venerdì 14 aprile 2017

Curiosità storiche sul "Guercino da Cento" a Piacenza

a cura di 
Claudio Gallini




Dal 4 marzo al 4 giugno 2017 Piacenza è finalmente al centro dell’attenzione nazionale grazie ad uno straordinario evento che permetterà di ammirare da vicino gli affreschi del pittore centese Gian Francesco Barbieri, detto Il Guercino, presso la cupola del Duomo cittadino, oltre alla mostra dal titolo “tra sacro e profano” allestita a Palazzo Farnese e a lui dedicata.

Il Guercino è stato uno degli artisti del Seicento italiano più amati a livello internazionale e l’opportunità di ammirare le sue opere in questa modalità è davvero unica ed emozionante.

Trovate su questo sito difatti tutte le informazioni:



In questo articolo non vorremo quindi trattare in particolare di questo evento, già si è fatto tanto e tanto si farà.


Lo scopo di questo pezzo sarà invece quello di conoscere l’artista originario di Cento (MO), attraverso gli storici e autori piacentini, e non , del passato.

Saranno qui riportati i testi così come scritti dagli stessi autori; alcuni volumi risalgono addirittura al sec. XVIII pertanto per una maggiore comprensione dei contenuti, saranno indicate alcune note tra parentesi.
Iniziamo con un autore originario proprio di Cento (MO), Gaetano Atti, che così sul finire dell’Ottocento scriveva in merito al suo concittadino:

“Nel luglio del 1626 avvenuta la morte subitanea (improvvisa) in Piacenza del preclaro (nobile) Pierfrancesco Mazzucchelli Milanese soprannominato Morazzone, che aveva lasciato imperfetto il lavoro a lui confidato della Cupola di quella Chiesa Cattedrale (il Duomo di Piacenza) con averci fatto due sole figure, ne fu accollato il carico al nostro Barbieri da quel Vescovo Monsignor Giovanni Linati nobile parmigiano, e canonici perché compisse egli l’incorniciato ornamento. Dal luglio pertanto del 1626 fino al dicembre egli dimorò in Piacenza e tale intendimento, e intermesso (sospeso) il lavoro soltanto le Feste della Natività del Signore, nel seguente 1627 diede fine al gravissimo affresco, che rapisce, ed incanta anche tuttora chi a contemplarlo in quelle sacre soglie si reca”.
Nell’interessantissima guida dedicata alla nostra città portata a stampa nel 1842 dalla Tipografia Tagliaferri, che aveva sede in Piazza de’ Cavalli, viene data qualche informazione in più su quanto già indicato da Gaetano Atti:

“Ora ad osservare la gran cupola la quale è di disegno posteriore a quello del tempio ed innalzata forse quando fu fatto il campanile. Tutta l’opera nel dipingerla era stata allogata (ordinata) al cav. Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone [...] ma dipinti due degli otto scompartimenti del catino [...] non poté far più, essendo morto [...] in età di 55 anni”.
Il racconto prosegue con una curiosità legata all’artista centese:
“[...] per loro (i profeti dipinti negli spicchi della cupola) è l’essere così vicini agli altri sei profeti fatti dal suo successore, cioè da quel mago della pittura, che qui pose il meglio che mai facesse. Il quel fu Gian Francesco Barbieri da Cento, per strabismo all’occhio destro, detto il Guercino”.


(Porzione della cupola del Duomo di Piacenza affrescata dal Guercino. Fonte immagine: www.clponline.it)

Dallo stesso tomo leggiamo anche la spesa sostenuta per l’opera in cattedrale:


“La spesa di tutte le opere descritte fu sostenuta per circa un terzo dal vescovo Linati e pei due altri terzi dal Capitolo. Al Morazzone toccarono fr. 1757,53; al Guercino, oltre gli alloggi ed altri comodi, fr. 12777,50”.

Il Poggiali nell’undicesimo delle famose “Memorie storiche della città di Piacenza” pubblicato nel 1763, riferisce anch’egli su quanto percepito dal Guercino per quell’opera; in tal occasione lo scrisse naturalmente nella moneta a suoi tempi in uso:

“Fu nel novembre di quest’anno, che l’egregio pittore bolognese Gian Francesco Barbieri, detto comunemente il Guercino da Cento, diede compimento all’imortali fatiche sue circa la Cupola della Chiesa nostra cattedrale, dipinta, e di stucchi dorati ornata a spese del Capitolo della medesima, e del fu Monsignor Giovanni Linati, il quale con una limosina di oltre quindicimila lire di quei tempo, aveva contribuito assaissimo all’impresa. [...] Dugentosessantuno Ducatoni, otto lire, un soldo e sei denari ebbe in sua parte il Morazzoni; e Ducatoni millenovecento, oltre l’abitazion gratis, ed altri comodi, si diedero al Guercino”.

In conclusione il Poggiali tenne a specificare che:

“Il quale (il Guercino) pose mano all’opera nel maggio dell’anno 1626, e al terminò, come dissi, nel corrente Novembre con gloria grandissima, e pari soddisfazione del prefato (suddetto) Capitolo, e di tutta la nostra città. Non soffre il mio istituto, che io mi fermi a descrivere, ed encomiar esse pitture”.

Nella foto potete ammirare un antico manoscritto che espone il compenso al Guercino per l'opera compiuta nella nostra cattedrale (Foto di Claudio Gallini)


Così il conte Carlo Garasi scriveva del Guercino nel libretto chiamato “Le pubbliche pitture di Piacenza” del 1780, in merito agli splendidi affreschi della cupola del duomo:

“Nel 1626 lì 12 maggio sottentrò (sopraggiunse) al lavoro il Celebre Guercino da Cento e lo finì nel 1627. Fu il Guercino scolaro di Benedetto Gennari. Egli ebbe (così di lui scrive Zanotti) un fare tratto da alcune tavole di Lodovico Caracci, ma con un certo suo modo tutto particolare. Si invaghì principalmente d’una maniera forte, e robusta, e superò ogn’altro Maestro nella fierezza delle tinte sull’orma di Caravaggio, unendo però in questa maggior grazia, e correzione. Morì d’anni 76 nel 1666”.

Lo stesso autore, nel descrivere le pitture presenti a quel tempo nella bellissima S. Sisto, fa riferimento ad un quadro di S. Francesco riportante la firma del Guercino, così come in S. Maria di Campagna accenna a:

“Sopra l’arco della cappella di S. Pasquale il Tobia, che abbrucia il fegato del pesce, e l’Arcangelo Raffaele, che lega l’immondo spirito, è di Daniele Crespi Milanese, nacque a Reggio e fu scolaro del Guercino”. 


(Vista interna d'insieme della cupola affrescata dal Guercino nel Duomo di Piacenza. Fonte immagine:www.panorama.it)


Così anche per un altro dipinto posto sopra l’altare di S. Pietro d’Alcantara, la Giacobedda, madre di Mosè e d’Aronne eseguito da Antonio Triva da Reggio, anch’esso scolaro di Gian Francesco Barbieri, (Descrizione dei monumenti e delle pitture di Piacenza corredata di notizie istoriche, Parma, 1828).

Scriveva in onore del Guercino il “nostro” politico e letterato Luciano Scarabelli con queste righe:

“Il Guercino […] con quel suo fare robusto e fiero nelle tinte, grande e vario nelle composizioni, e nello stesso tempo aggraziato e corretto mescolando il correggesco al carracesco eclissò il Morazzone dipingendo gli altri sei scompartimenti del catino, le sibille sotto il catino, i quattro spartiti dell’annunzio ai pastori, della loro visita, della circoncisione di Gesù del ritorno dall’Egitto, e quel fregio stupendo a due soli colori detto perciò a chiaro scuro (maniera nella quale il Barbieri è originale mirabile) che con puttini a color naturale gira all’intorno”.

E aggiunse:

“Disse il Lanzi di queste opere sembrare che il Guercino dipingesse a prova con Pordenone, e che in finezza di stile lo superasse essendo questo il suo capolavoro. Ma i lavori di Linicio sono a questi anteriori”.

Dalla biografia di Barbieri, compilata da Jacopo Alessandro Calvi nel 1842 leggiamo invece queste interessanti curiosità:

“[…] Si vide accolto in Piacenza con somma distinzione e cortesia; cominciò la bell’opera standoci occupato dal mese di luglio (1626) sino al dicembre di quest’anno, indi l’interruppe per portarsi a Cento alle feste di Natale, e nel seguente 1627 la diede totalmente compita”.

E proseguì:

“E’ il catino di questa cupola diviso da costole […] in otto parti uguali, cosa certamente incomoda ad un pittore, che si vede in tal guisa legate le mani, né può sfogarsi con invenzioni ricche, e peregrine, scorrendo come per un cielo aperto in balia del proprio genio: convenne dunque entro ognuna di queste parti, o siano spazi colorire un Profeta”.

In una piccola nota il Calvi scrisse ancora in merito agli affreschi della cupola del Duomo:

“Questi affreschi sono ancora il più incantevole ornamento della Cattedrale di Piacenza”.

Infine vogliamo riportare le parole dell’avv. Antonio Domenico Rossi, uno storico piacentino d’adozione e un po’ ignorato (ce ne occupammo nel blog in questo articolo, ), nel suo prezioso volume Ristretto di Storia Patria ad Uso De' Piacentini del 1832:

“Noi non istaremo ad encomiare le pitture del Guercino, perché il sol mirarle ne fa conoscere il pregio; non lasceremo però di dar giusta lode all’illustrissimo e reverendissimo Capitolo, che così bene le ha sapute conservare, per cui meritossi che il celebre Lord Egerton, di passaggio per questa nostra città, dopo averle vedute, volesse aspettare che i Canonici uscissero dal coro, onde, insieme radunati complimentarli per tale lodevolissima conservazione”.

Riteniamo che il “Lord Egerton” cui fece riferimento l’avv. Rossi sia Francis Leveson - Gower, I conte di Ellesmere (1º gennaio 1800 – 18 febbraio 1857), politico e viaggiatore inglese probabilmente di passaggio a Piacenza nel suo peregrinare.

In conclusione di questo breve articolo, vogliamo sperare di aver dato qualche informazione aggiuntiva a chi già conosceva la figura di Giovanni Francesco Barbieri (detto Il Guercino) e contestualmente abbia stuzzicato la curiosità a chi non ha tuttora visitato questa mostra ottimamente organizzata dalle istituzioni locali.












Claudio Gallini è perito industriale ma appassionato studioso di storia locale, e di dialetti soprattutto dell’alta val Nure dove risiedono le sue radici. Ha pubblicato diversi volumi e scrive oltre che sul blog Ripensando Piacenza anche per il quaderno di cultura locale, “L'Urtiga”.






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