevoli bellezze di San Sisto; la chiesa era completamente vuota e buia, mi pareva in quel silenzio di sentire addirittura i canti dei monaci.
La suggestione passò all’istante quando, nell’uscire, notai sotto a uno zerbino posto all’ingresso la porzione di una piccola lapide; non ci pensai troppo e con una mano spostai il tappeto e con la macchina fotografica feci qualche scatto con la promessa, una volta a casa, di documentarmi maggiormente.
La fortuna dello “studioso faidate moderno” è quella di avere a disposizione uno strumento come internet che, grazie a delle ricerche mirate, è possibile risparmiare molto tempo e trovare le fonti adatte alla propria ricerca, ma questa volta ahimè non funzionò. Anche i libri a disposizione nella mia piccola biblioteca, non facevano cenno a questa lapide e così non rimaneva altro che affrontare lo studio attraverso un ragionamento più diretto; anche il parroco non aveva alcuna notizia in merito.
Il primo passo fu di decifrare il testo inciso sulla stessa che, nonostante presentasse una crepa nel mezzo e numerose macchie, riportava un’iscrizione quasi leggibile benché le numerose
abbreviature latine potessero trarmi in inganno. E’ stato chiaro fin da subito che la lapide faceva riferimento alla nobile famiglia piacentina Dattari, che in San Sisto scelse, insieme con altri casati più o meno importanti del patriziato locale, di lasciare segno di sé nella nostra preziosa storia locale.
Per conoscere meglio questa famiglia dovetti affidarmi al pregiatissimo volume di Giorgio Fiori, Le antiche famiglie di Piacenza, dove scoprii che i Dattari, già nel 1500, vantavano diversi membri appartenenti al Consiglio Generale dei Landi.
Nel 1465 trovai un tale Francesco Dattari, appartenente all’Anzianato Piacentino, ma lo scrivente non crede possa essere il “FRAN DATTARI” indicato nella lapide oggetto di questo studio per una discordanza di date; la lastra seppur rovinata dal calpestio, ricorda l’anno della morte del Dattari presumibilmente nel 1525-1526. Dal Francesco prima menzionato nacquero Lazzaro, professore di medicina, e Bartolomeo pretore di Bobbio nel 1514 e castellano di Piacenza con tanto di nomina ricevuta da papa Leone X.
Lazzaro Dattari, che sposò la nobile Caterina del Cario, ebbe Francesco che presumibilmente potrebbe essere il nobile citato nella tanto misteriosa lapide, che si meriterebbe davvero d’essere ben visibile come tante altre presenti all’interno della nostra rinomata basilica. Dalla cronistoria di questa famiglia, troviamo poi un altro Francesco Dattari, nipote dell’omonimo prima nominato, figlio di Bartolomeo.Dalla stessa lapide, visibile dalla foto allegata, è possibile farsi anche un’idea dello stemma di famiglia che seppur logorato dal calpestio, regala qualche segno di decorazione sui lati e del motto del casato; la lapide pare esser stata posata secondo la volontà del figlio di Francesco, un tale Bartolomeo. Lo scrivente vuole invitare chiunque avesse notizie maggiori su questa famiglia e in particolar modo sulla figura di Francesco Dattari a inviare al blog integrazioni o eventuali precisazioni.
Personalmente lo reputo uno dei più importanti templi della città, non soltanto per le sue ricchezze artistiche e architettoniche, ma sicuramente per le sue origini: una chiesa voluta, attorno all’anno 874, dalla regina Angilberga d’Alsazia moglie dell’imperatore Lodovico il Pio. Quest’analisi non vuole raccontare nulla di più di quanto si conosca su questo tempio, ma piuttosto vuole provare a esporre la storia di una piccola lapide posta sul pavimento all’ingresso della chiesa, che solitamente è coperta da un tappeto.
Era tanto che non entravo in San Sisto e un sabato pomeriggio trovandomi nelle vicinanze di piazza Cittadella, sentii un forte desiderio di ritornare in quella chiesa, certo che questa volta l’avrei trovata aperta.
Quel giorno la fortuna mi aiutò davvero molto e finalmente riuscii ad ammirare nuovamente da vicino le pregevoli bellezze di San Sisto; la chiesa era completamente vuota e buia, mi pareva in quel silenzio di sentire addirittura i canti dei monaci.
La suggestione passò all’istante quando, nell’uscire, notai sotto a uno zerbino posto all’ingresso la porzione di una piccola lapide; non ci pensai troppo e con una mano spostai il tappeto e con la macchina fotografica feci qualche scatto con la promessa, una volta a casa, di documentarmi maggiormente.
La fortuna dello “studioso faidate moderno” è quella di avere a disposizione uno strumento come internet che, grazie a delle ricerche mirate, è possibile risparmiare molto tempo e trovare le fonti adatte alla propria ricerca, ma questa volta ahimè non funzionò. Anche i libri a disposizione nella mia piccola biblioteca, non facevano cenno a questa lapide e così non rimaneva altro che affrontare lo studio attraverso un ragionamento più diretto; anche il parroco non aveva alcuna notizia in merito.
Il primo passo fu di decifrare il testo inciso sulla stessa che, nonostante presentasse una crepa nel mezzo e numerose macchie, riportava un’iscrizione quasi leggibile benché le numerose
abbreviature latine potessero trarmi in inganno. E’ stato chiaro fin da subito che la lapide faceva riferimento alla nobile famiglia piacentina Dattari, che in San Sisto scelse, insieme con altri casati più o meno importanti del patriziato locale, di lasciare segno di sé nella nostra preziosa storia locale.
Per conoscere meglio questa famiglia dovetti affidarmi al pregiatissimo volume di Giorgio Fiori, Le antiche famiglie di Piacenza, dove scoprii che i Dattari, già nel 1500, vantavano diversi membri appartenenti al Consiglio Generale dei Landi.
Nel 1465 trovai un tale Francesco Dattari, appartenente all’Anzianato Piacentino, ma lo scrivente non crede possa essere il “FRAN DATTARI” indicato nella lapide oggetto di questo studio per una discordanza di date; la lastra seppur rovinata dal calpestio, ricorda l’anno della morte del Dattari presumibilmente nel 1525-1526. Dal Francesco prima menzionato nacquero Lazzaro, professore di medicina, e Bartolomeo pretore di Bobbio nel 1514 e castellano di Piacenza con tanto di nomina ricevuta da papa Leone X.
Lazzaro Dattari, che sposò la nobile Caterina del Cario, ebbe Francesco che presumibilmente potrebbe essere il nobile citato nella tanto misteriosa lapide, che si meriterebbe davvero d’essere ben visibile come tante altre presenti all’interno della nostra rinomata basilica. Dalla cronistoria di questa famiglia, troviamo poi un altro Francesco Dattari, nipote dell’omonimo prima nominato, figlio di Bartolomeo.Dalla stessa lapide, visibile dalla foto allegata, è possibile farsi anche un’idea dello stemma di famiglia che seppur logorato dal calpestio, regala qualche segno di decorazione sui lati e del motto del casato; la lapide pare esser stata posata secondo la volontà del figlio di Francesco, un tale Bartolomeo. Lo scrivente vuole invitare chiunque avesse notizie maggiori su questa famiglia e in particolar modo sulla figura di Francesco Dattari a inviare al blog integrazioni o eventuali precisazioni.
autore testo e foto: Claudio Gallini
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| San Sisto - la lapide della famiglia Dattari - ® Claudio Gallini |
giovedì 4 aprile 2013
Ripensando Piacenza è anche su Facebook
Unitevi
al nostro gruppo su Facebook!!!
al nostro gruppo su Facebook!!!
Ripensando Piacenza è anche su Facebook, un mezzo forse più immediato e interattivo rispetto al classico Blog. Chi volesse contribuire, con le proprie foto recenti o antiche di città e della provincia; Chi avesse delle idee da discutere fra noi cittadini, delle critiche da segnalare su dei malfunzionamenti a Piacenza o in provincia, le può documentare sulla pagina del gruppo, con testi e con foto.
"Il gruppo", come del resto il blog "Ripensando Piacenza", è totalmente apolitico.
UNICA POSTILLA: Chi fosse interessato a iscriversi al gruppo con intenti propagandistici, è pregato di non iscriversi!!!
UNICA POSTILLA: Chi fosse interessato a iscriversi al gruppo con intenti propagandistici, è pregato di non iscriversi!!!
Per il resto, Siete tutti invitati!
Massimo Mazzoni
Massimo Mazzoni
martedì 26 marzo 2013
PIACENZA: la piena del Po nel 1908
"Ottobre 1907, via Mazzini - L'anta di un portone come zattera, due paletti, racattati in un orto vicino, come remi: così due volenterosi tentano di portare un po' di viveri (che immaginiamo nella sporta di paglia al sicuro sulla sedia al centro dell'improvvisato natante) ai molti abitanti imprigionati nelle case assediate dall'acqua del Po. L'emergenza durò parecchi giorni.
Già il 21 ottobre, la "Libertà" uscì con un titolo drammatico: "Infuria il tempo, uragani, inondazioni, disastri". il 26 veniva spazzato via l'argine detto "Berlinone" a nord del tiro a segno: l'acqua invadeva i binari della ferrovia per Voghera.
il casello ferroviario n. 78, venne semisommerso e il casellante, che dormiva con tutta la faiglia, venne svegliato in tempo. Tutti si miseroin salvo. Appena dopo, il Po, crescendo, dilaga nei quartieri della città bassa.
Alle 10 del 28 ottobre, l'idrometro segnò un colmo di piena di m. 8,76."
testo e foto, tratti da: "La nostra terra in dieci anni (1988-1997) di Bilanci della Banca di Piacenza"
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lunedì 11 marzo 2013
lettera di un cittadino, al Sindaco Paolo Dosi
Pubblico un'interessante lettera, scritta dal Dott. Emilio Borghini, rivolta al "nostro" Sindaco Paolo Dosi, in merito alle problematiche legate al traffico veicolare nella nostra città. Purtroppo, tale lettera, non ha ancora ricevuto nessuna risposta da parte di Dosi o di qualche componente della giunta comunale.
Caro signor Sindaco,
Dott. Emilio Borghini
Caro signor Sindaco,
Chissà quante volte le sarà capitato di attraversare, da semplice
cittadino, una “trafficata” via di Piacenza. Avrà sicuramente notato
che i poveri pedoni, pur avendo la precedenza sulle famose “strisce”,
sono invece obbligati a cedere il passo ai mezzi motorizzati, pena
l’esser travolti o, nella migliore delle ipotesi, “schivati in
extremis”.
Da disciplinato automobilista le posso infatti testimoniare i
molteplici cenni di ringraziamento che ricevo dai pedoni quando li
lascio passare. Le sembra una cosa normale? Questa quotidiana esperienza è solo un pallido esempio
dell’intollerabile degrado viario raggiunto dalla nostra città ove
l’assenza di controlli, la certezza dell’impunità e il cattivo esempio
ha ormai trasformato le strade (un bene comune!) in entità abbandonate
all’indisciplina, all’illegalità e perfino alla criminalità. Come mai, a differenza delle altre città, i vigili urbani sono
misteriosamente “evaporati” dalle nostre strade? Non è un problema di
poco conto, visto che questa lacuna coinvolge l’integrità fisica di
tutti i piacentini. Quali problemi sono alla base di questa scomparsa? Sono scarsi gli effettivi? Non sembrerebbe, visto che gli agenti
ricompaiono d’incanto per le manifestazioni sportive (“maratona”) per
dileguarsi appena la gara è terminata. C’è una strutturale impreparazione ad affrontare un traffico sempre più caotico e indisciplinato? Vediamo di addestrarli. Sono troppe le pratiche burocratiche? Cerchiamo di snellire le inutili
procedure come avviene in altre città ( non credo che quelle
amministrazioni siano costituite da superuomini). Per tentare di risolvere il problema dobbiamo partire dal confronto con
le altre città, esaminando il numero degli effettivi, le quotidiane
incombenze e soprattutto le spese sostenute. In un’epoca di “vacche
magre” è infatti estremamente importante valutare il rapporto tra i
costi e i reali benefici. La funzione dei vigili urbani non può infatti esaurirsi nei controlli
all’ ingresso e all’uscita dalle scuole e neppure nei rilievi relativi
agli incidenti (anziché alla loro prevenzione), incombenze che possono
essere delegate rispettivamente ai volontari e alle forze di sicurezza. Se ci si limita a queste attività, le quotidiane e multiformi
infrazioni che, grazie a una sicura impunità, vengono considerate ormai
pressoché normali, attenteranno sempre più alla pubblica incolumità,
rendendo necessaria la drastica riduzione di un corpo rivelatosi ormai drammaticamente ed economicamente inutile,
come è inutile, ridicolo e ipocrita quello slogan che definisce
Piacenza “ città in difesa dei bambini”, quando invece quei poveri
piccoli vengono esposti, con genitori e nonni, ai quotidiani pericoli
del traffico. Ho citato la mancata precedenza sulle “strisce” perché è la prima
infrazione che mi sia venuta in mente, ma sono infinite le illegalità
che si perpetuano giornalmente grazie alla fertile fantasia di abituali e
occasionali utenti pronti ad avvalersi della colpevole incapacità
repressiva di chi dovrebbe esercitarla. Al primo posto per quanto riguarda la pericolosità è, ovviamente, la
velocità dei mezzi che, specie nelle ore serali, si cimentano in
spericolate prestazioni degne dell’autodromo di Monza. Basterebbe
disporre, specie nei tratti rettilinei e di scorrimento ( vedi via
Manfredi, via Dante et similia), e “a monte” delle “strisce” pedonali,
alcuni “dossi artificiali” che vanifichino le velleità narcisistiche
ed esibizioniste di quei conducenti. L’articolo più bistrattato del codice stradale rimane comunque il
povero 158, che si vede quotidianamente stuprato da parcheggi sugli
incroci, su passi carrai, su strisce pedonali, (ad esempio al numero 12
di Via Genova), da ingombri alle fermate degli autobus, da intralci
alle corsie ciclabili, da ostacoli per soste in doppia o terza fila,
da abusi sulle aree riservate a farmacie e handicappati e perfino nel
bel mezzo delle carreggiate o in qualunque altra sede che solo fervide
fantasie trasgressive possono escogitare. Al terzo posto vengono le telefonate. Gli stessi individui che in ogni
momento della giornata ( e della notte) sono intenti ad armeggiare col
telefonino, non cambiano certamente abitudine al volante, in bicicletta o
alla guida di autocarri e perfino di autobus pubblici, col risultato di
possibili, immaginabili e talora terribili conseguenze ( quasi nessuno
ha il “vivavoce”). Al quarto posto vanno ricordati i ciclisti senza luce ( praticamente
tutti!): li vediamo sbucare improvvisamente dal buio sfrecciando in
qualunque punto della strada, in omaggio a ingiustificate indulgenze
che li espongono a gravissimi e scriteriati pericoli in nome di una
falsa e “democratica” tolleranza. Alle violazioni del codice vanno poi aggiunte le dissennate e
pericolose normative comunali varate negli ultimi anni e tese ( non se
ne sentiva certo il bisogno) ad accrescere le occasioni di rischio. Le sembra giusto caro signor Sindaco che i ciclisti possano transitare
in senso vietato anche in situazioni d’indiscusso pericolo? Mi è
capitato di trovarmene contromano addirittura in Via Manfredi, cioè in
una battutissima via di scorrimento e a doppia corsia. E la patologica
trovata ( dico “patologica” perché sembra scaturita da una mente malata)
di delimitare le aree di sosta in Viale Dante a soli metri 2,5 ( o poco
più) dagli incroci, mentre il codice della strada prescrive ben 5
metri? ( anche in questo caso è implicato l’articolo 158: ci sarà pure
una ragione se lo esige il codice!). Ne so qualcosa quando devo
immettermi in quella via con la visuale impedita dalle auto in sosta! Si tratta di misure che, rendendo oltremodo pericolosa la circolazione,
dimostrano il sostanziale disprezzo delle autorità nei confronti
dell’integrità fisica dei cittadini, divenuti potenziali vittime
innocenti. Alle illegalità e alle stolte normative va infine aggiunta, dulcis in fundo,
la carente manutenzione delle infrastrutture: dalla mancata
sostituzione di segnali divelti e tristemente giacenti per mesi sulle
aiuole, alle strutture in plastica che dovrebbero delimitare i parcheggi
sradicate e abbandonate per anni ( come in zona “campo sportivo
vecchio”), alle righe annosamente illeggibili a delimitare certi
parcheggi ( come all’incrocio tra via Genova e via Cerri) ai cartelli
stinti, ai semafori inclinati da vecchie collisioni e mai raddrizzati…
eccetera eccetera…
Concludendo: dopo questo (molto parziale) elenco di negligenze e
assurdità mi pare giusto porre l’accento sull’attuale e assoluta
mancanza di prevenzione. Come accade per le malattie, anche in questo caso si può intervenire
sulle cause o limitarsi a “tamponare” gli effetti. Fin’ora è stato
adottato solo il secondo metodo, ma si tratta di una “terapia” che
esclude ogni prevenzione. Sebbene le cause siano chiarissime e le sanzioni non manchino, i
deludenti risultati sono purtroppo evidenti. Eppure quelle multe,
“farmaci”, efficaci anche in piccola quantità ma assolutamente
decisivi alle amarissime “dosi urto” del Codice della Strada, avrebbero
effetti benefici anche per il comune. Solo in tal modo si potrebbero prevenire tanti incidenti e relative
vittime: non ci si può infatti limitare a soccorrere feriti e a
rimuovere cadaveri perché si rischia di sostituire alla “clinica” la
“medicina legale”, disciplina unicamente volta ad accertare le cause dei
decessi. Lei mi dirà: è vero, la situazione è talmente deteriorata da non poter
essere risolta da un giorno all’altro. D’accordo, lei non c’entra, il
disastro l’ha ereditato. Ma ora è venuto il suo turno e fra un anno, se
la situazione sarà immutata o addirittura peggiorata, sarà lei a sedere
sul “banco degli imputati” allestito dall’opinione pubblica piacentina. Io non la conosco personalmente, caro signor Sindaco, ma so che lei è
persona onesta e sensibile, di una mitezza che le fa onore. Io ho una
grande ammirazione per le persone miti, ma so che, come abbiamo visto a
proposito del Santo Padre, rischiano di essere soventi vittime dei
“lupi”, perché la bontà può rendere succubi dei collaboratori.
Situazioni simili a quella in esame non sembrano infatti del tutto
casuali, perché ciò che richiede impegno e sacrificio, come l’uscire in
pattuglia a tutte le ore e a tutte le stagioni, può essere molto
faticoso, ed è umano preferire il calduccio dell’ufficio. Ma si ricordi
che la responsabilità morale, lungi da ricadere sui sottoposti, sarà
invece tutta sua e lei, per difenderla, dovrà forse “battere i pugni
sul tavolo”. Le faccio pertanto i migliori auguri anche perché a me, umile
peccatore come tutti, torna spesso alla mente quella mano che Padre
Cristoforo agitò sul capo di Don Rodrigo mentre pronunciava la celebre
frase. Quella simbolica mano viene da sempre agitata sul capo di ognuno
di noi e quel “Verrà un giorno!... è destinato a risuonare nelle nostre
coscienze in modo tanto più imperioso quanto più importante sarà stato
il nostro ruolo.
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